Istituzioni social

Istituzioni social

di Giovanni Pansini (Avvocato in Trani)

Questa è una storia che cambierà il mondo!

Ok, confesso di aver barato per invogliarvi a leggere: può darsi che questa storia non cambierà il mondo, ma racconta di qualcosa che lo farà.

Il protagonista è uno strumento nato per conoscere le ragazze all’Università e che, nel frattempo, è diventato il contenitore che racchiude un terzo della popolazione mondiale: Facebook.

Mentre il Coronavirus bloccava l’accesso ai Tribunali in mezzo mondo, (e nel nostro Paese si teorizzava l’introduzione dello smart working anche nei Tribunali… teorizzava appunto!), Mark Zuckerberg nominava i Giudici del suo “Oversight Board”, (letteralmente “Commissione di Sorveglianza”), la Corte d’appello che avrà il compito di sindacare le decisioni prese da Facebook e potrà anche modificarle, contro il volere del suo fondatore.

Mi sono ricordato di questo articolo di qualche giorno fa e passato quasi inosservato, quando ho letto che, invece, la Procura di Milano ha avviato un procedimento penale contro ignoti in seguito al linciaggio via social nei confronti di una giovane cooperante tornata in Italia dopo essere stata sequestrata per un anno e mezzo.

Certo, avrei voluto “fare l’intellettuale” e dire che i social non mi interessano, oppure avrei potuto citare la lapidaria frase di Umberto Eco: “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli” (mi sono sempre chiesto perché chi cita questa frase sui social la riferisce sempre agli altri e mai a sé stesso) per minimizzare l’accaduto ed ignorarlo.

Ed invece no, sarò pure un imbecille, ma penso che quei commenti siano ignobili.

Certo, la Giustizia interverrà e si chiederà a Facebook di rimuovere i commenti presenti e futuri, (come ha detto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea: “Il diritto dell’Unione non osta a che a Facebook venga ingiunto di rimuovere commenti identici ed equivalenti a un commento precedentemente dichiarato illecito”).

Ma, ormai, il danno è già bell’e fatto!

Oltre agli odiatori ed agli imbecilli di cui parlava Eco, poi, su Facebook ci sono i violenti, i furbi e poco di buono.

Non è che Facebook è peggio: un social è semplicemente lo specchio della nostra società dove trovi un po’ di tutto e dove scegli tu a chi accompagnarti.

Il problema è che dal vivo, nel contesto della tua piccola comunità, sai chi è la persona con cui stai parlando, sai da dove viene e dove vuole arrivare, e puoi scegliere di non dargli ascolto.

Nello spazio sterminato di Facebook questo diventa difficile e può capitare che segui uno che sembra saperne sempre più di tutti mentre, invece, si tratta dello scemo del villaggio o di un Bot che ti scrive o ti risponde proprio come vorresti tu.

Non è fantascienza: si chiamano social bot e sono usati per fare propaganda.

Facebook, di recente, ha ammesso che in Myanmar la piattaforma è stata utilizzata da gruppi di violenti per creare un “ambiente abilitante” che ha fatto proliferare gruppi che abusano dei diritti umani.

Negli Stati Uniti è stata organizzata una riunione stile “nazisti dell’Illinois”(spoiler: io li odio i nazisti dell’Illinois, e comunque la riunione era in Idaho!) tramite la funzione Eventi di Facebook per reagire ad una presunta “ondata di violenza nei confronti dei cittadini americani condotta dagli immigrati”.
Peccato però che la notizia di questi atti violenti compiuti dagli immigrati era falsa e che proveniva dalla Russia, e non dai cittadini di Twin Falls, Idaho.

A chi mi dice: “ma cosa ci importa dell’Idaho o di Myanmar?” io rispondo che questa cosa interessa anche noi, visto che, di recente, la Commissione Europea ha denunciato il tentativo di diffondere informazioni propagandistiche attraverso i social da parte di alcuni Paesi, per indebolire l’Europa, destabilizzarla e guadagnare influenza sui suoi partner più vulnerabili.

Ecco, ora la cosa sembra più vicina a noi…

Zuckerberg in persona ha spiegato in un post del 2018 che gli utenti della piattaforma hanno la “tendenza ad amplificare i contenuti progettati per sensazionalizzare, diffamare o indurre in errore”.

