buoni o cattivi: il buffet dell'umanità

Buoni o cattivi: il buffet dell’umanità

di Nicky Persico (Avvocato in Bari e scrittore)

“Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”.
Diceva così, più o meno, Albert Einstein, racchiudendo in una frase il significato più profondo della dinamica sociale riferibile all’etica.
Una sorta di inconsapevole – o forse no, trattandosi di lui – formula della relatività sociologica, perché la quintessenza del pensiero dello scienziato ricercava il concetto ridotto all’osso: la semplicità.
Ma andiamo per ordine.

Per parlare di etica, come spesso succede per argomenti di ampia portata, è preliminarmente necessario accordarsi sul suo significato.
Partendo da una indagine etimologica, si dipana un percorso che inizia dal termine greco ἦθος – èthos, ovvero costume comportamentale, se vogliamo – inteso però nel senso di principi che influiscono sulla collettività. Semplificando, naturalmente, perché in gioco ci sono concetti immensi, come il bene e il male, quel che è da considerarsi giusto o sbagliato, andando oltre quel che è la stessa morale.
I problemi iniziano subito, e sono anche grossi.
Le tentazioni di derive che conducono verso la complicazione dei concetti, nel nome più che legittimo di una disamina efficace, allontanano in modo preoccupante dall’obiettivo primario: quello della semplicità.

Torniamo allora alla base, e tentiamo una via alternativa.
Ci sono due modi, per valutare l’umanità: osservarla nel traffico, e ad un buffet.
In entrambi i casi i risultati saranno spesso connotati da constatazioni tanto disastrose quanto apparentemente inspiegabili: si potranno osservare dinamiche totalmente difformi – da caso a caso – eppure in grado di ingenerare i medesimi risultati: il caos.
E il caos, a suo modo, ha una struttura semplice. Cambia forma nel manifestarsi, ma non metodo.

Una fila ordinata di automobili, banalmente, nella quale tutti rispettano le norme imposte dal codice della strada, sarà scorrevole nella stragrande maggioranza dei casi, oppure vedrà rallentamenti fisiologici dovuti al solo ed accettato volume di traffico, ed inoltre evidenzierà carenze organizzative del sistema viario consentendone il miglioramento: fungerà da sperimentazione migliorativa.
Ma questo sistema complesso deve fare i conti con una variabile: un tizio che all’imrovviso decide di non rispettare le regole del parcheggio, perché ritiene sia più giusto sostare “un minuto” in doppia fila.
Che sarà mai, un minuto, in confronto all’eternità?

Il traffico, in quel “minuto“, subirà un rallentamento perché la carreggiata sarà ridotta dall’ingombro dell’auto parcheggiata male, e provocherà malumori in decine di automobilisti che transitano in quel momento, e che ingiustamente patiranno magari il perdere “l’onda verde” del sistema semaforico, e probabilmente riterranno “giusto” – riparatorio, quantomeno – transitare con l’arancione ormai troppo avanzato.
Finiranno strombazzati e oggetto di invettive da parte di coloro che al verde dell’incrocio tangente se li vedranno sfrecciare davanti “illegittimamente”, avvertendo come messa in pericolo la loro possibilità di inserirsi regolarmente nel flusso, tentando di recuperarla anche a costo di “forzare” a loro volta qualche regola, ritenendolo giusto.
Riparatorio, quantomeno, e così via ripetendo.

Ora: al buffet è uguale. C’è chi troppo attende, vedendosi svanire l’ultima porzione del suo piatto preferito perché qualcuno riempie il piatto per sé e cinque parenti in quanto conosce le regole caotiche del buffet stesso, che talvolta ritiene di essere nel giusto sostando a lungo davanti al tavolo con le portate, una volta che tocca a lui.
Il risultato è sempre lo stesso: traffico nel caos senza alcuna vera ragione, e buffet con i piatti più prelibati – che arrivano “dopo” – abbandonati da chi si è abbuffato di antipasti nel timore di restare con il piatto sguarnito.

Possiamo arguirne che l’assenza di etica, intesa nel senso dei principi comportamentali che influiscono sulla collettività, causa effetti apparentemente vantaggiosi nell’immediato ma successivamente autolesionisti, in chi non la agisce.
E se qualcuno va contro i propri interessi possono esserci solo due ragioni: o è sciocco, oppure non ha capito qualcosa.
Tornando ai concetti: cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato“? E ancora: cosa è “bene” e cosa è “male“?
E soprattutto quali sono i comportamenti da considerare in grado di influenzare la collettività?
Cosa è da considerare etica pubblica? Si va dall’influenza della della scienza sulla esistenza dell’uomo, agli effetti della comunicazione mediatica, o ancora l’etica degli affari.

