Diritti bruciati
di Silvia Camisasca (Fisica e Giornalista)
In Kenia bruciano i diritti. Il fumo delle aree protette e la vista annebbiata della comunità internazionale
“Chiediamo che i governi occidentali cessino di finanziare progetti che ci derubano delle nostre terre e delle nostre vite: devono essere garantiti i diritti territoriali di tutti i popoli indigeni o noi, che apparteniamo alla foresta, non sopravviveremo”.
L’appello rivolto alla comunità inter nazionale proviene dai Sengwer del Kenya, dove un modello di protezione della natura di stampo coloniale, con la costituzione di aree protette militarizzate e con continue violazioni degli stili di vita delle tribù locali, sta sfociando in un genocidio, per lo più mascherato dall’ingannevole pretesto del principio di conservazione, pur sapendo che i migliori conservazionisti sono le comunità indigene, come dimostrato dal fatto che l’80% della biodiversità del pianeta è concentrata nei territori da loro da sempre abitati.
Il tutto con la complicità, non solo di potenti lobbies, come la Frankfurt Zoological Society, ma anche di istituzioni quali l’Unione Europea e i governi di Germania, Francia e USA, tra i maggiori finanziatori nel riconvertire/sfigurare le terre ancestrali dei popoli indigeni, fastidiose minoranze da vessare, torturare e cacciare; pietre di inciampo sulla spianata distesa di spregiudicati affarismi.
All’appello dei Sengwer si aggiunge il moltiplicarsi di denunce contro il dilagare di nuove forme di razzismo e schiavismo, recidive di un cancro che da sempre corrode il continente africano.
Nei 1500 km2 di pianura nei pressi di Loliondo, nel nord della Tanzania, per dare spazio alla caccia di trofeo e al turismo di lusso, le autorità hanno sfrattato migliaia di Masai: qui, a seguito di violenti scontri, che hanno provocato centinaia di feriti e vittime, è iniziato l’esodo di intere comunità, private di quanto più necessario alla loro sopravvivenza: “Abbiamo bisogno di ampie aree aperte per il bestiame. Ma da quando è iniziata la conservazione, siamo stati confinati in spazio sempre più ristretto. Tutto il nostro bestiame sta morendo. È una tragedia” ha dichiarato il portavoce Masai, denunciando la sordità della comunità internazionale: “Il nostro grido di dolore resta inascoltato: ci è stato detto che ruolo del Governo è prendersi cura della fauna selvatica e non degli esseri umani. Ma noi non abbiamo mai ucciso gli animali, li abbiamo sempre preservati”.
Del metodo criminale a cui sono sistematicamente sottoposte le popolazioni indigene ne dà misura la netta presa di posizione di Survival International, promotrice della petizione rivolta a
UNESCO e IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), affinchè cancellino Ngorongoro dall’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità e recidano ogni legame con il Governo tanzaniano. “Non possiamo fingere che abusi, furti di terra e bestiame, razzie e violenze, in nome della conservazione, siano episodi sporadici per mano di qualche “mela marcia”, appartengono ad una prassi consolidata, funzionale ad un sistema feudale e coloniale, teso a impadronirsi di terre e risorse, riducendo all’estinzione intere minoranze” ha spiegato Fiore Longo di Survival International.
Ma davvero pensiamo sia credibile agli occhi dei nostri figli riempirci la bocca di biodiversità o specie protetta, svuotando di ogni diritto e della dignità altri esseri umani fino a macchiarci di una catastrofe umanitaria?
Perché questa firmeremo, in nome della conservazione, trasformando il 30% del pianeta in Aree Protette. Conservazione non degli indigeni, a quanto pare.
Forse è il momento di fare sentire la voce di ognuno di noi: un coro di #nonnelmionome.
L’articolo è stato pubblicato su DIVERCITY – NUMERO 17 – DICEMBRE 2022
Credits: PublicDomainPictures da Pixabay
Di Silvia Camisasca, su Ora Legale News
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