Siamo fatti così per natura: piuttosto che annoiarci a leggere cose serie e pesanti (che magari sono state anche rilette ed approvate da gente che ha studiato: si chiama peer review), ci piace leggere e rilanciare l’articolo de “il controcorriere del complotto”.

L’animo umano ha una particolare debolezza: si eccita con contenuti che danno emozioni forti (scandali, odio o complotti) e qualcuno sfrutta questa debolezza per progettare contenuti che possono influire nei meccanismi di consenso, come è accaduto in occasione del Referendum Costituzionale del 2016 in Italia quando, durante le operazioni di voto, si diffusero sui social voci infondate.

Lo so quello che state pensando: “Ma se questi ci pigliano i giro, oppure si limitano a diffondere odio ed insulti non gli si potrebbe tappare la bocca?”
Non è così semplice: per secoli filosofi, giuristi, attivisti e politici hanno dibattuto su come e quando le Istituzioni possono porre dei limiti alla libertà di espressione per proteggere le persone da contenuti non desiderati che potrebbero danneggiarle.

Maneggiare diritti fondamentali come la libertà di espressione è un esercizio delicato, che deve essere armeggiato con cura ed attenzione.

L’ascesa incontrollata delle piattaforme tecnologiche, cosiddette “social”, pone in chiave moderna questo antico dilemma, e, dopo i casi di Carola Rackete e di Silvia Romano, torna di attualità e richiede risposte urgenti.

La “Policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose” di Facebook recita: “Per impedire e interrompere atti di violenza reali, non permettiamo la presenza su Facebook di organizzazioni o individui che proclamano missioni violente o che sono coinvolti in azioni violente. Questo include organizzazioni o individui coinvolti nelle seguenti attività:
Terrorismo
• Odio organizzato
• Traffico di esseri umani
• Violenza organizzata o attività criminale
Rimuoviamo inoltre contenuti che esprimono supporto o elogio di gruppi, leader o individui coinvolti in queste attività. È possibile trovare maggiori informazioni sulle nostre iniziative per la lotta al terrorismo
”.

Sulla base di questa policy, Facebook è intervenuta in diversi Paesi.
In Italia, alla fine dello scorso anno, Facebook ha oscurato gli account di alcune organizzazioni politiche e associazioni di estrema destra: Forza Nuova e CasaPound.
Zuckerberg in persona aveva spiegato in un comunicato che: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri non trovano posto su Facebook e Instagram. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose, che vieta a coloro che sono impegnati nell’odio organizzato di utilizzare i nostri servizi”.

Tuttavia, sia pure in via cautelare, il Tribunale di Roma ha censurato l’iniziativa di Facebook sulla base di queste considerazioni:

  1. Facebook è diventato così importante che il soggetto che non è presente sul social è, di fatto, escluso dal dibattito politico italiano;
  2. il rapporto piattaforma / utente non può più considerarsi di natura meramente privatistica e, nella contrattazione con gli utenti, la piattaforma deve strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finché non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente.

In altri termini: fino a quando un Giudice non avrà dichiarato che uno fa lo stronzo (scusate ma rende il concetto!) sui social, Facebook dovrebbe stare al posto suo.
Campa cavallo, allora!
Ma la tutela ordinaria è efficace e adeguata rispetto ai rischi derivanti da un utilizzo improprio della piattaforma?

In un articolo recente, John Bowers e Jonathan Zittrain, dopo aver ripercorso la storia della regolamentazione delle piattaforme online, hanno auspicato la creazione di “processi di governance della piattaforma in grado di costruire un ampio consenso su come vengono prese e attuate le decisioni”.
In altri termini, questi due Professori esperti di diritto di Internet, sostengono che le Piattaforme social potrebbero sostituire la tutela Giurisdizionale, baluardo delle prerogative statuali, con un “Tribunale social”, delegando tale funzione ad organismi indipendenti, veloci e specializzati.

Una sorta di Tribunale di Facebook, indipendente da Stati e Governi e indipendente da Facebook stesso.

Ecco qui! Proprio quello che ha fatto Zuckerberg con l’ “Oversight Board”.

Molti diranno: hey, ma sono matti? Cosa vuol fare Zuckerberg?

Vuol diventare il dittatore del mondo e sostituirsi agli Stati attribuendo funzioni così delicate (che coinvolgono diritti fondamentali e tali da poter, di fatto, “escludere il soggetto che non è presente su Facebook dal dibattito politico”) ad un organo non Giurisdizionale?

