Il coraggio indispensabile

Il coraggio indispensabile

di Anna Losurdo

Le istituzioni politiche, amministrative, costituzionali, cioè le istituzioni pubbliche, sono indispensabili e presenti in ogni società organizzata.
Quasi tutte le formazioni sociali più stabili sono nate grazie ai movimenti collettivi.

Istanze sociali che, nella fase del cosiddetto “stato nascente”, sull’onda di speranze, passioni, utopie ed entusiasmo trasformativo travolgono l’ordine costituito e, se trasformate in forze costruttive, sono in grado di generare solide e pacifiche istituzioni democratiche, trasformando la società.

La crisi delle Istituziomi.
L’attacco alle Istituzioni.
Le Istituzioni non sono più rappresentative.
Le Istituzioni sono percepite come lontane.
Il rispetto delle Istituzioni.
Il decoro delle Istituzioni.
Dalla parte delle Istituzioni.

Sono tutte frasi ricorrenti nel dibattito sulla crisi delle democrazie contemporanee.

Mentre si discute della crisi delle tradizionali forme della democrazia rappresentativa, gli istituti di democrazia diretta non sembrano in grado di offrire valide alternative e periodicamente torna in auge la demarchia, ossia la selezione attraverso il sorteggio.
È noto il recente dibattito sulla proposta di designare per sorteggio i componenti del CSM; e l’ordinamento italiano prevede già alcune applicazioni di tale sistema di selezione.

Ma l’interrogativo centrale è se davvero questa possa essere la risposta alla crisi della “rappresentanza” e agli attuali criteri di selezione, di cooptazione e di designazione, in gran parte percepiti come rispondenti solo a logiche affaristiche e lobbistiche.

In politica ma anche nelle altre istituzioni, l’idea del sorteggio come soluzione alle distorsioni del sistema appare, in realtà, più come una resa.
Incapaci di reagire al discredito che sommerge buona parte delle nostre istituzioni, ci arrendiamo, dichiarandoci disperati e impotenti.
È una resa, in quanto incapaci di garantire uguaglianza e imparzialità, ritenute ormai impraticabili, prospettiamo una soluzione che penalizza, anch’essa, il merito e che esonera dalla responsabilità di decidere.

Si è forse inceppato qualcosa nel meccanismo, fisiologico, di movimenti e istituzioni?
Cosa è successo alla nostra comunità, che non si riconosce più nelle sue istituzioni e le percepisce come lontane da sé?
Comunità, ovvero rapporto di comunanza civile, legame di partecipazione volto al traguardo di un onere condiviso, un insieme di cittadini che si raccoglie su valori condivisi che danno corpo al senso di appartenenza.

Di certo sono stati determinanti sia i numerosi e ricorrenti fenomeni corruttivi sia la lentezza della risposta giudiziaria, spesso inefficace.

Ma, dopo la stagione “dei grandi diritti“, dei movimenti degli anni ’60 e ’70, quello dei lavoratori, quello femminista e quello studentesco, che hanno prodotto tutti grandi innovazioni nell’assetto della nostra democrazia, portando al centro del dibattito nazionale il tema dei diritti fondamentali e della uguaglianza e modernizzando la società, ci è mancata la forza di inseguire nuovi sogni.
Non abbiamo fatto nostro quello ambizioso degli Stati uniti d’Europa nè quello ormai ineludibile del progresso ecosostenibile.

Cosa serve, allora, per rifondare le nostre istituzioni?
Serve ricominciare dalla fiducia.
Ed è indispensabile il coraggio.

Il tema della fiducia, nel rapporto fra stato e cittadini e fra aziende e mercato, è determinante per creare nuove relazioni e costituisce il fondamento su cui costruire il capitale sociale e le prospettive di crescita.

Serve una spinta ideale, in grado di dare un grande obiettivo al nostro Paese, valorizzando le capacità di tutti e di ciascuno.
Dobbiamo trovare il coraggio di ribaltare il rapporto tra Cittadini e Stato, ribaltando il nostro usuale rapporto tra sorveglianza e sfiducia in quello tra fiducia e controlli. Dobbiamo imparare a fidarci dell’autorità e l’autorità deve fidarsi di noi.
Servono nuove, semplici regole fondate sulla fiducia, perché non possiamo più vivere nel sospetto, nella sorveglianza e nel controllo di imprenditori e cittadini.

Non basta, quindi, ripartire: serve rinascere.
Per non tornare ai labirinti normativi e culturali della nostra legislazione attuale è indispensabile il coraggio di riscrivere tutte le norme delle procedure amministrative, rendendole uniformi a quelle in vigore nei paesi con i quali siamo chiamati a competere.

Il coraggio indispensabile di decidere con rapidità.

Per raggiungere l’obiettivo occorre seguire tre direttrici: riscrivere la legislazione dei contratti pubblici; ridare certezza alla responsabilità penale degli amministratori pubblici, delimitandone confini precisi; introdurre nuove e diverse procedure amministrative adeguate alle nuove tecnologie, anche assumendo una nuova generazione di dipendenti nella pubblica amministrazione.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che negli attuali labirinti normativi e burocratici si muovono agevolmente proprio quelle mafie e corruzioni che si vorrebbero osteggiare e finiscono col perdersi le persone oneste.

Se non sapremo cogliere l’occasione, correremo il rischio di cedere il passo a paesi orientati a valori diversi dai nostri.

Dobbiamo imparare a progettare in funzione del rischio, a ripensare i confini geografici e politici e a leggere tutti i livelli della carta geografica del nostro pianeta: naturale, politico, funzionale e umano. Non possiamo, per il futuro, trascurare la complessità delle connessioni e le loro conseguenze sull’approvigionamento dei beni di cui abbiamo bisogno.

La crisi attuale, infatti, ha fatto irruzione nel mezzo di un processo già in atto da tempo: è aumentata la velocità con cui il sistema tecnico-scientifico guadagna spazio, liquidando la funzione preminente della politica: la tecnica e la politica diventano un tutt’uno.
E gli individui hanno perso da tempo “gli orizzonti di senso“, estranei, perché non funzionali, alla tecnica e al mercato. Questa società non ci riconosce più come persone, ma per il ruolo che ci viene assegnato.
Come meravigliarci del senso di estraneità nei confronti delle Istituzioni, confinati come siamo nello spazio angusto del nostro individualismo?

Il processo sembra irreversibile, senza ritrovare quel coraggio indispensabile a cambiare la rotta, ora, subito e non domani.

La pandemia ha rivelato l’importanza della verticalità intesa come autorevolezza delle persone competenti a cui prestare ascolto, ma anche l’importanza della collaborazione, tra persone, scienziati, stati.
E paradossalmente sembra aver innescato il recupero della fiducia nelle istituzioni.

Ma nel contempo, dovremo trovare una nuova forma di cittadinanza, più consapevole e pronta a sacrificare alcune libertà individuali per il bene degli altri.
Solo con l’impegno di ciascuno di noi usciremo dall’emergenza sanitaria e dalla consequenziale grave emergenza economica.
La cura dell’impegno e l’impegno della cura.

Image credit: Helin Bereket; Authoritarians vs Anarchists
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di Anna Losurdo su Ora Legale NEWS:
https://www.oralegalenews.it/topics/non-siamo-un-paese-per-giovani/6044/2019/

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