La comunicazione al centro

La comunicazione al centro

di Stefania Cavagnoli ( Università di Tor Vergata)

La parola, le parole e i loro messaggi

La linguistica si occupa dello studio della lingua e del linguaggio. Detto in altre parole, si occupa di come funziona il nostro modo di comunicare e prima ancora di pensare.
La centralità della parola è stata per molto tempo la chiave di lettura delle studiose e degli studiosi rispetto al linguaggio e alla lingua: dimensione astratta, condivisa dagli esseri umani e legata al pensiero il primo, realizzazione concreta del linguaggio in un determinato contesto storico, sociale, economico e culturale la seconda. Secondo Jakobson, la lingua potendo tutto, ma non essendo costretta a nulla, si introduce come un filtro discreto e onnipresente fra il mondo e la rappresentazione che di esso ne dà il/la parlante, attribuendo ad essa un significato.

Oggi la ricerca parla di unità minima della comunicazione come di testo. Il testo è scritto o orale, o ancora iconografico. Il testo è lungo o corto. Il testo è dialogo fra le persone.
Quando dialoghiamo, per piacere o per dovere, mettiamo in collegamento due modi di vedere il mondo attraverso le parole e quindi i testi.
Le parole servono principalmente per due finalità, come individuato da Halliday. Per pensare, imparare, e per mettersi in relazione. E lo facciamo attraverso modalità che sono lo scritto e la forma orale.

Negli ultimi decenni, a questa si è aggiunta anche la forma trasmessa; dalla radio alla televisione, passando per il telefono siamo arrivati alla comunicazione via web. Una nuova modalità che sta a metà fra lo scritto e il parlato. E che ha bisogno di regole, come ogni tipo di comunicazione, con il primo obiettivo di trasmettere in modo adeguato il messaggio, il pensiero di chi comunica.

Una comunicazione non adeguata, che sia scritta, orale o trasmessa, non solo non raggiunge i propri obiettivi, ma modifica la relazione comunicativa fra le persone.
Soprattutto quando si comunica in modo asimmetrico, come succede fra professionisti e non esperti, una comunicazione non attenta, non precisa, non adeguata all’interlocutore/interlocutrice può creare grandi danni.
Le parole infatti hanno un grande potere, potere che aumenta con la maggior conoscenza linguistica di chi parla. E in una comunicazione asimmetrica, aumenta per colui/colei che ricopre la posizione più forte

Chi conosce più parole, più registri linguistici, più strutture grammaticali ha sempre maggior potere, e non solo comunicativo. E chi ha più potere ha anche più possibilità di modificare, di cambiare la realtà e la comunicazione. Per questo motivo conoscere bene una o più lingue offre strumenti di cambiamento del mondo. Ma per fare questo è necessario usare le parole in modo consapevole.

Rimettersi in discussione, riflettere sul linguaggio e sulle sue espressioni. L’abitudine e la routine permettono la comunicazione veloce, spontanea, incisiva: ma la consapevolezza di tali processi è fondamentale per esprimersi in modo consono al contesto in cui ci si trova. È attraverso l’uso linguistico che certe abitudini negative possono essere modificate. E siamo noi, attraverso le nostre espressioni, a farlo cambiare.

Per questo motivo è necessario riflettere sul ruolo della parola, a partire dalla formazione scolastica e familiare. Le parole nella teoria della pragmatica linguistica hanno il potere di limitare la libertà delle persone, di modificare stati sociali e giuridici. La parola che benedice, o che condanna, che sentenzia, modifica il ruolo sociale della persona. È performativa, perché nel preciso istante della sua pronuncia dà vita ad una trasformazione che va oltre la comunicazione.

Lavorare a scuola sulla parola, definire i tabù del dicibile e del non dicibile è un’operazione complessa, ma che facilita poi una comunicazione curata, importante soprattutto per coloro che avranno ruoli di gestione delle persone, o impegni di rappresentanza politica. La parola è necessaria, il linguaggio verbale è ciò che ci caratterizza come esseri umani.

Non è vero che le parole sono interscambiabili: si pensi a come si sono trasformate nell’uso nel corso del tempo. Un esempio è la parola “spazzino”, ritenuta troppo bassa, o solo troppo connotata in negativo, e che è stata sostituita da “operatore ecologico”. Il significato è lo stesso, il significante è più positivo.
È un discorso di percezione di chi ascolta, che si forma nel contesto sociale. Lo stesso vale per disabile, diversamente abile, ma anche per l’asimmetria quando si apostrofa un uomo o una donna. Il primo è spesso dottore, nonostante non possieda una laurea, la seconda è spesso signora, indipendentemente dalla sua professione o dal suo grado di specializzazione.

La percezione è individuale e sociale al tempo stesso. Bisogna chiedersi chi parla e chi ascolta, con quali orecchie? È quindi necessario contestualizzare e comprendere, nell’interpretazione, una serie di altri linguaggi. La parola è infatti prima di tutto corpo, è fisica, e rappresentata da una serie di altre modalità di comunicazione.

La parola è allo stesso tempo corpo, quindi altri linguaggi. La parola è pesante, ma allo stesso tempo è leggera. Segna la realtà, colpisce, modifica le situazioni; ma allo stesso tempo è leggera, volatile, manipolabile.
Dare peso alle parole significa dare loro dignità e un posto nel mondo, affinché le parole si trovino sempre e siano adeguate alla rappresentazione che ci aiutano a dare.
Usare male le parole significa fare male, spesso prima di tutto a se stessi, ma subito dopo agli altri.

Le parole si modificano, perché la società, i contesti si modificano. Nella comunicazione, la parola è uno strumento potente, che serve a definire le realtà, a modificarle. Come strumento, si fa sempre portavoce del pensiero ed è suo testimone. Chi parla bene pensa bene, chi parla chiaramente ha altrettanto chiaro il concetto di riferimento che vuole esprimere.

Chi usa parole vuote, parole che mentono è responsabile di come parla. Siamo noi a decidere come usare le parole, e il tono, la prosodia, la mimica e la gestualità che le accompagnano. Usare le parole per costruire o per distruggere è nella nostra libertà. Le parole sono democratiche e libere, non sono privilegio di pochi, ma patrimonio di tutti/e.
Sono i e le parlanti a decidere come usare le parole. Debbono solo ricordare sempre che la parola gridata è distruttrice di comunicazione, ed il loro è un pessimo uso di una grande ricchezza che si potrebbe utilizzare altrimenti.

Photo credit: www.ufficiostampa.provincia.tn.it/kengo-kuma-kodama-ph-giacomo-bianchi

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