Una storia blu

Una storia blu

di Pietro Buscicchio (Psicologo e pscoterapeuta – Uomini in Gioco/Maschile plurale)

Un gruppo di studenti e studentesse di liceo morde il cane, e questo fa notizia.
Per un po’, ovvio.
Poi i fari mediatici devono andare altrove, la vita va avanti, il pubblico rischia di annoiarsi.
Comunque, questi studenti e studentesse mordono il cane.
Il cane della prepotenza, vessazione, bullismo e cyberbullismo; il cane della violenza, se vogliamo dirlo con una sola parola.

Violenza esercitata nelle forme e nei modi che conosciamo, messaggi a contenuto sessista (“lesbica repressa”) e intimidatorio (“devi andare a casa puttana”), con tanto di aggiunta di una svastica disegnata sulle mura della sede del circolo politico che la studentessa in questione frequenta.

Le sue “colpe” sono tante, pare sia anche dichiaratamente femminista.

Sembrerebbero esserci abbastanza elementi per orientare la studentessa verso una rinuncia al suo ruolo di rappresentante d’Istituto e al suo impegno politico, magari cominciando a programmare un trasferimento in Sardegna, (http://www.lanuovasardegna.it/regione/2019/03/14/news/mille-euro-al-mese-alle-donne-che-fanno-figli-1.17785126) dove tra un poco potrebbe avere mille euro al mese, a patto che resti a casa e faccia figli (“Maschi, Bianchi, Cattolici, Eterosessuali”, direbbe il mio amico antropologo Felice Di Lernia).

Invece, ci sono queste altre studentesse che decidono di fare qualcosa, di non tacere, di impicciarsi.
Mordono il cane violenza.
Coinvolgono altri studenti e studentesse, scrivono dialoghi teatrali ed elaborano nessi tra omertà, ipocrisia e violenza nelle sue varie forme.
Parafrasando De André non si sentono assolti, si coinvolgono.
Chiedono un’assemblea d’Istituto per parlare di queste cose, e mordono.
Il morso della ragione alla violenza, il morso della parola, della partecipazione, della denuncia culturale.

La storia è talmente edificante e giornalistica che non solo alcuni giornali locali ne parlano.
La racconta anche Gramellini in Tv (“Le parole della settimana”), “… quelle cose che succedono solo quando una comunità si guarda negli occhi invece di girarsi dall’altra parte”.

Una bella storia di empowerment, sia individuale, sia di comunità.

Il risveglio in tre giovani coscienze di un sentimento civile e comunitario, il rifiuto della violenza anche quando non ci riguarda direttamente, un passaggio dal fascista “me ne frego” al “me ne impiccio”, che fa tutta la differenza del mondo, come ha scritto di recente Christian Raimo sul Manifesto, aggiungendo che “ Il fascismo ha trovato alimento nella delusione, nello spauracchio delle paure sociali, e ha giocato la sua carta migliore: il fascino del conformismo, il feticcio dell’individualismo, la comodità dello status quo”.

Se nonostante tutte le delusioni delle generazioni precedenti, il feticcio dell’individualismo e il morbo dell’indifferenza non hanno ancora vinto, se queste ragazze hanno deciso di impicciarsi di una brutta storia dalla quale potevano comodamente stare alla larga, allora ha forse un senso anche il fatto che noi ci siamo impicciati di questa storia.

Noi ci siamo chiesti, (quando dico noi intendo un gruppo di persone che stanno portando avanti progetti di contrasto agli stereotipi di genere e proposte attive miranti a coinvolgere l’intera comunità locale), considerando che la vita non è un film a lieto fine ma il lungo “trattamento” di un soggetto sempre sul punto di diventare sceneggiatura, cosa accade quando si getta un’azione così potente nella realtà, come queste ragazze e ragazzi hanno fatto?
Gregory Bateson ci ha insegnato che “Se dò un calcio a un cane esso reagisce con l’energia del suo metabolismo. Le cose vive rispondono al fatto di essere state colpite”.
Il cane reagisce.

Quanto può durare l’effetto bello e potente di quell’azione collettiva, di un’assemblea d’istituto durante la quale finalmente c’è partecipazione e circolano emozioni?

Di cosa ci sarebbe bisogno per produrre effetti non estemporanei?
Siamo andati a conoscere queste ragazze e ragazzi (queste ragazze e un ragazzo se vogliamo essere precisi).
Abbiamo chiesto uno scambio tra la nostra possibilità di ascoltare e restituire con metodologie attive il loro essere i promotori, detentori e custodi di una storia di ribellione alla violenza e il loro raccontarsi con autenticità, sincerità e atteggiamento autocritico.

Queste studentesse hanno promosso un’assemblea d’Istituto nella quale 52 di loro hanno indossato una maglia blu a simbolizzare la lotta al bullismo.

A loro si è aggiunto un Davide con la fionda del suo lucidissimo pensiero; avevano e hanno l’intenzione di bucare il soufflé vuoto delle troppe ipocrisie, di guardare negli occhi questo Golia alimentato dalle troppe distrazioni di tanti, e di non retrocedere.

Nel nostro incontro con loro abbiamo utilizzato il playback theatre, un metodo derivato dallo psicodramma di Moreno, ideato da Jonathan Fox, nel quale un gruppo di attori (non necessariamente professionisti) restituisce a soggetto, improvvisando, una storia che qualcuno dal pubblico vuol raccontare.

Queste ragazze e ragazzi si sono raccontate e raccontati, si sono rispecchiate e rispecchiati, si sono scoperte e scoperti e, per certi aspetti, sorprese e sorpresi di loro stessi (uno degli effetti possibili del playback theatre).

Ci siamo riproposti di dare un seguito a questa storia.
Non possiamo aspettarci che il cane morso diventi buono e si redima.

Quello che questo gruppo di studentesse (e studente) ci ha infatti raccontato sul dopo assemblea, non si avvicina per nulla ad un lieto fine nel quale il bene vince sul male, i buoni diventano così tanti che i cattivi battono in ritirata, gli adulti finalmente si schierano con convinzione al loro fianco.

L’empowerment di una comunità è un processo lungo, difficile, lastricato di buone intenzioni che vanno coltivate con cura per evitare che conducano al proverbiale e metaforico inferno.
L’empowerment non è una pianta di plastica; ha bisogno di luce, calore, dei fertilizzanti dell’ascolto, dell’attenzione, della restituzione.
Facilmente può collassare nel buco nero della distratta indifferenza.

http://www.foggiatoday.it/cronaca/san-giovanni-rotondo-bullismo-angelica-placentino.html

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