Mah, io sono un ottimista e penso a questo: Facebook, come ha detto il suo fondatore in un famoso discorso agli studenti di Harvard del 2017, è una Comunità Globale e, come tutte le comunità, anche Facebook presuppone alcune regole etiche e comportamentali condivise, (cristallizzate nella “Policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose”) e deve avere la possibilità di identificare ed allontanare chi non si attiene alle regole del gruppo.

Il rapporto piattaforma / utente non dovrebbe corrispondere ad un rapporto contrattuale consumatore / professionista (come afferma il Tribunale di Roma nel provvedimento cautelare di CasaPound), ma ad un rapporto di natura diversa, simile a quello che lega l’associato alla sua associazione, e che lo vincola alle regole ed agli scopi di essa.

Anche nelle associazioni ci sono organismi esterni (per esempio il collegio di garanzia oppure i probiviri) che possono sindacare i comportamenti degli iscritti al fine di verificare se hanno violato gli standard etici del gruppo, e prendere i conseguenziali provvedimenti.
Analogamente, l’Oversight board di Facebook potrà verificare se il comportamento degli iscritti viola regole etiche e comportamentali.

Anche in altre comunità, come quelle professionali (pensiamo a quella dei Medici o degli Avvocati), non è che uno si alza la mattina e dice e fa quello che gli passa per la testa, perché c’è un codice di comportamento con regole deontologiche codificate e valide anche fuori la sua sfera strettamente professionale.
Chi sgarra si becca il disciplinare, e se ha fatto proprio la testa di cavolo può pure essere espulso per sempre.
Perché non potrebbe fare la stessa cosa una Community globale come Facebook, senza che si gridi allo scandalo o che chi viene escluso chiami in causa i diritti fondamentali che esso stesso ha calpestato?

Come funziona.

Anche il funzionamento non dovrebbe mettere particolarmente a rischio gli utenti della piattaforma. Facebook (come fa ora) verificherà se un profilo sta violando gli standard della comunità, e in casi estremi provvederà ad oscurarlo. In questo caso chi ha subito il provvedimento può fare un reclamo a Facebook. Nel caso il suo reclamo fosse respinto l’utente oscurato potrà chiedere una riammissione all’Oversight Board (oppure, ovviamente, rivolgersi ad un Giudice ordinario). L’Oversight board si pronuncia sul provvedimento di Facebook, chiedendo nell’ipotesi in cui non condivida la posizione di Facebook, di reintegrare l’utente oscurato.

In ogni caso non sembra essere compromessa o resa più complicata la possibilità per l’utente di rivolgersi ad un Giudice ordinario.
Piuttosto, questa iniziativa potrebbe testimoniare la volontà di Facebook di prendere sul serio un fenomeno ormai divenuto poco tollerabile.

Conclusione

Vabbè.
Lo avevo promesso, questa storia parla di qualcosa che forse potrà cambiare il mondo.

Abbiamo una grande opportunità: ogni comunità, anche quella che conta due miliardi e mezzo di persone come Facebook, si fonda, a monte, su scopi condivisi, e la vera sfida di Zuckerberg è una sfida di una generazione.

Nel discorso agli studenti ad Harvard del 2017, Zuckerberg evidenziava come la creazione di una comunità globale non può esimersi dall’individuazione di uno scopo comune.
Lo scopo comune che la comunità di Facebook deve perseguire non può più essere quello di conoscere la ragazza più carina dell’Università anche perché la nostra generazione è diventata abbastanza adulta da prendersi il mondo sulle spalle e migliorarlo.

Disse Mark ad Harvard: “le più grandi opportunità a nostra disposizione sono globali: possiamo essere la generazione che metterà fine alla povertà e alle malattie. Le sfide più importanti necessitano anche di risposte a livello globale: nessun Paese è in grado di combattere il cambiamento climatico o di prevenire pandemie da solo. Ora il progresso richiede un’unione che non si limiti solo a città o nazioni ma anche alla comunità globale”.

Ed allora via i dubbi: via dalla nostra comunità Terrorismo, Odio organizzato, Traffico di esseri umani, Violenza organizzata o attività criminale e ben vengano nuove forme di Gatekeeping nei social, proprio perché sono diventati così influenti nella nostra vita comune.

Se devo scegliere da che parte stare, preferisco stare da quella di chi, a 36 anni, ha già ottenuto tutto dalla vita e gli manca una sola cosa: rendere migliore il mondo in cui viviamo.

Image credit: Pawel Kuczynski
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