Coltivare parole

Coltivare parole

di Stefania Cavagnoli ( Docente di linguistica applicata, Università di Roma Tor Vergata)

«La fortuna di un popolo dipende dallo stato della sua grammatica. Non esiste grande nazione senza proprietà di linguaggio». Fernando Pessoa (1888-1935).

In questa citazione è riassunto il succo di tutte le riflessioni sulla lingua, e sulla lingua di genere.

Quando si parla di lingua e di linguaggio tutti/e si sentono competenti a discuterne e a giudicare cosa sia corretto e cosa no, spesso solo perché usano la lingua nella comunicazione quotidiana e in quella professionale e quindi si sentono all’altezza di dare giudizi.

Perfino quelle persone che dovrebbero considerare bene le conseguenze delle loro parole, in istituzioni formative, politiche, professionali, si sentono in dovere di prendere posizione nelle tematiche linguistiche.

In una trasmissione radiofonica (Prima pagina di Radio tre, una radio molto attenta alle parole e alla comunicazione) una collega politologa, ripresa da un’ascoltatrice per aver usato solo il maschile cosiddetto inclusivo nella sua rassegna stampa, si giustifica dicendo che lei preferisce il maschile neutro, facendosi chiamare professore e non professoressa.

Dal punto di vista della linguistica, ciò è quanto meno bizzarro.
I motivi sono molti, ma il dirimente è uno: perché non è una questione di scelta, ma di grammatica.
In italiano esistono due generi, femminile e maschile, mentre non esiste il neutro; le parole vanno declinate a seconda di chi o cosa rappresentano, per una rappresentazione coerente della realtà.
Non ci dice che possiamo discutere ogni volta come preferiamo che vengano chiamate le cose e le persone.
E di solito, ci atteniamo in modo spontaneo e corretto a questa regola.

Ci arrabbiamo e attribuiamo ignoranza linguistica a chi scrive qual è con l’apostrofo, o usa l’imperfetto indicativo al posto del congiuntivo o del condizionale, ma sosteniamo la scorrettezza grammaticale per l’uso del femminile?

Titoli come “Addio a “presidenta” e “ministra”: il Palazzo rinnega e resetta la Boldrini”, e ancora “Intestazioni femminilizzate dalla Boldrini: si cambia”, provocano una reazione di fastidio a chi di lingua si occupa quotidianamente e professionalmente.
Il fastidio è causato sia dalla forma, che sempre è sostanza, sia dal contenuto.

La forma citata è sbagliata (a proposito?), e dimostra un’ignoranza della lingua italiana: “presidenta” non è una parola italiana (si chiamava così Michelle Bachelet, in Cile), mentre lo sono “la presidente” e “il presidente”.

Le regole per la declinazione al femminile sono le stesse che servono per tutte le parole della nostra lingua, e che, se ci fossero ancora dubbi, sono state ricordate e specificate già nel 1987, nel testo di Alma Sabatini, oltre che in moltissime guide e documenti di amministrazioni pubbliche, di centri di ricerca e dell’Accademia della Crusca.

Ma anche il contenuto è sbagliato: la lingua non è cosa di Boldrini, è una ricchezza di tutte le persone che la parlano e la usano quotidianamente.
Sono i/le parlanti che la modificano, la consolidano, la rendono condivisa.

È triste che sia necessaria (o lo sia stata) una azione politica e amministrativa, come quella che è stata realizzata ad opera della Presidente della Camera nel 2016.
Ma evidentemente lo era davvero, necessaria.

La lingua, male utilizzata, propone quotidianamente discriminazioni e nasconde la presenza femminile.
La lingua è il costrutto di una società, è la conseguenza di un ambiente, e di un modo di pensare.
La lingua crea la realtà, e la descrive.

La questione è quindi se, attraverso la lingua, ci interessa rappresentare la realtà attuale, in cui le cariche sono rappresentate da donne e uomini, o semplicemente continuare a riproporre una visione linguistica che non è reale.

Una rappresentazione al maschile non descrive la realtà in cui viviamo, in cui una donna è la più alta carica del senato, in cui alcune donne sono a capo di un ministero, in cui nelle principali istituzioni europee e internazionali non sono solo gli uomini a dirigere.

