Diritti sociali

Diritti sociali

di Fernanda D’Ambrogio (Avvocata in Caserta)

LA COSTITUZIONE E LO STATO SOCIALE
IL CAPITALISMO GLOBALE E I DIRITTI AL TEMPO DEL COVID 19

Nella relazione alla Costituzione, il deputato Giorgio La Pira scriveva:
……quali sono i diritti essenziali della persona verso la protezione dei quali deve dirigersi la struttura costituzionale e politica dello Stato?
….. Senza la tutela dei diritti sociali — diritto al lavoro, al riposo, all’assistenza, ecc. — la libertà e l’indipendenza della persona non sono effettivamente garantite

L’introduzione dei diritti sociali nel sistema dei diritti essenziali nella nostra Carta Costituzionale instituisce un sistema integrale dei diritti essenziali attraverso cui si rende effettiva l’autonomia e l’indipendenza anche politica della persona nel pieno rispetto della dignità umana.
Nella sua applicazione pratica, tuttavia, il nostro Welfare-state italiano presenta delle specificità che ne disattendono i criteri e lo spirito”.
Nel nostro Paese, tutti gli interventi pubblici a fini sociali hanno sempre avuto come punto di riferimento una categoria, un ceto o un gruppo, facendo così assumere alle politiche sociali un carattere particolaristico.

Dopo l’emanazione della Carta Costituzionale si è dato impulso in senso più universalistico del sistema, in primis nel 1949, allorché si decise che il collocamento della forza lavoro fosse una funzione pubblica, di poi, con la riforma della scuola dell’obbligo del 1962, che ha creato un sistema di prestazioni uguali per tutti, ed infine, con la riforma istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, di cui alla L.n.833/78.
La legge 30 aprile 1969, n. 153, poi, con cui venne istituita la pensione sociale diede vita a uno strumento straordinario per contrastare l’indigenza e la disoccupazione a soccorso di una disabilità che potremmo definire di natura “sociale”.

Tutte le citate riforme, tese ad assicurare la tutela delle fasce deboli e la realizzazione dello stato sociale hanno, tuttavia trovato il loro limite in quella cultura clientelare, con la privatizzazione di beni e servizi pubblici, che costituisce una patologia democratica.

Altra caratteristica delle politiche sociali nostrane è costituita dal modello dualistico di Welfare, consistente nella differenziazione di interventi socio-assistenziali alle Regioni, profondamente consolidato nel comparto dei servizi sociali.
Il quarto elemento che caratterizza il nostro welfare è costituito da trasferimenti di reddito, consistenti in pagamenti senza contropartita, effettuati da un soggetto, privato o pubblico, a favore di un altro soggetto: in altri termini, la politica assistenzialista tout court, manipolabile clientelarmente.

Infine l’ultimo punto: il nostro Welfare state si è sempre appoggiato su una cultura della famiglia profondamente patriarcale e paternalistica.
La riprova è nel fatto che solo trent’anni dopo la promulgazione della Costituzione, è stata emanata una legge sulla parità tra uomo e donna nel mercato del lavoro, nella quale si affermava semplicemente che a uomini e donne caratterizzati dalla stessa mansione doveva essere riservato lo stesso trattamento economico.

Da qualche decennio, con l’ingresso massiccio nel mercato del lavoro delle donne, si rende necessaria una profonda riformulazione delle politiche di welfare che tengano conto della funzione sociale della maternità e del diritto delle donne di godere di (reali) pari opportunità in campo lavorativo.

Appare evidente che, nonostante l’avvio di processi importanti di cambiamento verso un sistema più universalistico di tutela dei diritti sociali, la mancanza di necessarie riforme, le storture del sistema e gli abusi perpetrati in nome di una politica clientelare e di tipo assistenziale, ne hanno impedito la piena realizzazione continuando a caratterizzare il nostro sistema di protezione sociale.

A peggiorare lo stato (sociale) delle cose, il capitalismo, che costituisce il modello economico anche per il nostro Paese.

La concorrenza, che resta l’elemento fondamentale del capitalismo, è stata incentivata dal processo di mondializzazione dell’economia capitalista, le cui priorità sono la crescita economica e il neoliberismo anziché il welfare. Ciò ha comportato una incessante crescita delle diseguaglianze economiche, con conseguenti diseguaglianze nella cosiddetta libertà reale, che consiste nella libertà di un individuo di esercitare una scelta senza essere condizionato dal bisogno.

Nel nostro Paese, la forbice tra ricchi e poveri è divenuta sempre più ampia e la disoccupazione ed il lavoro nero sono ormai una piaga difficilmente sanabile, con la conseguenza che tutti i principi sanciti nella nostra Carta Costituzionale sono stati disattesi: la dignità dell’individuo, le libertà personali sono stati inequivocabilmente violati in nome del capitalismo e delle sue regole.

Tra i fattori che hanno determinato il successo del capitalismo dopo la fine della seconda guerra mondiale, di importanza decisiva è stata l’emigrazione, con la migrazione di manodopera, precipuamente nel settore dell’industria.

