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Lettera aperta al Senatore Simone Pillon

di Isabella de Bellis Sciarra (avvocata in Perugia)

Egregio Senatore, caro Simone.

Come sai, perché abbiamo anche collaborato professionalmente, sono Avvocato e mi occupo da diversi anni e principalmente di diritto di famiglia. Quel diritto che riguarda la famiglia, come formazione di rilevanza costituzionale, che Carlo Arturo Iemolo definiva un’isola che il diritto può solo lambire, dove i clienti buttano sul tavolo le loro sofferenze, la carne viva, incisa da una crisi dove è sempre sfumato, comunque in ombra, chi sia l’autore materiale e quello morale, per intenderci: la vittima e il carnefice della disgregazione familiare.

A parte situazioni estreme di violenza o sopraffazione, sappiamo entrambi che la responsabilità della fine di una unione è spesso, se non in larga misura, di entrambi i protagonisti del consorzio familiare e sappiamo anche che le uniche vittime, in caso di aspro contenzioso, sono i figli, stretti nel conflitto.

Il disegno di legge, a parte alcune soluzioni più che criticabili, comunque emendabili, così mi auguro, dopo i serrati confronti in sede di audizione coi rappresentanti delle associazioni maggiormente rappresentative e soprattutto con la gente comune, ha creato una mobilitazione di piazza che ricorda gli anni passati, quelli delle aspre contestazioni e che lascia obiettivamente perplessi.

Al di là dunque del testo del disegno di legge, perfettibile, come tutte le iniziative di origine parlamentare, soprattutto dopo un democratico confronto, c’è da domandarsi quale sia la causa di proteste così veementi, che attengono ai principi, cioè al comune sentire.

C’è da domandarsi, in altri termini, cosa abbia generato una reazione così forte.

Alcuni, autorevoli come Angelo Panebianco, hanno spiegato che il dissenso riguarda, è generato, dalla lobby degli avvocati, che non vuole una riforma che tolga loro la gestione anche economica del cliente, altri che la “potente” casta dei mediatori (della quale Lei fa parte, pur non avendo mai esercitato e che penso non abbia neppure in mente di esercitare) vorrebbe riservarsi la prerogativa di risolvere, senza transitare dal Tribunale, il conflitto familiare.

Non credo che il problema sia questo, così come non credo che la mobilitazione di piazza riguardi la mediazione, atteso che il primo incontro è solo informativo e gratuito (dunque non una tragedia) e alle parti viene comunque riconosciuta la facoltà di non proseguire; con termine tecnico : “non entrare in mediazione”.

Certo, qualche problema in più è determinato dalla rigida divisione dei giorni tra i genitori, senza margini discrezionali da parte del giudice, se non con alcune variabili, tra le quali quella di avere spazi idonei per ospitare il figlio: così il genitore che può, potrà avere il figlio, quello che non potrà permetterselo (sappiamo che la separazione impoverisce le famiglie) non lo avrà: imputetsibi.

Così come quella che prevede l’applicazione delle norme in materia di proprietà: il comproprietario, ovvero il soggetto non titolare di diritti reali sulla casa di abitazione, se destinatario di un provvedimento di assegnazione, che tiene conto dell’interesse dei figli a permanere nell’habitat domestico, dovrà corrispondere all’altro una somma, quantificata sulla base del canone figurativo di locazione.

Oppure quella sulla violenza ovvero sulla alienazione parentale, che pure esiste, anche se non sempre con evidenze patologiche, cioè come sindrome.

Un testo quindi da ripensare.

Rimane il fatto, pacifico, che tutte le parti hanno convenuto sulla necessità di rivedere la legge n. 54 del 2006, che se ha avuto l’encomiabile pregio di aver cambiato la prospettiva di riferimento: non sono i genitori che devono rivendicare il diritto a stare coi propri figli, ma è il figlio minore titolare del diritto soggettivo ad avere vicino entrambi i genitori in un rapporto equilibrato e significativo, di fatto si è rivelata un fallimento.

Dunque una legge da fare, una legge che valga ad evitare, nel contesto di una società che deve prendere atto che non esistono più ruoli predeterminati, una rigida suddivisione di compiti, dove i padri sono sempre più presenti nella vita dei loro figli, assolvendo una funzione accudente, in alcuni casi sin dai primi mesi di vita, lontana da quella che solo i nostri padri potevano concepire, cosicchè non basta cambiare l’etichetta da “affido esclusivo” ad “affido condiviso”, continuando però a marginalizzare un genitore, proponendo la logica gattopardesca del cambiare tutto, per non cambiare nulla.

Ciò detto, ritengo che l’analisi vada spostata sulle cause della mobilitazione di massa, posto che, dopo gli anni di fuoco, questa è la prima manifestazione generalizzata che riguarda una questione comune a tutti i cittadini.

La spiegazione potrebbe essere quella che il disegno di legge, a parte le criticità che presenta, porta con sé una ideologia che destabilizza principi, anche costituzionali, che ormai fanno parte non tanto dell’assetto normativo, quanto piuttosto e soprattutto del sentire della gente.

A ben vedere infatti, lo spirito che anima il disegno di legge è quello di frapporre ostacoli alla decisione di separarsi, introducendo il concetto, che traspare dalle righe, che è meglio avere genitori in conflitto che separati legalmente.

A tutto questo ha fatto da corollario, la preannunciata iniziativa che riguarda l’aborto, cioè la sua eliminazione, proposta ed enfatizzata come conquista di civiltà.

Veda caro Senatore, la legge è laica e segna la civiltà di un popolo nel momento in cui rispetta, su questi temi, le scelte e la libertà del singolo.

Non finirò mai di apprezzare il legislatore del codice civile, che si è sempre espresso in termini laici, cioè di coniuge (donna o uomo che sia) di genitore (padre o madre che sia), e il permanere di questa civiltà, non può essere contraddetto neppure dalla parte in cui, nel disegno di legge, all’art. 337 ter del codice civile, viene introdotto surrettiziamente “… che il figlio minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e significativo …col padre e la madre..” così preannunciando che, se non si è uomo e donna, non si ha diritto ad adottare un figlio, con ferrei paletti, rispetto ad una modifica che potrebbe, in futuro, riguardare l’adozione omoparentale.

Ciascuno di noi ha le proprie gerarchie di valori e potrei anche pensarla, in astratto, come Lei, per cui non dico che le Sue idee siano sbagliate a priori o criticabili, ma non va bene una legge che le imponga.

Ritengo e sono fermamente convinta che, se si consegue il consenso elettorale, se si rappresenta la società civile o quella parte di essa che l’ha votata, è necessario fare un passo indietro rispetto ai propri individuali convincimenti e capire quale sia stata la storia e quello che in una democrazia laica la gente ha conseguito e ha necessità di sentir assicurato e soprattutto veder rispettato.

Ciascuno di noi deciderà, su temi così delicati, secondo i propri valori, secondo coscienza, ma il partito che Lei rappresenta, per la funzione rappresentativa della collettività che il mandato le ha assegnato, non può arrogarsi il diritto di imporre, sotto il profilo morale, regole inspirate a propri convincimenti etico/morali ovvero moralistici, sbarazzandosi, con un colpo di spugna, di anni di lotte e conquiste, fatte anche di impegno, sacrificio e sofferenza.

Diversamente, caro Simone, prevarrebbe l’autoritarismo, che altro non è se non l’imporre, sotto il profilo morale, la propria, personale idea, di ciò che sia il bene o il male.

Ph.:https://pixabay.com

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