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Inutilmente lib(e)ri

(Dialogo melancolico tra un bibliofilo e la sua libraia)

di Enzo Varricchio

“Di veramente libero c’è soltanto quel che non può servire a niente”.

– Buondì cara Seshat, mia signora dei libri. Sono lieto che abbia riaperto bottega.

– Grazie professor Thot; sì, paradossi del Covid, riapriamo noi prima degli altri, si vede che lo sanno che qui tanto non ci viene più nessuno e non c’è pericolo di assembramento. Non sono mica la Feltrinelli io, e l’unico evento mediatico che organizzo è che sono ancora qui, dopotutto. Anche se dei miei suggerimenti e della mia memoria bibliografica non hanno più bisogno, hanno internet, per cui ho deciso che l’anno prossimo me ne andrò in pensione.

-Suvvia, non dica così, è dai tempi del mio liceo che lei vive chiusa qui dentro. Ha sfamato generazioni di ragazzotti con il pane della cultura. Un po’ di stanchezza è comprensibile. Mia dia retta, si conceda una pausa.

-Il problema non sono io. E’ che i libri son diventati inutili, ce ne sono troppi e troppo pochi li acquistano, la gran parte è tutta fuffa e marketing. Ormai non c’è nemmeno un benpensante che non si avventuri in un qualche discutibilissimo esperimento letterario, poetico o romanzesco non importa, purché gratifichi il lustro della casata con l’immancabile prospettiva di una qualche porcheria di film, o peggio, di fiction televisiva.

-Letteratura “araldica”, potremmo dire?

-Io la chiamo “La grande bruttezza”. Accomuna l’editoria, il cinema e la politica italiana.

-Non se la prenda, il mercato ha da sempre le sue regole.

-Se il mercato imponesse le sue vere regole, cioè meritocratiche, non saremmo così al ribasso. E’ pura cachistocrazia editoriale e culturale. E’ matematicamente impossibile trovare un vero editore che investe soldi suoi su un autore che non sia politico, giudice o giornalista, influencer o parente barra amante di qualcuno della TV. Ergo, è altrettanto impossibile che un capolavoro diventi un best seller. Il capolavoro ci fa volare fino a schiantarci, ci seduce, innamora e tradisce, c’infila nel bel mezzo dell’impossibile e ci piazza dal lato opposto della corrente oppure a testa in giù per avere altre prospettive, c’insegna cibi e dialetti d’altrove, mette a nudo noi stessi, ci libera dai pregiudizi e qualche volta ci aiuta perfino a capire dove abbiamo sbagliato. Troppo impegnativo un capolavoro per l’analfabetismo compiaciuto e senza ritorno dei nostri contemporanei. Già leggere un libro… E chi ce l’ha il tempo.

-Eppure, oggi è tutto molto più semplice, i libri sono fatti di pixel e bit, si guardano, si ascoltano in cuffia mentre si fa jogging, non si leggono più come una volta sotto le lenzuola nel silenzio della propria cameretta, con la luce fioca per non svegliare tuo fratello.

-Così al massimo può rimanerti qualche citazione per Instagram. Quando leggevo il Doctor Faustus di Mann, un mattone pieno di digressioni talora sconfinanti nella musica dodecafonica, c’ho messo un mese e mezzo, giorno e notte – tutte le sante notti ho litigato con mia sorella – ma mi ha cambiato la vita.

-Beh, ammetto che anch’io ho compreso il potere del ricordo quando Proust ha intinto la madeleine nel suo tè di tiglio a Combray.

-Leggendo La strada di Swann ho rivissuto i luoghi estivi della mia infanzia, quando si andava ancora in villeggiatura per due mesi. A proposito, lei li ha poi finiti i sette tomi Einaudi della Recherche che le vendetti quarant’anni or sono?

-Confesso di no, mi son fermato al terzo. In compenso, ricordo che il mio primo debito fu la rateizzazione degli Einaudi sulla teoria del romanzo. Mio padre scoprì la bolletta nella cassetta delle lettere e mi prese a cinghiate. Li ho ancora tutti sottolineati, me li sono studiati parola per parola: Propp, Auerbach, Lifsic, Genette, Ulmann e la semantica… Posso descriverle ogni copertina, eppure erano tutte uguali, cambiavano solo i colori.  

-Non come oggi, che il meglio del libro sta nella copertina, specchietto per gli allocchi più che per le allodole. Però, professore, a parte i suoi famosi manuali, lei poi non ha scritto niente.

-Non sono un grafomane per dovere; chissà, tra mille anni troveranno qualche mio manoscritto in una caverna o in una bottiglia in mezzo al Mediterraneo. In fondo, il libro di carta non è poi così importante, come non furono insostituibili i graffiti, i pittogrammi, i papiri, le pergamene; l’importante è il suo contenuto, o meglio, il significato del suo contenuto. Il veicolo con cui viene trasmesso è indifferente.

-Devo dissentire. Cambiare mezzo, facciamo per esempio un’automobile, cambia il nostro modo di viaggiare, a seconda se più o meno spaziosa, più o meno veloce, più o meno contenuta nei consumi.