Ma il capitalismo di oggi è notevolmente cambiato. Il lavoro che si importa è concentrato nei servizi e nell’agricoltura, più che nell’industria. La manodopera di importazione, soprattutto nel settore agricolo, è senza diritti e senza dignità, e sempre in nome del profitto.
Siamo ben lontani da quel sistema integrato di diritti posto a base della nostra Costituzione che contempla anche i diritti sociali.
Il capitalismo è sempre di più un capitalismo finanziario, globalizzato, che vede una nuova divisione internazionale del lavoro in cui la produzione è soprattutto concentrata in Cina e la finanza e le innovazioni restano una prerogativa occidentale, soprattutto americana: basti pensare ad Apple, a Facebook, ad Amazon, a Google, a Tesla.

Oggi viviamo tutti in un mondo che è stato digitalizzato da grandi aziende che attraverso la profilazione incentivano i consumi e potenziano il sistema.
In questo contesto, la politica ha lasciato dettare le regole al mercato ed ha realizzato una forma di economia molto fragile, basata su un modello di business di efficienza, che esclude taluni servizi essenziali, come ad esempio, la sanità pubblica.

La pandemia che ha colpito il mondo intero ha messo in evidenza le falle del sistema e induce a riflessioni di carattere generale sulla necessità di cambiare radicalmente questo modello di sviluppo che pone le sue fondamenta sul profitto, sul libero mercato e sulla globalizzazione sfrenata.

L’OMS 15 anni fa aveva annunciato che saremmo andati incontro a stagioni di epidemie/pandemie. In virtù di tanto, i governi avrebbero dovuto potenziare le strutture di bio- contenimento e la sanità pubblica.

Sottovalutato il problema, il risultato è stato che l’avvento della pandemia COVID 19 ha trovato impreparati, dal punto di vista sanitario, la maggior parte degli Stati occidentali, che non hanno strutture e risorse pubbliche adeguate, anche a seguito del processo di smantellamento del sistema sanitario pubblico, trasformando questo virus in una catastrofe senza precedenti e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici.

In Italia, il piano sanitario nazionale non è aggiornato da 10 anni, nonostante la stessa OMS «abbia chiesto di aggiornarlo costantemente seguendo linee guida concordate».

Durante il periodo emergenziale, si sono resi evidenti, pur in regioni note per la qualità dell’offerta sanitaria, l’insufficienza della disponibilità ospedaliera in termini di posti letto, di servizi di emergenza, di terapia intensiva, di personale medico e sanitario e, soprattutto l’inadeguatezza di percorsi d’intervento in continuità assistenziale, frutto di una miopia strategica delle politiche di razionalizzazione economica basate non sul ridisegno dei processi produttivi, ma sul taglio “lineare” dei posti letto, scesi da 6,2 per mille abitanti del 1996 a 3,07 di oggi, e sui “tetti” ai fattori produttivi (personale, beni e servizi).

A ciò aggiungasi la non trascurabile circostanza secondo cui circa i due terzi della differenza di spesa sanitaria del nostro Paese rispetto ai principali paesi europei sia ascrivibile alla minore rilevanza che i governi hanno attribuito alla sanità nell’impostazione delle loro politiche di spesa.

E’ indubbio che la drammatica vicenda dell’epidemia da Covid-19 indurrà cambiamenti epocali sotto il profilo comportamentale, sociale e economico.
E’ evidente che la prima cosa da fare nel prossimo futuro è aumentare le risorse a disposizione del sistema sanitario nazionale, ma è altrettanto importante stabilire verso quali impieghi e soprattutto con quali regole.
Sarebbe sbagliato, infatti, procedere senza aver prima disegnato una nuova architettura del modello sanitario che abbia a presupposto esclusivo la misurazione del beneficio per il consumatore finale e che, con riferimento a questa, definisca preliminarmente il modello di offerta sanitaria sulla configurazione dei vari segmenti di domanda.

In tal senso, si è ipotizzata una revisione dell’offerta ospedaliera articolata su unità produttive con un aumento del numero di posti letto per acuti nonché la previsione di strutture residenziali a diversa intensità di cura ed assistenza in grado di gestire il completamento dei percorsi di guarigione e di recupero funzionale.
Nel disegno così ipotizzato si è prefigurato anche un più nuovo e diverso ruolo dell’area della medicina generale, con la previsione di figure facenti capo ai nuclei di posti letto di prossimità e a centrali di continuità assistenziale, anche per la gestione domiciliare, con una rivisitazione in chiave evoluta del modello convenzionale tradizionale sulla base di principi e criteri premianti la produttività e il valore clinico generato per i singoli assistiti e per il sistema nel suo insieme.

Ed infine, a parere di chi scrive, è di vitale importanza: occorre riscrivere le regole dell’organizzazione pubblica attribuendo finalmente i giusti spazi di azione alla competenza e alla professionalità; abbiamo visto che senza la scienza non avremmo potuto combattere la malattia e senza le necessarie competenze non si possono assumere decisioni importanti nell’interesse generale.

È il momento di spazzare via i carrozzoni politico-clientelari in nome della sopravvivenza della specie e del nostro Paese ed è, altresì, d’obbligo l’auspicio di un cambio di rotta verso una politica dei diritti, che sostituisca la produzione privata capitalistica con una produzione pianificata e sociale, svincolata dalle regole del profitto e del mercato.

Per approfondire: https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2020/06/

Image credit: Anh Nguyen, Try to stop me
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