L'Avvocatura per i diritti fondamentali

L’Avvocatura per i diritti fondamentali

di Roberto Giovene di Girasole (Avvocato in Napoli, componente della giunta della camera penale di Napoli e del comitato di diritto penale del CCBE )

Per molti anni ci siamo cullati nell’idea che i diritti fondamentali fossero un patrimonio ormai acquisito nelle nostra democrazie “avanzate”.
Le vicende dei tempi più recenti ci hanno invece drammaticamente dimostrato che non esistono isole felici, in cui i diritti umani siano sempre rispettati, in cui non occorra vigilare e battersi per difendere la dignità della persona umana.
Il terrorismo internazionale, le guerre atroci che affliggono diverse aree geografiche del pianeta, le strumentalizzazioni del fenomeno delle migrazioni, hanno prodotto in molti Paesi l’introduzione di legislazioni di emergenza e il conseguente affievolimento e/o sospensione di importanti diritti.
La situazione non è tranquillizzante neanche nel nostro paese.
Il linguaggio prevalente, in politica e sui social media, è spesso un linguaggio d’odio, che tende a demonizzare chi la pensa diversamente da noi in tutti i campi, compreso, purtroppo, quello della giustizia.
Temi delicati vengono affrontati da persone che non sempre hanno un’adeguata conoscenza tecnico/giuridica e si fanno largo demagogia e populismo giustizialista, abbandonando il confronto e la sana contrapposizione dialettica che dovrebbero guidare il dibattito sulle riforme.
Si dimentica che anche il responsabile del crimine più efferato ha diritto a tutte le garanzie processuali, a non subire tortura e trattamenti inumani e degradanti.
Il rispetto di questi principi è irrinunciabile nello stato di diritto e nella società democratica e non bisogna mai stancarsi di riaffermarli.
Gli Avvocati sono visti sempre più spesso come un ostacolo sulla strada di una giustizia facile, vendicativa, alla quale giungere rapidamente, a seguito di sommari giudizi di colpevolezza emessi sulla base delle prime informazioni e dei primi risultati investigativi, amplificati dai media, senza attendere i processi e le sentenze.
Il processo viene visto, in quest’ottica, come un rito se non inutile comunque dannoso, che serve solo per creare ostacoli strumentali al fine di impedire alla giustizia di fare il suo corso ed ai colpevoli di “marcire in galera”.
L’espressione e’ sempre più spesso usata prima ancora che i processi, che hanno l’insostituibile ruolo di accertamento dei fatti, nei quali l’imputato ha il diritto di difendersi provando, abbiano inizio.
Non riuscendo ad individuare misure capaci di incidere sull’eccessiva durata dei processi penali in Italia si è realizzata una riforma che, quando entrerà in vigore, sospenderà per sempre il decorso del termine della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Ci si dimentica che l’articolo 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali stabilisce che “Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti”.
Una “distrazione” che la dice lunga sul livello di compromissione dei diritti fondamentali anche nel nostro paese.
Tutto questo in un quadro generale che, senza voler fare paragoni con l’Italia, desta gravi preoccupazioni a livello internazionale.
In molti Stati il libero esercizio della professione di avvocato è negato e l’avvocato viene identificato con l’accusato e ritenuto complice dei delitti attribuiti a quest’ultimo, finendo per essere minacciato, messo sotto inchiesta, arrestato ed ingiustamente condannato, oppure addirittura ferito e/o ucciso, solo per aver esercitato liberamente la propria funzione difensiva.
Questo non accade soltanto in Paesi lontani, sottoposti a dittature conclamate, ma anche in paesi che si definiscono democratici e fanno parte del Consiglio d’Europa, come ad esempio la Turchia.
Non è un caso che, per la seconda volta dal 2009, quando venne istituita il 24 gennaio di ogni anno la “Giornata Internazionale degli avvocati in pericolo”, la ricorrenza del 24 gennaio sia stata dedicata ancora alla gravissima situazione che si registra in Turchia: secondo i dati diffusi da “Arrested lawyers Initiative“, un’associazione di avvocati turchi esuli nell’Europa continentale, all’inizio di quest’anno si contavano in Turchia 216 condanne definitive a carico di avvocati, per un totale complessivo di 1361 anni di carcere inflitti, 594 avvocati detenuti e 1546 sotto processo.
Cifre spaventose ma che non meravigliano in un Paese dove dopo il tentativo di colpo di stato del 2016 decine di migliaia di dipendenti pubblici, tra i quali giudici costituzionali, magistrati, professori universitari, insegnanti ecc. hanno perso il posto di lavoro solo perchè sospettati di cospirare contro lo stato e dove già in precedenza era in atto una grave repressione contro la minoranza curda.
Algeria, Bolivia, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Cina, Ciad, Egitto, Filippine, Grecia, Guatemala, Honduras, Iraq, Lettonia, Maldive, Marocco, Moldavia, Pakistan, Qatar, Russia, Ucraina, Vietnam, sono solo alcuni dei paesi dove, sia pure in contesti molto diversi e con gradi di intensità non comparabili, si registrano persecuzioni a carico degli avvocati che si battono per la difesa dei diritti ed il rispetto delle regole del giusto processo.

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