Troviamo pace
di Massimo Corrado Di Florio
La non-pace della non-guerra sarebbe il modo più appropriato di cominciare a scrivere qualcosa sulla pace.
Le guerre, lo si sa, assumono la forma di una successione di battaglie il cui unico limite è rappresentato dalle forze in campo e, naturalmente, dalle rispettive risorse (economiche, umane, sociali) di tutti i belligeranti. Il risultato finale, apparentemente, è grossomodo la designazione di un vincitore.
Non si può immaginare una guerra senza averne programmato i relativi costi, a meno che, non si ipotizzino confronti bellici privi di qualsivoglia pre-calcolo in termini di impegni di spesa. È evidente che una simile ipotesi resta ancorata a impossibili scelleratezze umane. Tuttavia, non si può negare che, anche in taluni contesti di guerre recenti (e si pensi alla questione Malvinas/Falkland del non lontano 1982), abbiamo assistito ad un vero e proprio disastro probabilmente frutto di programmi egotici di qualche governante privo di scrupoli.
Ad ogni modo, dobbiamo evidenziare, sia pure con rassegnazione, che un nemmeno tanto eccessivo spirito pragmatico ci informa che la guerra costa e i costi delle guerre finiscono con l’incidere grandemente non soltanto sui contendenti ma anche su quanti – direttamente e/o indirettamente – co-partecipano al conflitto in essere.
Non nascondo che, detta in questi termini, la questione dei costi parrebbe interessare una mera faccenda contabile della guerra e, in effetti, per lo più, sentiamo spesso e volentieri discorrere di numeri riferibili alle enormi quantità di denaro che vengono utilizzate per armamenti, uomini, mezzi et similia.
In realtà, se persino Freud, a proposito della prima guerra mondiale, ebbe l’intuizione di svolgere acute osservazioni sul fenomeno della guerra (S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte [1915], in Opere Torino, Bollati Boringhieri), va da sé che le considerazioni (tutte ad impatto negativo) afferenti alla c.d. “contabilità” del delirio bellico hanno sempre lasciato il tempo che hanno trovato.
Ed è su questo aspetto particolare che, forse, occorre soffermarsi quanto meno per arricchire la vuota “contabilità” materiale con ulteriori elementi che, inesorabilmente, delineano un incremento esponenziale della voce “costi delle guerre”, anche se poi nella realtà si assiste una una sorta di eliminazione del fenomeno morte perfino dalle contese più massacranti della storia umana, con l’unico scopo di non “appostare” i valori negativi derivanti dal numero dei morti e, ovviamente, senza voler scomodare tutti quei valori col segno meno riferibili ai costi sanitari nel loro complesso.
Qualcuno parlerebbe, a ragion veduta, di una vera e propria opera di rimozione. Un comportamento utilitaristico teso ad allontanare le inevitabili contrapposte spinte anti-guerra.
Purtuttavia, le guerre continuano ad esistere e, con esse, i relativi costi nella loro complessa composizione.
Oggi, come un tempo.
Diamo qualche dato:
“Da metà Novecento i costi dei conflitti sono cresciuti in modo significativo. Uno studio della Marina americana stima i costi di tutti i conflitti in cui sono stati coinvolti gli Stati Uniti. Mentre nell’Ottocento i costi annui si contavano in decine di milioni di dollari (parametrati al dollaro del 2008), dalla guerra di Corea in poi i costi si contano in miliardi di dollari: si è passati dai 450 milioni l’anno della guerra messicana (1846-49) ai 3 miliardi annui della guerra ispanoamericana fino ai 100 miliardi l’anno per la guerra di Corea e i 50 miliardi l’anno della prima guerra del Golfo. Secondo alcune stime la prima settimana di invasione dell’Ucraina sarebbe costata 20 miliardi di euro.” (https://www.linkiesta.it/2022/03/quanto-costa-davvero-fare-una-guerra/Operazione in perditaQuanto costa davvero fare una guerra di Marco Gambaro).
