siamo le parole che usiamo

Siamo le parole che usiamo

di Enzo Varricchio

Siamo le parole che usiamo.
La storia dell’uomo è prima di tutto la storia delle parole scritte che l’hanno raccontata.
Le parole hanno una storia e questa è oggetto dell’etimologia. Nella loro storia è incisa la storia della nostra specie. La scrittura, apparsa intorno al quarto millennio a.C. dopo il disegno e il pittogramma, fu un atto fondativo dell’homo sapiens. Dai caratteri cuneiformi ai geroglifici fino ad oggi la parola scritta ha avuto il compito di tramandare memoria delle umane vicende. Prima la tavoletta, poi il papiro, la pergamena, poi il libro hanno rappresentato il veicolo di trasmissione della conoscenza, oggetti inanimati hanno avuto la capacità di insegnare, emozionare, far innamorare (Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…).

Le parole servono a comunicare pensieri, idee, stati d’animo. Per uno scrittore, un giornalista, uno storico, un cantautore, un giurista, le parole sono gli strumenti di lavoro; per chi scrive di professione, a quella del comunicare, si aggiunge la preoccupazione del permanere, che a sua volta implica l’assunzione di una responsabilità attuale e futura: ciò che scriviamo potrà un giorno essere usato contro di noi (o a nostro favore). Scripta manent, soprattutto oggi, che le memorie virtuali dei server possono contenere e conservare tutte le sciocchezze, le parole stupide che abbiamo scritto e pubblicato on line.

Tutto ciò non preoccupa i non professionisti della parola.

Attraverso social e blog la parola è distorta, deformata, asservita all’immagine, come la citazione di un libro che non si è mai letto. E la gara è a chi la spara più grossa, tanto c’è la “finestra di Overton” che permette di “accettare” anche le idee più impensabili. Ma questa è libertà (se non danneggia alcuno) e non tutti siamo uguali.

Scrivere è sempre una forma di narrazione, che siano gli atti del processo, i verbali di un sopralluogo tecnico o le pagine di un romanzo; in questo può innestarsi la funzione del narrare = scrivere la storia, o addirittura testimoniare con la cronaca, attività attinenti alla ricostruzione dei fatti processuali, di cui ben s’intendeva il solito Calamandrei quando scriveva: “La storia è un racconto di parte. Qualcuno decide, sulla base di quanto è in suo possesso, di raccontare eventi che altrimenti sarebbero rimasti ignoti; quella dello storico è un’opera d’invenzione poetica. Egli non è presente, se non in rari casi, all’evento. In questo egli somiglia al giurista e compie per un tratto la stessa strada del giurista” (P. Calamandrei, Il giudice e lo storico, 1939).
La storia è sempre un racconto di parte, non esiste in modo oggettivo, ma le parole scritte servono a giudicarla, a giudicare quella interpretazione dei fatti, perché le parole si portano addosso i profumi, gli umori e persino i sapori del tempo in cui furono adoperate.

Perché le parole costruiscono trame e ogni storia esiste in virtù di una trama.
Le parole liberano e quelle scritte spingono a liberarsi, per questo le dittature bruciano i libri e le multinazionali informatiche appiattiscono il linguaggio su un inglese artificiale che impoverisce la comunicazione e la gamma delle sfumature di significato così simili alla variegata umanità.
Dei circa 160.000 vocaboli della nostra lingua una persona di media cultura ne adopera tra 10.000 e 30.000, oltre 30.000 se si tratta di soggetti di cultura elevata.

Perché sprecare tutto questo ricchissimo patrimonio?

L’analfabetismo di ritorno è una conseguenza di tale spreco. Le parole scritte meritano di essere salvate, tanto più se antiche e a rischio di estinzione, come cerca di fare la casa editrice Zingarelli con l’iniziativa #paroledasalvare, un’installazione stradale a forma di gigantesco dizionario aperto con le parole in via di estinzione.

Che parole lasceremo ai nostri posteri?
Salvare le parole significa salvare i libri in cui sono scritte. Presto il libro cartaceo sarà sostituito dall’ebook e diventerà prima un oggetto da collezione, poi si musealizzerà, come il VHS, il dischetto, la stessa televisione, il giornale. Sarà solo un contenitore di memoria e non più il quotidiano compagno di avventure come è stato per le precedenti generazioni.
Salviamo i libri. I libri devono essere oggetto di discussione negli eventi mondani e nelle feste. Se ne deve parlare e i genitori devono dare l’esempio: una madre che non legge, facilmente avrà una figlia che non legge e viceversa.

Al posto dell’isola dei famosi discutiamo dell’isola del tesoro di Stevenson; invece del grande fratello televisivo, la sera rileggiamo 1984 di Orwell; basta Cassano calciatore, studiamo Cassano sociologo.

A me non fa impazzire la sociologia, mi sembra un po’ la scienza dell’ovvio, ma è sempre meglio di un paio di quadricipiti femorali superpagati.

Regaliamo ai nostri figli “40 regole per scrivere bene in italiano di Umberto Eco”, facciamoli appassionare alle infinite sfumature che sono la ricchezza della nostra lingua, insieme alla semplicità e universalità dell’inglese (ma anche del latino). Educhiamoli a discernere tra le parole, come insegnava il maestro Giorgio De Chirico che aveva in antipatia parole come “nebbia”.
Io odio la parola “suggestivo”, mi dà di digestivo.

Dello stesso Autore su Ora Legale News
https://www.oralegalenews.it/?s=Enzo+Varricchio

http://www.scriptamoment.it/2019/10/01/save-the-words/
https://dizionaripiu.zanichelli.it/cultura-e-attualita/approfondimenti/cultura-strada/parole-da-salvare-una-missione-didattica/

Photo credit: Michael Schulz /buddhist-monks-on-the-white-walls-of-hsinbyume-pagoda-mandalay-myanmar

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