-Capisco dove vuole arrivare.

-Il libro di carta era un’automobile lenta, costosa e senza navigatore ma la sua lentezza ti rilassava, era sempre una sorpresa come andare per la litoranea anziché in autostrada, ti facevi tutti i paesi ma scoprivi sempre posti interessanti. Senza i social, l’unico spoilering era in quarta di copertina, e per leggerlo bisognava rinunziare a comprarti le corde della chitarra o andarne a caccia in biblioteca. Era un viaggio in un’altra dimensione che richiedeva investimento, partecipazione, immedesimazione, il marketing contava fino a un certo punto, il prezzo scoraggiava il consumo usa e getta, pochi scrivevano ma solo se erano bravi perché temevano la brutta figura, mentre oggi se ne fregano, basta che siano tatuati e trappatori e diventano subito guru letterari di eserciti di cerebrovacui.

-C’era qualcosa di buono nel passato, ci sarà qualcosa di buono nel futuro.

-Io non la vedo come lei. Semplicemente, il libro non si legge perché pensare con la propria testa è diventata una sfida sociale oltre che un attacco alle regole ipocrite del sistema. Non dimentichiamo che il libro è il veicolo principale della libertà, come ci ricorda di ricordare Fahrenheit 451 di Bradbury. Alla fine del Covid, vedrà che ci ritroveremo comandati da un generale o da un banchiere, glielo dico io. Siamo al capolinea, alla fine dei tempi, al Kalyiuga, al secondo diluvio universale.

-Le piacerebbe, visto che sta finendo lei? Non sarei così pessimista, tutto cambia, si rigenera. Il nostro pianeta si salverà, com’è sopravvissuto alle glaciazioni e ai meteoriti. Siamo noi che non sappiamo che fine faremo, continuando a segare le gambe della nostra sedia.

-Beh, almeno noi siamo stati fortunati a mettere la testa tra due ere, vedere la crescita, la speranza e poi il disilluso declino di un’epoca nata sotto il segno della modernità e che invece ha partorito un nuovo medioevo, mentre Thomas Mann aveva assistito all’alba e al tramonto della vecchia classe borghese incarnata dalla famiglia Buddenbrook. La vecchia storia però, nonostante le guerre mondiali, non aveva ancora terminato il suo corso, cioè sfociare nella tecnocrazia. La bomba atomica ha creato la distanza tecnologica, quindi tecnocratica, tra coloro che l’avevano e coloro che non l’avevano ancora. Era solo il principio. Noi siamo il frutto maturo di tutta questa decadenza ma la decadenza ora deve finire per portare alla nascita di un uomo nuovo, un ibrido “tecnoumano” e, poiché il ciclo si ripete, quest’uomo nuovo nascerà dio o schiavo senza alternative, com’è scritto nella mitologia classica ma anche in Brave New World di Huxley.

-L’uomo forse è già un dio; magari, con tutta questa tecnologia, non farà altro che integrarsi alle macchine, allungare a dismisura la propria esistenza, dematerializzarsi sempre più.  Sarà un essere multitasking e semionnipotente.

-Questa è una visione utopistica, crede che i padroni del vapore concederanno a tutti l’immortalità con le staminali o la memoria globale con un chip cerebrale? O soltanto ai loro prediletti e gli altri tutti servi?

-Non so, forse; magari a loro interesserà solo continuare a venderci illusioni e a noi continuare a comperarle. Alla fine dei conti siamo già sottomessi alla tecnocrazia e alle multinazionali. Dal Covid emergono vincitrici assolute le superpotenze farmaceutiche che dettano l’agenda ai governi del mondo.

-Tutto quello che accade oggi è stato scritto e previsto, talora nei minimi dettagli, dai vari scrittori distopici sin dall’Ottocento.

-Che vuol dire?

-Voglio dire che, se avessimo letto i loro libri, avremmo potuto evitare di finire preda di una pseudotecnodemocrazia socialmediatica fondata sull’economia dell’utile e vivremmo in una società veramente libera ed eguale, fondata sulla cooperazione e la solidarietà. Forse è troppo tardi, ma dovremmo provare tornare alle cose semplici, anzi alle cose inutili, proprio come i libri. Sa, ultimamente ho trovato un libriccino di riflessioni davvero delizioso, dal titolo pertinente al nostro discorso: “Elogio dell’inutile”.

-Curioso, chi l’ha scritto?

-Non lo so, è anonimo, l’editore sostiene che nemmeno lui sa chi sia, che gli è pervenuto a mezzo posta semplice. Dice che è a disposizione per riconoscere i diritti d’autore ma niente, non si rivela. Venga che glielo mostro, ha una copertina totalmente bianca, alquanto significativa, come la citazione che gli fa da incipit: “Di veramente libero c’è soltanto quel che non può servire a niente”.

-Ottimo inizio. La ascolto.

Elogio dell’inutile

Amo le cose inutili.

