Giovinezza che si fugge #9
di Enzo Varricchio
Giovinezza che si fugge,
guerra permanente tra vòmos e fùsis,
ordine e passione, tra l’equilibrio e la follia…
Quando la battaglia finisce
e impari finalmente a gestire
il Mister Hyde che è dentro il tuo dottor Jekill,
allora sei vecchio
e non hai più nulla per cui lottare.
Perché la primavera della vita si fugge anche se bella? Chi l’ha detto che per diventare grandi bisogna smettere di essere giovani?
M’interrogavo in tal guisa mentre scrivevo la massima in epigrafe a commento del De Senectute di Catone il vecchio, detto il censore, un’opera del 44 a.C. che ho riscoperto da poco ma che si è rivelata la conferma di come gli autori del passato siano talora più moderni dei nostri contemporanei. L’ottantatreenne generale, politico e scrittore, consolava l’amico Attico per gli acciacchi della sua vecchiaia, confutando le tradizionali accuse a questa età dell’uomo: la debolezza e decadenza fisica; l’attenuarsi delle capacità intellettive; l’impossibilità di godere dei piaceri dei sensi; la bizzarria del carattere e l’avarizia; la paura della morte.
Secondo Cato maior solo gli stolti sono impediti dall’avanzare dell’età, mentre i saggi ne traggono godimento per l’accresciuta esperienza e saggezza nella misura in cui abbiano saputo tenere in costante esercizio i sensi, la mente e anche l’anima. Ad esempio, la perdita di memoria e la demenza senile affliggono maggiormente chi non si dedica a una qualche operosa attività. Soprattutto, Catone contesta l’enunciato di Cecilio Stazio, secondo cui gli anziani sarebbero un peso.
Gli anziani che hanno vissuto saggiamente, contrastando con l’intelletto e l’azione il decadimento naturale, possono insegnare ai giovani ciò che sanno e a loro volta essi stessi possono apprendere qualcosa di nuovo.
Il giovane può cercare se stesso nell’esperienza di un anziano e viceversa. Entrambi cercano un senso nella loro età cui manca una parte che l’altro possiede
La prima cosa che oggi i più grandi possono insegnare ai più giovani è la capacità di stare insieme, di parlare, discutere, giocare in gruppo. Osservo sempre più ragazzini che si incontrano per restare ciascuno incollato al suo monitor senza scambiarsi una parola. La solitudine, che ai miei tempi era l’eccezione o una triste prerogativa dei vecchi, è ora la regola dei giovani. Il campo di calcio e i giardini adesso sono fatti di pixel e le parole sono post che a dire il vero ammaliano anche i meno avveduti tra gli anziani.
I giovani manifestano anche altri sintomi di vecchiaia. La memoria individuale non serve, tutto ciò che occorre sapere sta dentro il telefono, uguale per tutti, il resto chissà. I futuri partner non si acchiappano più con uno sguardo intenso e nemmeno in discoteca ma con app di incontri come Tinder. Non si rischia più la sconfitta e non si assapora più la vittoria.
Insomma, se Catone osservasse i giovani di oggi, forse gli sembrerebbero avviati a una precoce e invalidante vecchiaia.
In verità, i nostri discendenti sono sempre meglio di noi. Fuggono la giovane età perché si sforzano di identificarsi in un carattere stabile e cercano un ruolo definito nella società, sono persone felici quando li trovano senza attaccarcisi troppo. Viva la flessibilità abbasso la rigidità: rigido uguale vecchio, flessibile uguale giovane, anche in natura.
Dai loro figli e nipoti gli anziani possono trarre tanti insegnamenti: non dare mai per scontato di conoscersi a fondo e quindi sperimentarsi sempre, mettersi in gioco, evitando di impigrirsi e rinchiudersi in routine che solo apparentemente tranquillizzano ma che in realtà sclerotizzano, impedendo di assaporare la bellezza dell’imprevisto, dell’incognito.
L’imprevisto è ciò che si ricorda di un viaggio, talora non la strada giusta ma quella sbagliata insegna come giungere alla meta regalando sorprese. Il passato e il futuro non esistono ma solo il presente è vivo, del doman non v’è certezza. Un’emozione va vissuta sempre come fosse la prima volta, senza preconcetti. L’amore è amore anche dopo tre divorzi e la forza non dipende dall’età.
Propongo nuove definizioni dei due concetti. Si invecchia quando la lotta tra gli opposti cessa di scandire il nostro tempo, quando impariamo a domare il Mister Hyde, il daimon dentro di noi. Si è giovani quando si lascia la porta aperta al cambiamento e si è pronti a lottare per le proprie idee, giuste o sbagliate, si vedrà.
E’ questo l’unico elisir.
PH credit: Giorgio Pica, Campo di papaveri, 2017
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