I dati sono davvero sconvolgenti ma il vero guaio è che ci siamo abituati davvero a tutto semplicemente osservando da lontano quel che accade altrove, permettendoci il lusso di pontificare sul bene e sul male altrui, salomonicamente seduti sulla nostra poltrona di casa. I “cattivi” così come i “buoni” stanno al di là dello schermo del televisore. Inutile dire che, in questo contesto, si moltiplicano gli opinionisti esperti nell’arte della guerra. Le regole di questo gioco mediatico sono sempre le stesse: eliminazione delle sfumature e trionfo del bianco e del nero.
Possiamo dunque considerarci scivolati nel nostro participio passato dell’esistenza?
Abbiamo definitivamente abbandonato qualunque posizione dialogica complessa e essere caduti in un manicheismo di maniera che non ammette più alcuna altra manifestazione del pensiero che non sia un alto o un basso, un sud o un nord?
Credo invece e a ragion veduta che ci siamo trasformati in vittime sorde e consapevoli di una comoda iperpolarizzazione del vivere e ci siamo rifugiati in un perenne quotidiano intriso di false certezze rassicuranti. Ancora una volta trattasi di problema culturale.
In fin dei conti ci siamo “educati” al peggio senza nemmeno più considerare il contraltare del “meglio”. Una sorta di affrancazione dal pensiero manicheo che pur sempre ha finito con l’agevolarci. Curioso e suggestivo (ma in realtà comodo) abbandono di quel filo conduttore cui ci eravamo mollemente lasciati andare per la semplice ragione che la via più facile è quella più lineare. Insomma, la meno faticosa possibile.
“Che ci pensino gli altri…a pensare…”, potremmo dire.
L’alterità, proprio quella roba che, lontano dalle nostre intelligenze ovattate, esalta il nostro agire purché il suo stesso presupposto sia un c.d. pensiero di pancia.
Ad ogni modo, da adesso in poi, dismetto l’uso della prima persona plurale. Perciò, io non sono così. Non sono come i tanti “noi” diffusi. Insomma, uno più uno non fa sempre due e uno non è mai uguale a uno.
Non scriverò più, scimmiottando Vegezio (quello del noto “si vis pacem…”) e quanti lo scimmiottano, nessuna frase che ponga a confronto, all’interno di un circuito estremizzante, la non-guerra con la non-pace. In caso contrario, diverrei a mia volta quello stesso soggetto passivo che subisce uragani di opinioni senza avere nessun’altra possibilità di filtrare più nulla e, conseguentemente, approdare al nulla.
Il fenomeno più sconvolgente e disarmante attuale è difatti riassumibile in questa espressione: l’Essere, più che essere in-formazione è esso stesso informazione. Ma vittima di quella informazione di mera opinione del tutto deprivata di memoria e di storia.
Non è un caso che una valanga di informazioni ha finito con il destrutturare qualunque narrazione possibile portandola, infine, verso un vero e proprio appiattimento di ogni costrutto. E così, il tanto usato “si vis pacem para bellum” è una semplice informazione/opinione che deprime la formazione dell’Essere.
In questo clima di frustrante non-pace e di deprimente non-guerra -sia pure contrabbandata/edulcorata e fatta passare come l’operazione speciale del secolo- “la vera bellezza della natura è la sua grandezza; essa non esiste né per noi né a causa nostra, e possiede un potere di sopravvivenza che i nostri arsenali non possono minacciare (mentre noi possiamo facilmente distruggere le nostre meschine esistenze)” -(Stephen Jay Gould “Bravo Brontosauro – riflessioni di storia naturale” – Ed. univers. Ec. Feltrinelli/saggi -Prologo).
Ed è, infine, un problema di grandezze anche se, ahimè, le menti perverse di tanti rendono fragili i concetti di pochi. Preferisco essere fragile e continuare a pensare che una guerra, una non-pace o una non-guerra sono sempre -e da sempre- un assoluto abominio.
Credits: Lena Lindell da Pixabay Non Violence di Carl Fredrik Reutersward a Goteborg
Di Massimo Corrado Di Florio su Ora Legale News
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