Parlare è un'opera pubblica

Parlare è un’opera pubblica

di Massimo Corrado Di Florio

Il consenso

Partirei dal presupposto caro ad Habermas per il quale la maniera per facilitare il consenso è un fenomeno tipicamente sociologico che affonda le sue radici nella struttura della comunicazione. Ciò accade indipendentemente dalle parti coinvolte nella comunicazione stessa. Anzi, meglio, indipendentemente da chi produce e da chi riceve una opinione. In questo particolare contesto, tale forma di rapporto di indipendenza tra un soggetto e un altro, è, in buona sostanza, l’espressione tipica della democrazia ideale che, per l’appunto, finisce con l’enfatizzare una sorta di uguaglianza formale.

Bauman, tuttavia, ha mostrato di discostarsi da una visione meramente accademica del fenomeno in questione preferendo aderire ad una concezione, per così dire “amichevole e solidale in condizioni di pluralismo e di differenza persistenti che nessuno ha il diritto di sopprimere”.

Mi sembra perciò più che opportuno ricordare che, nell’ambito del processo comunicativo e, pertanto, in un processo in cui la parola usata assume una connotazione assai rilevante, una società perfettamente giusta non esiste e, sempre per dirla con Bauman molte ingiustizie sono state inflitte sotto il vessillo della giustizia perfetta”. In questa ottica, l’uso della parola, in quanto strumento di comunicazione, può davvero atteggiarsi a momento afflittivo pur rimanendo nel cono d’ombra della divulgazione apparentemente giusta e, nello stesso tempo, apparentemente perfetta. Anche in tale maniera, perciò, chiunque asserisca, direttamente o indirettamente, immediatamente o subdolamente, di essere il portatore sano di quel vessillo, esprimerà un potere o, quanto meno, una forma di esso. Tale potere, ovviamente, sarà tanto più forte quanto più quantitativamente significativo sarà il consenso ottenuto.

Il potere

A questo punto, occorre davvero domandarsi cosa sia esattamente il potere. È assai verosimile che nella filigrana della comunicazione si possano (e si debbano) rinvenire tracce che consentano di giungere ad una sorta di definizione del potere.

Per taluni (e tra questi Byung-Chul-Han), solitamente, per una faccenda di miopia teorica, nemmeno il potere sa bene cosa sia il potere. In questa concezione, esso è visto come qualcosa che tende a imporsi con violenza per poter soddisfare il suo proprio requisito di forza e sopraffazione.

Esposto in questi termini il concetto, è ben strano ritenere allora che il potere debba necessariamente prescindere dal consenso. Il che, tradirebbe, perfino, l’incipit di questo breve excursus. Ergo, la prima domanda che occorre porsi è se, in questa ottica, cioè quella del consenso e della comunicazione, il potere possa esistere al di là di qualsivoglia imposizione e/o atto di violenza.

Partiamo pertanto dal presupposto che ove mai il potere tragga la sua forza non da atti impositivi ma da atti fondati sul consenso, il processo della “validazione” del potere stesso e, con esso, del potere della parola in quanto adoperata al di fuori della violenza, trova il suo immediato referente nella locuzione “io voglio” e non nel “io devo”. Così ricostruito il concetto, può anche affermarsi (citando Han) che “il potere del potere consiste proprio nel fatto che possa suscitare decisioni e azioni anche senza impartire un ordine esplicito”.

Sempre restando nel tema specifico, occorre ulteriormente chiarire che saranno proprio le azioni forzate a non creare alcun potere. Insomma, il potere correlato all’uso della parola, in quanto fenomeno tipico di relazione sociale fondata sulla comunicazione non violenta né impositiva, è, alla fine, espressione di libertà che crea libertà.

In tal modo, non è difficile ipotizzare che, se posto il problema in termini di relazione sociale, la persona, in quanto appartenente ad un universo sociale, potrà esistere e evolversi attraverso la comunicazione. Ecco, perciò, l’importanza della parola. Ecco, perciò, come la parola possa e debba essere una vera e propria opera pubblica e, in quanto tale, contenere in sé ogni altra declinazione possibile di opera, anche d’arte. Forse, la forma più libera di opera.

