Processo per stupro
di Roberta De Siati e Anna Losurdo
Sono trascorsi più di trent’anni dal processo che vide come protagonista Fiorella, la ragazza stuprata da una banda dopo averla tratta con l’inganno in una villa isolata e trattata dalla difesa degli imputati come una donna di malaffare, una sgualdrina… perché se non lo fosse stata certamente non si sarebbe trovata in una situazione del genere.
La sua presenza al processo ebbe caratteri paradossali perché Fiorella vestì contemporaneamente i panni di parte offesa e di imputata, paradosso che ancora oggi si ripropone quando prevale l’antica perversione di distruggere la donna davanti agli occhi del Giudice, dell’opinione pubblica e anche di sè stessa, per intraprendere la “migliore difesa” per lo stupratore, o per il branco o per il violento.
Il c.d. “metodo Boffo”, infatti, quello di infangare la reputazione dell’avversario per sterilizzarne la capacità competitiva e reattiva, le donne lo conoscono dai tempi dei tempi.
È lo stesso delle malelingue che ripetendo le loro bugie provano a trasformarle in verità con tecnica manipolativa delle coscienze ed è il metodo di avvocati che poco hanno da dire e da magistrati ancor meno valorosi.
Le cose dovrebbero essere cambiate dopo trent’anni e in parte lo sono, tuttavia meno raramente di quanto non si pensi, si può ancora arrivare a colpevolizzare l’offesa dal reato per la violenza che ha subito: Chissà com’eri vestita… hai goduto? Hai urlato? Ti sei ribellata? Sono domande manipolanti, di una brutalità paragonabile solo a quella appena subita, perché il “non detto”, quel che percepisce chi ascolta, è l’insinuazione velenosa di essere stata la causa che ha scatenato la violenza mentre, invece, questa è solo in chi l’ha perpetrata.
Si riesce ad arrivare anche oltre, e cioè all’assurda negazione dello stupro perché la vittima sarebbe “indegna” perfino di essere stuprata per la sua bruttezza… come se lo stupro fosse un’attestazione all’aspetto fisico (una sorta di premio) che il violento stupratore non può avere fatto a una brutta e fantasiosa ragazza (“troppo brutta per essere stuprata” (sentenza della Corte d’Appello di Ancona poi riformata in Cassazione ad aprile 2019).
Oggi, tecnicamente, parliamo di vittimizzazione secondaria; è più facile che sia perpetrata da coloro che entrano in contatto con la donna violata (medici, sanitari, polizia, avvocati, magistrati) ma anche il privato cittadino e la stampa riescono, da lontano, a innescare circoli di viziosi, umilianti al pari della violenza subita.
Viene da pensare che nel processo di formazione degli avvocati e dei magistrati dovrebbe essere obbligatorio visionare il “processo per stupro” nel quale parla una sola voce moderna quella dell’avvocata della parte offesa, Tina Lagostena, per estirpare una volta e per sempre, sin dall’inizio, il seme del maschilismo più becero almeno nelle aule dei Tribunali dove l’Equità e la Giustizia dovrebbero essere di casa.
Ecco l’arringa dell’Avvocata Tina Lagostena Bassi, difensora di parte civile nel processo per lo stupro di Fiorella.
Fiorella, 18 anni di Latina, denunciò per violenza carnale di gruppo quattro uomini, fra cui Rocco Vallone, suo conoscente.
Fiorella, lavoratrice in nero, dichiarò di essere stata invitata da Vallone in una villa di Nettuno per discutere una proposta di lavoro stabile come segretaria presso una ditta di nuova costituzione, e di essere stata sequestrata e violentata per un pomeriggio da Rocco Vallone stesso e da altri tre uomini. Gli imputati ammettono spontaneamente i fatti al momento dell’arresto; interrogati successivamente, negano tutto; in istruttoria, dichiarano che il rapporto era avvenuto dopo aver concordato con la ragazza un compenso di 200.000 lire
Il Tribunale condannò Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni (da non confondersi con il prof. Claudio Vagnoni di Roma) ad un anno e otto mesi di reclusione, mentre Roberto Palumbo fu condannato a due anni e quattro mesi. Tutti e quattro gli imputati beneficiarono della libertà condizionale e furono subito rilasciati. Il risarcimento dei danni venne calcolato in due milioni di lire.
«Presidente, Giudici,
credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo.
Intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato.
Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa.
Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia, come donne?
Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto.
Noi donne abbiamo deciso, e Fiorella in questo caso a nome di tutte noi – noi le siamo solamente a lato, perché la sua è una decisione autonoma – di chiedere giustizia. Ecco, questa è la nostra richiesta.
E certo, io non sarò molto lunga, ma devo purtroppo ancora prendere atto, e mi scusino i colleghi, che se da parte di questo collegio si è trattato in questo caso Fiorella, ma si sono trattate le donne, come donne e non come oggetti, ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento.
Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito.
Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli – non sempre ce l’ho, lo confesso – di avere la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo.
Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocato – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale.
Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori “Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un po’ è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!”
Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto.
E nessuno lo farebbe nemmeno nel caso degli espropri proletari – ma questi sono avvocati che certamente non difendono nessuno che fa esproprio proletario.
Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?
E questa è una prassi costante: il processo alla donna, La vera imputata è la donna.
E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.
Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare una donna venire qui a dire “non è una puttana”.
Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, e senza bisogno di difensori.
E io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza, ed è una cosa diversa.
Tutto si cerca di sporcare.
Questa ragazza, alla ricerca disperata di lavoro – e che lavoro fa? lavoro nero, mentre se andasse per le strade, non avrebbe bisogno di andare per 70.000 lire al mese a lavorare da Giordano, perché tanto era il suo guadagno. Pensate, una violenza carnale ad opera di quattro, durata un pomeriggio, con un sequestro di persona in una villa, viene valutata 2.000.000.
Il silenzio della Fiorella valeva 1.000.000, invece.
Questo, vi prego di tenerne conto, ai fini dell’esame di quella tal congruità dell’offerta di risarcimento.
Bene, le si offre 1.000.000, e Fiorella, che ripeto eppure è una ragazza che avrebbe bisogno di soldi – ma li vuole solo lavorando pulitamente, anche se fa lavoro nero, se viene sfruttata come lavoro; ma vuole guadagnare i soldi solo col suo lavoro – fa finta di accettare, guadagna qualche ora, non vi sto a rileggere tutto, dice “Ne riparliamo domani”. Perché domani? Sono le 7:30 di mattina, alle 8 ci sono altre telefonate, lei risponde “Non lo voglio vedere subito”, alle 11 è già al commissariato.
Ma il maresciallo è stato fin troppo chiaro, quando ha detto “Quando sono andato a fermare il Vallone, se lo aspettava, e mi ha detto – Sì, per i fatti di Fiorella, siete qui per i fatti di Fiorella.”, l’abbiamo sentito or ora.
Ma se i fatti di Fiorella era che avevano avuto un rapporto, a pagamento, non a pagamento, ma con una donna consenziente, ma come uno si aspetta la polizia?
E poi, la seconda parte: vengono interrogati dal pubblico ministero a Regina Coeli, e non è ancora intervenuto il difensore a dare i suggerimenti, e allora che cosa fanno? Negano. Mentre al maresciallo confermano di avere avuto rapporti carnali, perché tanto anche hanno detto, di fronte al PM negano, negano l’evidenza.
Ma chi ha mai detto che occorre la pistola, che occorrono le botte?
Nel Medioevo, sì, si diceva, quando si parlava, e vi ricordate, la giurisprudenza del decennio scorso, della vis grata puellae.
Non siamo più ancorati a provare questa “violenza gradita alla fanciulla” che si ammanta di pudicizia.
Nel 1977-78 i costumi sono diversi. Se una donna vuole andare con un ragazzo, ci va, molto più semplicemente, e non si parla di vis grata puellae, né di quella resistenza, anche una bella sentenza, destinata a cadere come le mura di Gerico.
A nome di Fiorella e a nome di tutte le donne, molte sono, ma l’ora è tarda e noi vogliamo giustizia.
E difatti questo io vi chiedo: giustizia.
Noi non chiediamo le condanne, non c’interessano.
Ma rendete giustizia a Fiorella, e attraverso la vostra sentenza voi renderete giustizia alle donne, a tutte le donne, anche e prima di tutto a quelle che vi sono più vicine, anche a quelle povere donne che per disgrazia loro sono vicine agli imputati.
Questa è la giustizia che noi vi chiediamo.
Per quanto attiene al risarcimento, già vi ho detto: una lira per Fiorella, questa ragazza così venale, che andava con uomini per soldi, vero?, e sulla quale voi butterete fango, butterete fango a piene mani.
Bene, questa ragazza così venale vuole una lira, e vuole la somma ritenuta di giustizia devoluta al Centro contro la violenza sulle donne, perché queste violenze siano sempre meno, perché le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla giustizia siano sempre di più.”
“Processo per stupro” è un documentario del 1979 girato nel Tribunale di Latina e realizzato per RAIDUE da sei giovani programmiste, filmaker e registe: Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carin.
Fu presentato al festival di Berlino, con il titolo “A Trial for Rape“; fu insignito del “Prix Italia for documentaries” e ricevette una nomination all’International Emmy Award.
Una copia è conservata al MOMA di New York.
Image credit: Graft unbuilding walls; German Pavilion at the 16th International Architecture Exhibition in Venice
https://image.architonic.com
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