Inoltre, molto spesso, attraverso un uso al maschile della lingua per cariche e professioni, si sostiene che le espressioni comuni siano frutto di regole grammaticali, e che l’intervento di femminilizzazione sia un andare contro le regole.
Falso.
Tale ipotesi si basa sull’idea dell’immaginario, che è al maschile, nella lingua italiana, per tradizione, storia e focus antropocentrico.

Lo stesso vale per certi stereotipi e discriminazioni che non vengono nemmeno riconosciuti come tali.
La lingua è uno strumento di riconoscimento dei cambiamenti e serve per agevolare le modifiche della realtà.
Non reggono quindi le motivazioni della caratterizzazione neutra delle cariche, che neutra non è ma è sempre al maschile.

Non regge nemmeno la motivazione del “si è sempre detto così”.
La lingua cambia e noi la usiamo sempre adattandola alla situazione, inserendo parole di lingue straniere, inventando neologismi e formule diverse dalla tradizione.

Solo con l’uso del femminile si scatenano reazioni di pancia, nascoste dietro motivazioni che però non reggono. Perché?
Al fondo di tutte queste reazioni c’è un rapporto di potere.
Evidentemente il maschile è considerato più importante, e lo dimostrano le donne che insistono ad essere chiamate nella denominazione delle loro funzioni come gli uomini.

Implicitamente, e esplicitamente, attribuiscono quindi al genere maschile un potere maggiore rispetto all’uso del femminile.
La presa di posizione della presidente del Senato e di alcune ministre è la dimostrazione che davvero il modello di riferimento è quello maschile.
Contrariamente alle regole grammaticali, e contrariamente alla descrizione effettiva della realtà.

Se le donne e gli uomini non capiscono che la lingua è una questione sostanziale, e non marginale, per la parità e il cambiamento, la loro situazione non cambierà.

La lingua è determinante, e dovremmo imparare a usarla in modo adeguato, curandola e rispettandola.
Anche e a maggior ragione in Parlamento.

La linguistica ci dice inoltre che la lingua si modifica, si adegua alla realtà socio-politica; adeguarsi significa cambiare.
Se abbiamo sempre detto una parola, ma essa non è più adeguata perché la situazione è diversa, cambiamo parola, ce ne inventiamo un’altra, la traduciamo da altre lingue.

Lo facciamo ogni giorno, senza problemi, anzi, spesso con un certo piacere nell’utilizzare espressioni che ci sembra alzino il registro del nostro discorso, o ci facciano sentire parte della comunità linguistica a cui apparteniamo.
Eppure, alcune persone non sono disponibili ad accettare questi meccanismi tipici della lingua italiana nell’ambito della femminilizzazione delle professioni e delle cariche, qualora certi ruoli, che un tempo erano unicamente maschili, vengano ricoperti da donne.

Non valgono giustificazioni come “si è sempre detto così” e nemmeno il ritornello del “suona male”.
Suonare male in linguistica significa che i e le parlanti non si sono ancora abituati/e a quel suono; la lingua è una questione anche di abitudine.
E l’abitudine si forma usando la lingua.

È una questione di abitudine e di stereotipi, quindi: battersi per il riconoscimento delle differenze di genere significa in primo luogo partire dalla lingua, che descrive, marca, scompone tali differenze. Non è quindi una questione marginale, ma centrale.

È una questione del riconoscimento di chi parla e viene chiamato. Quello che non si nomina non esiste.
Ciò che fa riflettere però, a questo proposito, è che si mettano in evidenza queste difficoltà solo con le parole al femminile, se riferite a cariche o professioni importanti.

Pochi/e sono coloro che si sentono disturbati/e da espressioni nuove e non abituali.
Ma quando si tratta di nominare le donne si scatenano commenti feroci e spesso irrazionali.

Dal punto di vista sociolinguistico pare sia una la questione dirimente: si discute della lingua di genere solo se si tratta di rapporti di potere.
Se le donne possiedono un profilo professionale di alto livello, sono procuratrici, avvocate, chirurghe, professoresse, o ricoprono cariche politiche e istituzionali (ministre, presidenti, rettrici), si discute, di solito in modo molto passionale, se usare il femminile nella lingua comune o specialistica.