La responsabilità e la millanteria intellettuale

Chiarito in questi termini l’indissolubile rapporto intercorrente tra il consenso con il potere (che di esso consenso necessita per validare se stesso) e, in pari tempo, espresso il concetto di libertà nel senso dianzi spiegato, occorre affrontare adesso il problema della responsabilità insito nel fenomeno stesso di comunicazione.

Il connubio indissolubile che lega la parola a chi la adopera finisce con il generare un vero e proprio momento di responsabilità.

Questo aspetto è, allo stesso tempo, un momento di responsabilità per chi usa e espone la parola e un momento di responsabilità per chi riceve quella parola. Nel primo momento, che potremmo anche definire termine relazionale divulgativo del rapporto, l’inevitabile elaborazione del pensiero che precede l’uso della parola, deve tener conto della responsabilità che si accompagna alla divulgazione (di un concetto, di un’opinione etc); nel secondo momento, quello che investe il ricevente, è ugualmente importante delineare la responsabilità di chi deve accogliere, nella più larga forma di pienezza e comprensione, la parola medesima attraverso una propria e autonoma elaborazione concettuale. Entrambi i termini relazionali, manco a dirlo, sono poi perfettamente reversibili.

Quel che si vuol dire è che, proprio attraverso il criterio della responsabilità reciproca la parola assurge al rango di strumento sociale di comunicazione. Trattasi, in sostanza, di perfetta simbiosi di reciproca solidarietà. In caso contrario, ci troveremmo di fronte ad un esercizio del potere, lontano dal consenso e dunque altrettanto lontano dalla libertà.

In questo contesto, noi che siamo avvocati, ben sappiamo interpretare questo connubio in termini di reciprocità responsabile. Vorrei, perciò, poter utilizzare il termine sinallagma proprio in questo ambito (così apparentemente lontano dal mondo del diritto) per tentare di creare una sorta di sutura tra due universi mai separati l’uno dall’altro. Ci troviamo di fronte ad un sistema, quello giuridico, che presuppone e contempla ogni aspetto del mondo, per così dire, “sociologico” e, in particolare di quel mondo sociologico che studia l’universo della comunicazione. Ecco dunque come la parola, strumento di comunicazione e di consenso libero, diventa essa stessa il nesso, il sinallagma, tra chi responsabilmente la adopera con chi, altrettanto responsabilmente, la riceve e/o la percepisce.

A questo punto, un momento di snodo centrale è anche rappresentato dal rapporto intercorrente tra la libertà di esprimere un concetto attraverso le parole, con la certezza che quella espressione comunicativa giunga effettivamente al (o ai) destinatario (i). Qui entra in gioco il suggestivo meccanismo della responsabilità della scelta, massimamente se la scelta stessa sia indotta da chi la parola sa bene usarla.

In questo angolo prospettico la parola assume una dimensione funzionale tale per cui si giunge perfino ad indurre il destinatario a subire una sorta di perenne condanna alla scelta.

Come sostiene ancora una volta Bauman “…non deve meravigliare che la condizione di libertà sia piena di tentazioni per rinunciarvi, per nascondersi dietro un’autorità che può assumere responsabilità troppo gravose per le nostre spalle…”

In tale maniera, attraverso un uso accorto e, in qualche misura, astuto della parola (qui effettivamente disegnata in termini di “opera pubblica” in quanto contrapposta alla parola “privata”), inevitabilmente si è pronti ad autoconvincersi che non si può sbagliare perché molti fanno così. Superfluo poi constatare che tra i c.d. “molti” vi sono coloro i quali, se ben stimolati a livello “gastrico” (e mi sia consentita tale espressione atteso che i furbi parlano alla pancia della gente e non alla testa), sono convintamente certi di qualunque validazione di qualsivoglia parola e/o gruppo di parole loro offerte.