Passeggiare pei campi, leggere un libro, scrivere una poesia, cantare una canzone, raccontare una barzelletta, carezzare i marmocchi, guardare le stelle, meditare.

Permettersi di fare cose inutili è ciò che distingue l’uomo dalla fiera, anche se, a ben riflettere, anch’essa gioca e si trastulla senza scopo.

L’inutilità è fanciullezza, non fa nulla perché deve ma solo se le va. E’ libertà, poiché ciò che a nulla serve di nessuno è servo. E’ gratuità, quindi una sottile forma d’altruismo.

Ebbene, proprio questa languidissima assenza d’un qualsivoglia fine, quest’ammaliante inutilità che rende vano ogni futile mezzo, quest’essenziale vacuità che nobilita i nostri atti, sempre più appare come un raro privilegio.

Quasi tutti agiamo per bisogno, per convenienza, barattiamo la qualità col giusto prezzo, dosiamo gli sforzi per i massimi risultati e abbiam smesso di sognare, sia di giorno che nella cupa notte.

L’economia è la triste signora che tutto governa.

“Non star lì imbambolato!”, ordina la mamma al figlio che sogna l’infinito, la maestra lo bacchetta mentre guarda oltre la siepe, lo censura ormai adulto il capufficio mentre fantastica sulla sua bella.

E ci diciamo ricchi di onori e di danaro, noi che non abbiamo il tempo per un inutile sorriso né per scrivere un romanzo d’impossibili avventure.

Mi chiedo che accadrebbe se tutti, al richiamo d’un silente appello, d’improvviso decidessero di compiere solo azioni inutili.

Inferno o paradiso, caos o armonia? Forse solo Libertà.

Amo le cose inutili, come queste mie parole, che presto dimenticheremo, saggiamente rapiti dalle consuete occupazioni, dalle cose serie.

-E’ molto romantico, continua così, su questo stile, citando molteplici casi di inutilità/utile che arreca felicità.

-Lo compro subito. Io insegno filosofia, la più inutile di tutte le discipline, che non serve a niente perché di nessuno è serva, ma che esercita la più alta di tutte le libertà, quella di pensare.

-Ecco, preferisco continuare a leggere libri di carta per illudermi di rimanere libera di pensare come mi va.

-Ordunque, conveniamo entrambi che i libri di carta sono i migliori amici dell’uomo, non ti tradiscono mai, sono sempre pronti ad aiutarti quando hai bisogno e, soprattutto, inquietano i regimi totalitari. Per tali ragioni, quando vorranno definitivamente musealizzarli, togliendoli dalle case con la scusa della polvere e dell’igiene per seppellirli in enormi biblioteche perennemente vuote, allora noi li difenderemo fino allo stremo delle nostre forze.

-Dovranno passare sul nostro cadavere. “Libri e libertà!”, rigrideremo con Garcia Lorca.

-Che dire, infine, dell’ultimo essenziale orpello dell’oggetto del nostro sconfinato amore?

-Ovvero professor Thot?

-Il possesso che ci avvince, l’intimità fisica, umorale, che questi inutili fogli di cellulosa raggiungono con i nostri corpi, portandoceli in borsa, nel letto e persino alla toilet. L’insana gelosia verso chi ce li tocca con mani sudicie e maldestre. L’istinto omicida per chi non restituisce un nostro rarissimo prestito. Quale e-book potrà ricordarci così bene i momenti della nostra vita?

– Si figuri, per me è un fatto carnale, io voglio nella bara la mia edizione inglese del 1964 delle poesie amorose di John Donne.

-Così però, con il feticismo morboso, contraddiciamo l’anelito di libertà …

-I libri liberano la coscienza più di una droga sciamana. Quindi è giusto che diano dipendenza, visti gli effetti di gran lunga migliori.

-Debbo andare, mia signora dei libri, ho inteso che non la rivedrò più in questo luogo, e per questo sento il bisogno di ringraziarla per il suo strenuo impegno al servizio della causa della liberazione dalla schiavitù dell’ipocrisia e del conformismo per mezzo dei nostri amati parallelepipedi cartacei.

-Abbiamo lavorato e lavoreremo sempre per la stessa causa, esimio professore. A questo punto, sento di farle un piccolo dono: il cartello allo stipite della porta della mia libreria. Lo so che me lo ho sempre invidiato, quel pezzo di metallo arrugginito trafugato da un rigattiere nel 1968.

-Non so che, dire, mi rende felice. Questo cartello, tanto tempo fa, accese la mia bibliofilia che tuttora dura. Se i libri fossero persone, credo che comincerebbero tutti con la frase che vi è incisa, la stessa che Albrecht Dürer aveva scelta come proprio motto:

“E renderò pubblico quel poco che ho appreso affinché qualcuno, di me più esperto, possa suggerire il vero, e con la sua opera dimostri e condanni il mio errore. Posso così rallegrarmi almeno, di essere stato uno strumento attraverso cui la verità è giunta alla luce”.

Image credit: illibraio.itnewsstoriestreet-art-difende-libri-cultura-immagini-184987-2-1.jpg

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