Dalla parte delle istituzioni
di Leonardo Spagnoletti (Consigliere di Stato)
Che prova hanno dato le Istituzioni pubbliche al tempo del Sars-Cov2, la pandemia da coronavirus che ha messo in ginocchio società, economie, sistemi produttivi nel primo semestre nefasto del 2020?
La risposta non è affatto incoraggiante.
Già la scoperta dell’inesistenza di un piano aggiornato per fronteggiare un’emergenza sanitaria di questa portata, a livello nazionale e nelle sue articolazioni locali, indica che è mancata la base di ogni minima politica sanitaria.
Un piano avrebbe dovuto definire una sequenza ordinata di azioni e interventi, un coordinamento tra i diversi livelli di governo: nel passato la pianificazione era parola chiave, ora al massimo indica documenti cartacei magari creati con tecnica di copia-incolla.
E’ stata tardiva la consapevolezza dell’esigenza di una copertura legislativa di divieti e prescrizioni con pesante incidenza e compressione quasi al minimo sostenibile di diritti di libertà, civile e economica.
Una improvvida riforma del Titolo V della Costituzione, a suo tempo attuata senza una visione di prospettiva, ha contribuito a creare le condizioni di uno “scoordinamento” tra Stato, Regioni e Enti locali, che nulla ha a che vedere con l’idea e i valori della sussidiarietà e che, nel concreto, ha alimentato protagonismi superficiali.
Il principio di “leale collaborazione istituzionale” è rimasto, una volta di più, declamazione verbale e non modo consustanziale di esercizio dei poteri ai diversi livelli di governo.
La lezione della pandemia consegna un paesaggio istituzionale disarmonico, pieno di crepe, e proprio nel momento in cui è più forte il bisogno di un progetto di profonda ristrutturazione della “casa Italia”.
Di riforma dello Stato e di riforme istituzionali si parla dalla fine degli anni settanta, eppure le molte (troppe) riforme attuate, soprattutto tra gli anni novanta del secolo scorso e il primo decennio di quello attuale, non hanno prodotto alcuna vera modernizzazione.
Sono state semmai aggiunte e raggiunte sacche inestricate di conflitti e sovrapposizione di competenze e centri decisionali.
I punti nevralgici di un disegno riformatore sono chiari: scuola e università, territorio, ambiente, energia, sanità, pubblica amministrazione, giustizia.
Il paese è una ecosfera istituzionale in cui ogni componente reagisce alle carenze dell’altra: senza una scuola e un’università serie, che sappiano costruire competenze e autentica cultura (e quindi anche uno spirito pubblico di base) non si può dare una politica adeguata, sede di confronto reale e sintesi, con forme di partecipazione reali, e quindi la formulazione di una visione dello sviluppo del territorio, rispettoso di ambiente e salute, con riduzione dei conflitti e adeguamento delle risposte giudiziarie.
Se non si riparte da queste elementari esigenze non vi sono “stati generali”, tavoli tecnici, task force che possano cambiare lo stato delle cose.
Il tempo è una variabile indipendente, e scorre verso un futuro più incerto e declinante.
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