Un terribile effetto di quanto detto, quale negativissimo corollario di ciò, risiede nella c.d. millanteria intellettuale. Alleggerisco un po’ questo mio contributo e parlerò di un racconto letto qualche tempo fa. Vediamo se mi riesce di creare un legame con il tema principale.

Ne “La stupidità dell’amore”, Wilhelm Genazino descrive le vicende di un uomo colto che intrattiene, contemporaneamente, due relazioni affettive con due donne. Il protagonista, costantemente diviso tra l’una e l’altra, rientra in uno schema abbastanza tipico e tipizzato: trattasi di un fenomeno che, trasversalmente, interessa l’intero globo terrestre. La nota che mi colpisce, più di ogni altra, è rappresentata dal fatto che il tipo (che, per quel che qui interessa, potrebbe essere, come ovvio, anche una tipa), attraverso l’uso della parola, regge l’intero impianto narrativo e relazionale senza alcun apparente disturbo salvo, poi, dover fare i conti con la propria responsabile coscienza quando si autodefinisce un vero e proprio millantatore intellettuale. Mostra di conoscere senza conoscere: una vera e propria abilità comunicativa.

Chiarisco, immediatamente, che la responsabile coscienza di cui trattasi non ci conduce verso la stigmatizzazione della duplice relazione in questione. Ciò che rileva, infatti, è una sorta di profonda avversione del protagonista verso se stesso quando mostra di sé ciò che non è. La millanteria intellettuale è, in effetti, la degenere rappresentazione di una certa cultura didascalica che, pare, abbia tragicamente messo piede, e massicciamente, nella attualità. Essa è, per così dire, l’enzima catalizzatore della sintesi comunicazionale nella sua peggiore accezione. La mera sintesi, cioè, del tutto deprivata dalla necessaria e antecedente analisi.

In questo senso, la detta sintesi, proiettata verso una esaltazione della parola costruita su “spot” e/o “slogan” determina un abbattimento di qualunque precedente analisi. L’analisi, infatti, oltre a costar fatica, risulta essere perfettamente inutile secondo quei soggetti abituati ad autoderesponsabilizzarsi e, per conseguenza, ad abituare i destinatari dei loro slogan a deresponsabilizzarsi a loro volta. Siamo ancora di fronte al “se lo fanno tutti, vuol dire che funziona”.

Insomma, millanteria intellettuale, esaltazione della mera opinione e affermazione della sintesi come mero sistema di diffusione della parola, finiscono col mortificare e deprimere la parola stessa sino ad appiattirla del tutto in una mera formula grafico/rappresentativa.
Né più un’opera d’arte, né mai più un’opera pubblica. Solo un coacervo di parole.

In conclusione, sempre a proposito della parola, della sua importanza e del fatto che, talvolta, anche il non usarla rende la parola stessa importante, vorrei chiudere questo intervento ricordando quanto William Shakespeare descrive nel Re Lear. In particolare, nel momento in cui l’anziano re Lear decide di abdicare al trono e dividere il proprio regno tra le sue tre figlie. La scelta che, in seguito si rivelerà scellerata, prevede una divisione del regno proporzionale all’amore che le figlie avrebbero dimostrato al re.

La storia è nota: le figlie maggiori giurano a Lear un immenso affetto. Tuttavia, mentono. Cordelia, invece, la figlia minore (peraltro la preferita di Lear) si rifiuta di partecipare alla gara e, nel silenzio, si giustifica dicendo che non trova le parole per esprimere l’amore per il padre. Il re, infuriato, la disconosce.

Come è facilmente deducibile, abbiamo, da un lato, un uso di parole sebbene menzognere e, dall’altro, il non uso di parole che, alla fin fine, esaltano, pur nel silenzio, una verità.

Forse, una maggiore accortezza avrebbe consentito al re di rendersi conto del fatto che, talvolta, le parole sono davvero finite, ovvero inutili. Tutto sommato, per chi ha acquisito questa consapevolezza, trattasi di una bella conquista e anche di una prova di onestà intellettuale.
Se io ne ho usate troppe, mi proclamo intellettualmente disonesto.

Photo credit: Michele Durazzi www.stashmedia.tv

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