Libere dall’autorizzazione maritale

Libere dall’autorizzazione maritale

di Maria Grazia Rodari (Avvocata in Verbania)

Un anniversario: solo 100 anni!?

100 anni solamente sono passati dalla c.d. “Legge Sacchi” (Deputato Ettore Sacchi, proponente in Parlamento, all’epoca del Ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Zanardelli).
Il 19 luglio 1919 veniva pubblicata in G.U. la legge, promulgata da Re d’Italia Vittorio Emanuele III “per grazia di Dio e per volontà della Nazione”, approvata da Senato e Camera dei Deputati, che stabiliva “norme circa capacità giuridica della donna” e che, modificando il Codice civile del 1865, aboliva l’istituto dell’autorizzazione maritale e riconosceva, seppur con delle limitazioni, l’accesso delle donne agli impieghi pubblici e all’esercizio delle professioni.

Solo negli anni ’20, dopo oltre 50 anni di iniziative, le donne italiane riuscirono sostanzialmente ad ottenere qualche forma di attuazione di una piena cittadinanza, seppur non ancora paritaria.
Dopo una battaglia legale ultradecennale, nel 1920, Lidia Poet, all’età di 65 anni, poté iscriversi all’Albo degli Avvocati di Torino ed utilizzare il titolo di Avvocato.
Si dovrà arrivare all’anno 1946 per le prime elezioni a suffragio universale e al 1947, quando l’Assemblea costituente approvò l’articolo 3 della Costituzione, per il susseguirsi di leggi a sostegno delle donne e della maternità.

Nel 1960, nella rivista “Donne d’Italia“, edita dal Movimento femminile di azione cattolica l’Avvocata Valentina Barilli del Foro di Reggio Emilia (1930-2019), che ha esercitato negli anni in cui la professione forense era quasi esclusivamente maschile, riconosceva come, sebbene l’istituto della potestà maritale si rilevasse nella mentalità e nel costume sotto molti aspetti superato, molte norme giuridiche non avessero ancora subito modifica.
Il Codice di quell’epoca, infatti, irremovibile sulle sue concezioni napoleoniche, rimaneva sostanzialmente ancorato alla tradizionale equiparazione della donna ad altri soggetti di ridotta capacità giuridica.

Importanti passi in avanti, sul cammino della affermazione delle donne e della loro ascesa ai vertici delle istituzioni, della politica, dell’economia sono stati fatti in seguito e, senza questi fondamentali passaggi, non avremmo nel XXI secolo tante donne impegnate nelle libere professioni.

Il libro “Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia”, curato dalla Fondazione Nilde Iotti, riporta i progressi legislativi della vita repubblicana, che hanno contribuito a modificare la situazione femminile e che hanno visto le donne come protagoniste principali, verso il cambiamento sociale, culturale e giuridico.

Un lento cammino, verso la condizione attuale delle professioniste, dove qualsiasi discorso verso la parità infastidisce, anche qualche donna arrivata ai vertici. Lo si avverte nei vari consessi, nei quali gli uomini accennano a “quote azzurre” ed attaccano le donne, accusandole di non votarsi fra di loro.
Come si comprende bene manca una visione di riequilibrio della parità, che è una visione democratica, non una questione sessista.
Il principio giuridico della parità va infatti inteso come l’assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale della persona e ritengo debba passare attraverso la sensibilità di uomini e donne.

Alle giovani generazioni di professioniste la situazione odierna appare quasi scontata, ma essa è il frutto di un lento lavoro di rimozione di impedimenti, verso un cambiamento di mentalità e di condizioni di vita, ancora in itinere.

Suggerisce sapientemente l’Avvocata Ilaria Li Vigni, nel suo ultimo libro “Donne e potere di fare” edito da Franco Angeli: “Resta molto da fare e sarà fondamentale, in questa fase critica, il ruolo delle donne che sono riuscite a incrinare il “soffitto di cristallo”.
La posizione al vertice di alcune di loro sarà una determinante leva sociale se aprirà a scelte libere e se saprà accelerare mutamenti significativi: l’innovazione dell’organizzazione del lavoro con orari flessibili, la creazione delle condizioni per un guadagno equo e il superamento, in tema di educazione, di modelli culturali ancorati a stereotipi di genere.
Solo con questi radicali mutamenti sociali potremo assistere a un equilibrio di genere moderno, concreto e davvero compiuto
“.

Un cammino dunque ancora in corso, che aprirà a mutamenti nella misura in cui la libertà di pensiero delle donne riuscirà a trovare più spazio, come valore aggiunto verso il miglioramento della società.
Non dimentichiamo che le donne, rispetto agli uomini, sono più affidabili, concrete e meno inclini alla pratica corruttiva, come confermano alcuni studi sociologici. Si tratta di aspetti positivi della personalità delle donne in generale, sui quali va richiamata l’attenzione per la promozione e la valorizzazione della componente femminile, dei suoi meriti, nei vari ambiti ed anche ai vertici, dove le donne restano sottorappresentate soprattutto nei luoghi decisionali economici.

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