Un salvacondotto per Meloni e Nordio

Un salvacondotto per Meloni e Nordio

di Enrico Sbriglia (Presidente dell’Osservatorio Internazionale sulla Legalità
di Trieste – Presidente Onorario del Centro Europeo di Studi Penitenziari di Roma)

Ogni giorno, all’interno delle carceri italiane, numerosissime leggi sono letteralmente violate e non c’è, probabilmente, nessuna realtà penitenziaria che possa per davvero tirarsi fuori. Né giova la circostanza che tale situazione cronica sia, verosimilmente, addebitabile a tutte quelle forze politiche che, da sole o in costretta comitiva, hanno esercitato il potere esecutivo dal 1975 (anno della grande riforma penitenziaria) ad oggi.

Verosimilmente, non c’è un solo istituto penitenziario, ripeto uno e non di più, in cui davvero siano rispettate tutte le norme e tutte le regole contemplate sia dall’ordinamento penitenziario che da quelle dettate in materia di sicurezza sul posto di lavoro, a mente del D.L. n. 626/1994, del successivo n. 81 del 2008 e ss.

È evidente che la perfezione non sia di questa Terra.

Però, vivaddio, sarebbe stato d’attendersi, e non certamente da oggi, che per davvero si avviasse una strategia sistemica finalizzata a risolvere tali problemi, accompagnandola, a regime, con le necessarie risorse finanziarie, consentendo, nell’arco di un tempo che non sarebbe stato certamente breve, quantomeno l’effettiva risistemazione dell’esistente.
Purtroppo non è andata così, seppure, a fasi alterne, siano stati annunciati miracolosi “piani-carceri”. Probabilmente con il solo scopo di assicurare una schermatura politica al crescere esponenziale delle emergenze penitenziarie e delle inevitabili responsabilità, quantomeno erariali.

Per realizzare una pianificazione strategica, francamente, non sarebbero neanche occorsi straordinari tavoli di lavoro, oppure le commissioni più diverse, spesso tronfie di accademici che neanche da lontano avevano mai conosciuto le carceri nei suoi aspetti più vergognosi. Né tantomeno i più temerari rassemblement ideologici e di cassetta politica. Più semplicemente, sarebbe bastato consultare architetti, ingegneri, tecnici edili, direttori penitenziari, funzionari giuridico-pedagogici, comandanti di reparto e gli addetti alla manutenzione, sempre meno ordinaria del fabbricato, che pure erano già presenti, prima degli inevitabili e cadenzati pensionamenti, nell’amministrazione penitenziaria.

Certo che, per la realizzazione dei soli eventuali nuovi istituti, sarebbe stato necessario talvolta allargare la platea degli interlocutori, includendo obbligatoriamente, per ogni territorio, l’azienda sanitaria, l’amministrazione comunale, il prefetto, accanto a quelli già contemplati, quali il provveditorato regionale penitenziario e quello delle opere pubbliche, rectius delle infrastrutture.

Ma occorreva farlo, farlo per davvero, e sistematicamente.

Cosa fare, quindi, adesso e c’è ancora un qualche serio spazio d’intervento?

Forse sì.
L’attuale Governo, in verità, potrebbe provarci, perché la Premier Meloni è, dopotutto, la rappresentante di un partito che non ha mai governato il Paese. Per quanto qualche critico potrebbe dire che la stessa non risulterebbe assolutamente nuova a tale esperienza. Ma se il passato va ascritto al passato, che passato sia, per cui, obiettivamente, non potranno attribuirle, almeno per qualche tempo, delle responsabilità dirette.
Idem per il Ministro della Giustizia Nordio, al quale, francamente, consiglierei di non assumere ancora alcuna iniziativa, se non dopo avere verificato la bontà dei suggerimenti che dovessero pervenirgli, copiosamente, da ambienti radicati nel potere amministrativo. Insomma, credere solo “con riserva”.

Ma la verità sullo stato reale delle carceri andrà rappresentata senza alcuna ulteriore reticenza.

Suggerirei la seguente formula: “Signore e signori, abbiamo un sistema di strutture penitenziarie poco funzionale, il quale non solo non garantisce la tanto declamata sicurezza nel presente, attraverso il serio controllo e la costante attività rieducativa verso le persone detenute, prima che, immancabilmente, ritornino in libertà (sempre che non si suicidino prima), ma che ipoteca, in termini ancor più negativi, la sicurezza del futuro, delle nostre città, delle nostre case, non essendo noi riusciti ad assolvere i compiti assegnati dalla Costituzione.
Rischiamo, infatti, di rimettere in libertà persone che non hanno trovato in carcere alcuna seria opportunità di riscatto. Siamo consapevoli che molti di essi usciranno con un animo peggiore e perfino vendicativo rispetto al momento in cui furono sottoposti alla nostra custodia
”.

Ciò chiarito, occorrerà costituire il famoso tavolo, ma di tregua, di alleanze e di concertazione, al quale dovranno essere invitate anzitutto le OO.SS. di tutto il personale penitenziario, le autorità giudiziarie, l’ordine forense, le associazioni non governative rappresentative dei diritti delle persone detenute, il mondo della scuola e della formazione professionale e quello degli enti locali, perché tutti si convenga ad una onorevole componenda. Il patto sarà che nessuno sollevi alcun polverone (rectius, azioni legali) fino a quando non si perverrà alla riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente e, ove occorra, alla costruzione di nuovi funzionali e dignitosi istituti penitenziari.

Insomma, un ultimo e grande compromesso che tutte le parti, responsabilmente, dovranno accettare, offrendo altresì la propria leale collaborazione al programma di rinascita delle strutture penitenziarie.

Poi si avrà l’onere di “spiegarlo”, anzitutto alle persone detenute, le quali dovranno sapere di dovere, ahimè, in molti casi attendere ancora, rischiando non poche volte che il tempo di cantiere possa perfino risultare maggiore rispetto al proprio fine pena: c’est la vie, c’est la vie!

Certamente, con qualche saggio artifizio, potrebbero farsi delle ragionevoli concessioni alle persone ristrette, cogliendo spunto dalla spinta innovativa della Riforma Cartabia, attualmente in stand-by. La riforma ha allargato la possibilità di concessione di misure alternative alla detenzione per i reati per i quali sia prevista una condanna fino a quattro anni di reclusione: praticamente quasi tutti i reati, con esclusione di quelli gravissimi.

A ribasso, si potrebbe pensare di predisporre un qualche strumento deflattivo per svuotare gli istituti di pena, se e quando inizieranno i lavori, sempre che si definisca un piano-carceri davvero strutturato e finanziato.

In tal modo si eviterebbe anche una nuova stagione di contenzioso a Strasburgo, semmai “alimentata” da quanti, non più al potere, hanno interesse a fomentare la rabbia sociale e anche legale delle persone detenute, finora rabbonite con la mistica ideologica di sempre.
Ma, nel contempo, dovrà per davvero immaginarsi, sul piano legale, una sorta di salvacondotto per il Ministro Nordio e per la Premier Meloni, avendo gli attuali governanti la sola colpa di avere ereditato non un fondo agricolo sano, ma un campo dove si sono sversati per decenni fanghi tossici e mortiferi.
Insomma, un buco nero penitenziario.

Credits: Robert Pastryk da Pixabay

Di Enrico Sbriglia, su Ora Legale News

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