Tutti spunti interessanti rinvenienti dall’associazione “Nuova Etica Pubblica”, che si interroga sul ruolo che più incisivamente ha effetti in questi termini: quello della pubblica amministrazione. E riporta senza mezzi termini analisi critiche, come quando menziona articoli al pari di quello di Giuseppe Beato che testualmente recita: “nella materia della pubblica amministrazione si rimane legati a un increscioso provincialismo. Tale provincialismo si manifesta attraverso due segnali: da una parte c’è un ostentato disinteresse allo studio di ciò che altri Stati occidentali avanzati hanno realizzato in questo o quel campo dell’amministrazione pubblica, ma si ritiene di dover inventare soluzioni come se lo Stato italiano non abbia necessità di guardare e studiare altre soluzioni amministrative più efficienti delle nostre; inoltre, c’è quasi sempre un’opera di “contraffazione” nascosta, tale per cui ritroviamo nella nostra legislazione – statale o regionale – istituti giuridici che “ricopiano” istituti già adottati altrove da decenni, tuttavia sprovvisti della capacità di mutuarne lo spirito vero, nonché dei necessari congegni di buon funzionamento.”

Del resto l’associazione in parola ha i suoi fini ben descritti nell’incipit del chiaro e coraggioso programma: “UNA NUOVA ETICA PUBBLICA PER LA RIFORMA DELLA POLITICA” – La vita pubblica italiana, oggi, è corrosa dalla distorsione di ogni forma di potere pubblico dalla realizzazione dei fini istituzionali agli scopi particolari del detentore di quel potere.
Questa distorsione, nel nostro Paese, ha raggiunto dimensioni intollerabili. In tutti i Paesi civili le classi dirigenti perseguono, oltre agli interessi generali, anche il proprio interesse, individuale, di parte o di ceto, se non altro a restare al potere.

In Italia, però, si è verificato un ribaltamento: gli scopi particolari diventano sempre più importanti e visibili rispetto ai fini istituzionali, ovvero agli interessi generali del Paese.
Dai conflitti di interesse al voto di scambio, dalle leggi ad personam alla proliferazione di cariche, elettive e non, dallo spoils system alle assunzioni clientelari fino allo spionaggio privato di pezzi dei servizi segreti.
Questa distorsione, infatti, investe tutti: i partiti, le istituzioni rappresentative, gli organi di governo, gli apparati dello Stato, le amministrazioni pubbliche.

E’ necessario, perciò, assumere come obiettivo esplicito di una riforma della politica la riconduzione dei poteri pubblici ai loro fini istituzionali, ovvero al perseguimento degli interessi generali, secondo il principio costituzionale del buon andamento, ovvero di un rapporto razionale tra mezzi e fini. Sapendo che i fini sono le condizioni del vivere civile: la sanità, la sicurezza, l’istruzione, la giustizia, lo sviluppo e i mezzi sono risorse economiche, per definizione limitate.”.

Il “ribaltamento”. Già. Come io cercherei di spiegarlo a mia nonna: se qualcuno parcheggia in doppia fila per un proprio interesse particolare provocherà l’intasamento del traffico nel quale lui stesso si troverà bloccato, o per gli stessi meccanismi vivrà la convivialità di un buffet in maniera frustrante. Il problema si pone imperioso: a fronte di una funzione indicativa, delle norme, il tessuto soffre della esiguità delle sanzioni: una degenerazione cellulare che sta giungendo al DNA.

Molto meglio di come potrei dirlo io, cito qui un maestro, Remo Danovi, in due passaggi di un suo bellissimo libro: “E’ quella che si suole chiamare “questione morale”, che diventa un problema generale perché con essa si intende stigmatizzare il comportamento complessivo posto in essere, il mendacio di fronte alla sicurezza della verità, l’immoralità ostentata, la gestione del potere nel costante conflitto con gli interessi personali, la vita lussuriosa con l’evasione fiscale, la mancanza del rispetto della legge, il rifiuto del processo, la presunzione dell’esistenza di un diritto a un salvacondotto, la faziosità della comunicazione.” […] “L’etica collettiva non è sufficiente ad arginare le corruzioni e disonestà, perché non esiste un modello etico applicabile, il senso dello Stato è sconosciuto, gli schieramenti sono sempre di parte, non vi sono mezzi per prevenire situazioni di conflitto né volontà per imporre astensioni da attività illecite, la menzogna viene spacciata come libertà di parola, mancano codici di comportamento, manca la riprovazione da parte dell’opinione pubblica. Manca in definitiva una volontà etica comune.”
(Remo Danovi – ‘Processo al buio’ – Lezioni di etica in venti film – Rizzoli).

La chiave di tutto resta, desolatamente, la semplicità: è da considerarsi il bene. La complicazione invece – spesso dolosa – il male.
E tutto si riduce, ancora, a capirlo davvero. E ne saremo certi solo quando ci sentiremo in grado di spiegarlo a nostra nonna.

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