Non c'è più tempo

Non c’è più tempo

di Angelo Schillaci (Professore Associato di Diritto pubblico comparato, Università di Roma “Sapienza”)

I fatti di Caivano e la proposta di legge Zan

A Caivano un uomo ha provocato la morte della sorella Maria Paola, “colpevole” di avere una relazione con Ciro, “colpevole” a sua volta di essere una persona trans FtM.

La transfobia dell’omicida si intreccia dunque con l’attacco mortale a una ragazza che aveva scelto liberamente di seguire il proprio cuore, di essere sé stessa, di vivere una relazione felice con Ciro. Transfobia, da un lato, e misoginia, dall’altro appaiono così strettamente legate tra loro, e chiara appare la loro radice comune nella resistenza di un modello di relazioni (di matrice patriarcale) tragicamente condizionato dalla mobilitazione di un maschile tossico, prevaricante, controllante, violento, refrattario al rispetto della libertà altrui, e soprattutto della donna.

Questi i fatti nel loro orrore, nonostante la gran confusione dei media nel raccontare la vicenda (che dimostra ancora una volta quanto sia difficile comprendere che negando il nome a soggettività, relazioni ed esperienze se ne nega in radice la dignità); e nonostante alcune surreali prese di posizione, che hanno sacrificato la dignità di Ciro sull’altare di posizioni ideologiche, insistendo nel negarne l’identità di genere, fin dal nome di elezione, ripetutamente (e talora ostinatamente) storpiato in Cira.

I fatti, e la discussione che ne è scaturita, illuminano ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – almeno due questioni fondamentali, che sono al centro del dibattito pubblico sulla proposta di legge Zan contro misoginia e omolesbobitransfobia, attualmente in discussione alla Camera.

La prima: storie come questa ci ricordano che la proposta di legge non è un capriccio. Troppo spesso si sente dire, nel dibattito pubblico, che una legge non serve, che esistono già adeguati strumenti di protezione nell’ordinamento giuridico. La morte di Maria Paola e la violenta aggressione subita da Ciro – con tutto il suo penoso strascico – dimostrano che così non è.
Così non è perché la contestazione e l’applicazione dell’aggravante comune dei motivi abietti e futili non sono sufficienti (oltre che tutt’altro che certe), sia perché non consentono un aumento di pena proporzionato all’efferatezza del crimine, sia – soprattutto – perché non consentono di nominare adeguatamente il tipo di violenza cui assistiamo.
Così non è, perché mancano nel nostro ordinamento adeguati presidi di prevenzione culturale e sostegno delle vittime di discriminazione e violenza omolesbobitransfobica.

Si deve poter essere sé stesse/i in condizioni di serenità e sicurezza, senza che pregiudizio, paura e disgusto (così centrale in questa vicenda) abbiano la meglio. Si deve costruire, con adeguate politiche di prevenzione culturale, una comunità fatta di relazioni equilibrate, basate sulla conoscenza e sul rispetto. La proposta di legge Zan serve a tutto questo.

La seconda attiene, più specificamente, alla banalizzazione e alla vera e propria negazione dell’identità di genere di Ciro.
Ripenso infatti, adesso, a quante volte, nel corso del dibattito sulla legge Zan, abbiamo ripetuto – a proposito della scelta dei termini (e in particolare, proprio dei termini “genere” e “identità di genere”, centrali in questa vicenda) – che si tratta della scrittura di un testo di legge contro la discriminazione e la violenza, e non di un trattato di filosofia (sebbene ovviamente non si possa prescindere da una adeguata considerazione delle elaborazioni e dei contesti culturali di riferimento).

Ripenso a quante volte abbiamo ripetuto che una legge – soprattutto penale – deve “apprendere dalla vita”, ed essere formulata in termini idonei a consentire ai giudici di avere presa sulla vita stessa.
E a quanto è importante mettere il giudice nelle condizioni di individuare con precisione il movente, senza imprigionarlo in definizioni limitanti.

Ripenso a quanto sia importante, proprio per questi motivi, usare il termine di identità di genere; che non solo è concetto consolidato nella giurisprudenza costituzionale e ordinaria, ma consente di identificare – senza irrigidimenti – tutte le (o almeno larga parte delle) sfumature dell’esperienza di vita di una persona trans*.
Perchè, è inutile ricordarlo e la tragica vicenda di Caivano lo dimostra, quando la violenza e l’odio si dirigono su una persona T, l’aggressore non sta certo lì a chiedersi – ad esempio – se una transizione sia iniziata o conclusa, o cosa ci sia scritto sui documenti della vittima.

Ecco, oggi non posso fare a meno di ripensare a quelle discussioni, che mi appaiono tragicamente surreali. E non posso fare a meno di pensare che, se si cedesse sul termine identità di genere, si rischierebbe di rendere molto più difficile la contestazione del movente transfobico, ad esempio in casi come quello della violenza usata contro Ciro.

Ripensando ai fatti di Caivano, è allora fondamentale ribadire che – nel definire giuridicamente condizioni di vita ed esperienze – non si può prescindere dal rispetto e dalla cura per le soggettività coinvolte, e dall’ascolto della loro domanda di riconoscimento, senza irrigidirla entro schemi condizionati da pregiudizi.

C’è un enorme problema da affrontare, che è sociale e culturale al tempo stesso. E dunque anche giuridico. La proposta di legge Zan va in questa direzione, in modo efficace e senza nulla togliere a nessuna/o.
Va approvata, presto e bene. Non c’è più tempo.

Image credit: Gerd Altmann da Pixabay

di Angelo Schillaci sullo stesso argomento su Ora legale NEWS
https://www.oralegalenews.it/attualita/contromotransfobia/12019/2020/

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