Consenso mostruoso

Consenso mostruoso

di Anna Losurdo

Troppo spesso le parole sono state usate, maneggiate, rivoltate, lasciate esposte alla polvere della strada. Le parole che cerchiamo pendono accanto all’albero: con l’aurora le troviamo, dolci sotto le fronde.
Virginia Woolf

Elementi linguistici che nell’espressione scritta o orale servono a rappresentare un’idea tramite un riferimento convenzionale, le parole sono il presupposto fondamentale di qualsiasi comunicazione.

La parola “comunicare” deriva da communis e significa “mettere in comune”, “far parte ad altri di ciò che è proprio”.
Ogni messaggio condiviso ha, quantomeno, un emittente e un ricevente: per entrambi sussiste un certo grado di rischio di distorsione del messaggio.
L’emittente potrà dare per scontato che il ricevente condivida il suo stesso bagaglio informativo, oppure potrà sorvolare su alcuni dettagli importanti.
Il ricevente potrà distorcere il messaggio dell’emittente, interpretando diversamente il contenuto della notizia.

Tutto questo diviene ancora più rilevante se riferito alla comunicazione di massa e alla costruzione del consenso, soprattutto se politico.

In ogni epoca, il potere è il maggior produttore di “fake news”: non solo notizie false, ma anche quelle allusive, tendenziose o esagerate. Il potere politico, che ha sempre adoperato falsità e manipolazioni per piegare e dominare le menti dei sudditi (prima) e dei cittadini.

Il termine potere viene inteso essenzialmente in due modi, riconducibili alla distinzione fra can (essere capace di) e may (essere autorizzato a).
Il significato relativo alla capacità è più aderente alle culture sociali nelle quali il potere è legittimato quando la propria riconosciuta efficacia suscita il consenso o l’assenso dei sudditi.
Il secondo significato è più condiviso nelle culture sociali di impianto repubblicano, laddove si percepisce la distinzione tra auctoritas e potestas e i cittadini legittimano il potere in quanto lo riconoscono autorizzato da una fonte, anteriore ed esterna, ritenuta autorevole.

La differenza tra quanto avvenuto in passato rispetto a quanto accade nella nostra società contemporanea è però esiziale.
Da una parte, il pulviscolo tecnologico, il web, il cyberspazio in cui l’informazione viaggia frammentata in particelle incontrollabili la cui diffusione è potenzialmente illimitata.
Cosicché chiunque può ricevere un gran numero di informazioni da un gran numero di persone e pensare che ciò di cui viene a conoscenza sia vero.
Dall’altra parte, la palude delle non verità, semi-verità e post-verità: tutto può apparire verosimile e nulla può o deve essere autentico.

Sembra essere vero ciò che può essere sostenuto come tale da qualsiasi punto di vista. Non ci sono fatti ma visioni alternative della realtà, sorrette da quel “bisogno della gente” che viene contrapposto, nella propaganda del populismo, alle verità imposte dalla “casta”.

Il populismo, quindi, al contempo ideologia (moralità del popolo contrapposta alla moralità della casta) e modello partecipativo politico basato sull’impiego massiccio dei mass media (i social media in particolare) per la costruzione del consenso.
Ma il consenso senza consapevolezza genera mostri.

Rispetto alle forme sociali che ci hanno preceduto, la nostra società è molto più complessa e, in quasi tutte le sue articolazioni la sua struttura oltrepassa la competenza media dei singoli individui.
È inevitabile, quindi, che quando si è chiamati a decidere, il posto lasciato vuoto dalla competenza venga occupato dalla persuasione indotta da tutti coloro che possiedono una comunicazione efficace.

Senza persuasione, infatti, sia le parole di verità sia le parole d’inganno non hanno efficacia.
Ma una democrazia che dovesse prendere le sue decisioni non sulla base di un attento esame di realtà, che nelle società complesse è sempre più difficile, ma sull’efficacia della persuasione, è morta sul nascere.
Infatti, per legittimare una politica e definirla democratica non basta un largo consenso ma conta come quel consenso sia stato ottenuto.
E la qualità di ogni politica è determinata innanzitutto dalla qualità dei suoi fini. La democrazia è insieme un mezzo e un fine da realizzare.

La democrazia è in salute quando è animata da grandi ambizioni (di giustizia sociale, di partecipazione politica collettiva, di libertà personale, di creatività economica e culturale). Cioè quando è mossa da un’ambizione storica.
Corruzione e clientelismo sono indici della mancanza di qualsiasi prospettiva istorica. Al contrario, la qualità etica della politica non è un ornamento da moralisti, bensì il fattore essenziale della ambizione di operare la trasformazione sociale piuttosto che limitarsi alla indolente constatazione dei fatti.

Etica è responsabilità, cioè rispondere delle proprie azioni e dei propri comportamenti.
A chi? A sé stessi o al prossimo? Ai principi che si proclamano? Alla collettività, al mondo, al proprio Dio?
Ogni risposta delinea un’etica diversa.

È nota la distinzione di Max Weber tra le due polarità dell’etica, quella dei principi e quella delle responsabilità.
Da un lato, la fedeltà inderogabile ai propri valori, indifferente alle conseguenze per sé e per gli altri.
Dall’altro, l’accento sugli obiettivi che ci si propone, con una certa indifferenza per la qualità morale dei mezzi per conseguirli.
Una riguarda le premesse, l’altra le conseguenze dell’agire; una è fermezza sui principi malgrado le conseguenze, l’altra è fermezza dei fini malgrado i mezzi necessari a conseguirli.
Entrambe hanno i propri punti di forza e le proprie degenerazioni.
L’etica della responsabilità può ispirare ogni genere di compromesso.
L’etica dei principi può degenerare nel narcisismo delle proprie ragioni, o nel sacrificare i diritti altrui per la salvezza della propria anima (i cosiddetti “principi non negoziabili”), o nei fondamentalismi.

Nell’agire politico, l’etica è innanzitutto quella della responsabilità, perché riguarda la qualità dei fini che si perseguono; ma quella dei principi concorre a temperare il pragmatismo dei mezzi necessari per realizzare i fini.
L’etica della politica riguarda la gestione di una responsabilità sociale e implica sempre la responsabilità dell’esercizio di un potere.

Sulla base di queste brevi considerazioni, può dirsi ancora democrazia quella in cui viviamo?
L’interazione tra i meccanismi di comunicazione manipolativa, la creazione del consenso e la diffusione della accondiscendenza alla compressione dei diritti delle persone crea un mix perverso che connota l’azione politica dei giorni nostri.
L’interdipendenza tra linguaggio, consenso e potere rende evidente la grande responsabilità, per le parole che usiamo e che definiscono i nostri comportamenti, nei confronti delle altre persone e della comunità cui apparteniamo. Siamo liberi di parlare, mai di fare delle nostre parole un veicolo di violenza.

Photo credit: architetturaecosostenibile/towada-kengo-kuma-community-

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