Non se ne discute, non ci si pensa nemmeno, se le stesse donne lavorano in ambiti diversi, ed hanno una formazione minore.
È questo il vero problema, di cui si deve discutere, su cui bisogna confrontarsi.
Soprattutto negli ordini professionali, nelle sedi rappresentative, nelle università, negli organi di stampa.

Le regole grammaticali sono chiare, ed esistono parecchi strumenti per chiarire gli eventuali dubbi, in forma di pubblicazioni e vademecum, oltre alla riflessione scientifica che in Italia è presente almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso.
Sono molti i corsi di formazione sul territorio italiano, le conferenze, i dibattiti.

Il Consiglio Nazionale Forense ha avuto a cuore questo tema negli anni scorsi, sostenendo e promuovendo incontri che hanno provocato, a cascata, ulteriori approfondimenti in molti Comitati pari opportunità degli Ordini degli avvocati (e delle avvocate) sul territorio nazionale.

Eppure, la questione resta ancora aperta, per le/i parlanti, mentre la linguistica lo considera un tema già discusso.
Il titolo di un articolo recente uscito su un quotidiano nazionale recitava: “cosa c’è da ridere nell’usare architetta, magistrata, ministra?
Non solo non c’è nulla da ridere, ma pare che chi argomenta contro la correttezza grammaticale non si diverta proprio, anzi, si arrabbi e intervenga in modo stizzito.

Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché tale tema scateni reazioni così profonde.
Se è davvero marginale, come viene spesso sostenuto, se i problemi sono altri, perché reagire in modo così coinvolto?
L’uso di una lingua adeguata al genere contribuisce a costruire una cultura che tenga conto delle differenze, e che allo stesso tempo rappresenti tutti/e coloro che partecipano alla vita sociale, economica e politica.

www.grammaticaesessismo.com

Per una minima bibliografia si può partire da Sabatini, A. (1987) Il sessismo nella lingua italiana, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si vedano inoltre (in ordine alfabetico):
Cavagnoli, S. (2013), Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile, Alessandria, Edizioni dell’Orso
Cavagnoli, S., Ioriatti Ferrari E. (2010) Linguaggio giuridico, genere e precarietà, in Rivista italiana di linguistica e dialettologia, XII, 189-204.
Covi, G. (2018), Fa differenza dire le differenze di genere?, Trento, Consiglio della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol
Dragotto, F. (2012), Grammatica e sessismo. Questione di dati? Lavori del seminario interdisciplinare, Roma, Universitalia.
Fusco, F. (2012) La lingua e il femminile nella lessicografia italiana, Tra stereotipi e (in)visibilità, Alessandria, Edizioni dell’Orso.
Giusti, G. (a cura di) (2011), Nominare per esistere: nomi e cognomi, Venezia, Cafoscarina.
La lingua e il femminile; magazine Treccani.it, http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/femminile/mainSpeciale.html
Lepschy, G. (1988) Lingua e sessismo, in Lepschy, G., Nuovi saggi di linguistica italiana, Bologna, Il Mulino.
Malaisi, B. (2011), Il linguaggio di genere in ambito giuspubblicistico, in www.federalismi.it, http://www.federalismi.it/ApplMostraDoc.cfm?Artid=18074&edoc=03052011101352.pdf&tit=Il%20linguaggio%20di%20genere%20in%20ambito%20giuspubblicistico#.UY_ZQEr_kWc
Marcato, C., Thüne, E. M. (2002) Gender and Female Visibility in Italian, in M. Hellinger, H. Bussmann (eds.) Gender across Languages. The Linguistic Representation of Women and Men, Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins, 187-217.
Pitoni, I. (a cura di) (2007), I termini della parità, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Ufficio della consigliera di parità, Isfol, Roma
Robustelli, C. (2012b), Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Firenze, Comune di Firenze.
Sapegno, M. S. (a cura di) (2010) Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole, Roma, Carocci.
Thornton, A. (2012) Quando parlare delle donne è un problema, in Thornton, A., Voghera, M. (a cura di), Per Tullio de Mauro, Studi offerti dalle allieve in occasione del suo 80° compleanno, Roma, Aracne, 308-316.
Tutt’altro genere di informazione, (2016), Roma, Ordine dei giornalisti, http://www.odg.mi.it/lo-scaffale/tuttaltro-genere-dinformazione

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