Quanti delitti in tuo nome

Quanti delitti in tuo nome

di Alessandra Capuano Branca (Avvocata in Vicenza)

E’ singolare che pochi si interroghino sul significato vero del sostantivo “bigenitorialità”.
La risposta non si trova nei dizionari della lingua italiana i quali, alquanto in difficoltà nel definirla, ne relegano l’utilizzo all’ambito strettamente giuridico.
E già questo dovrebbe destare un qualche timore in chi la usa come un’arma, che potrebbe rivelarsi spuntata, dato che il diritto serve nei Tribunali e non sui campi di battaglia. Tanto è vero che quando due genitori parlano di come crescere i figli senza litigare questa parola non la usano mai, se non altro perché fino a qualche anno fa non esisteva, mentre i genitori e i figli sono sempre esistiti.

Personalmente diffido delle parole delle quali non è ben chiaro il significato, come diffido degli acronimi e di ogni altro strumento che serva ad escludere qualcuno dalla comprensione dei fatti che lo riguardano.

Dedicherei perciò volentieri dieci minuti del mio tempo per farmi spiegare il significato del concetto di bigenitorialità da chi ne ha fatto una bandiera, ma sono anche disposta a scommettere una piccola posta che costui mi parlerebbe in nome dei padri e non dei figli (tutti del resto ancora troppo piccoli per costituire un campione statistico di adulti che possa confermare la validità della teoria).

Se invece si vuole ritenere che la bigenitorialità sia il contenuto di un diritto che appartiene al figlio, che è poi l’unico modo per dare un senso non meramente tautologico a questa espressione, allora dobbiamo anche chiederci il perché, in nome di questo diritto altrui, i genitori litiganti alzino barriere, ingaggino guerre giudiziarie e invochino giustizia.

Non sarà, viene da chiedersi, che lo abbiano scambiato per un diritto proprio?

La cronaca, anche la più cruda, conferma questa ipotesi, perché non vi è altro modo di spiegare certi delitti in cui il figlio viene annientato, talora fisicamente, dalla pretesa di un genitore al rispetto della “bigenitorialità”.
Leggiamo di bambini allontanati dal loro habitat domestico perché il loro diritto alla bigenitorialità impone che non possano manifestare di volere più bene alla mamma che al papà.

L’imprescindibile esigenza della bigenitorialità oggi ci viene spacciata come assioma, anche se la storia, la cronaca e l’esperienza sono ricche di esempi di cattivi genitori che sarebbe meglio perdere che trovare.

Ed i bambini lo sanno benissimo di chi si possono fidare e di chi invece bisogna avere paura, indipendentemente dal grado di parentela che risulta allo stato civile; basterebbe osservare, ascoltare e capire.

Credo che tutti ricordino bene le immagini del “bambino di Cittadella” che rifiutava il padre, trascinato con la forza fuori da scuola alla presenza dei suoi compagni, con l’intervento delle forze dell’ordine e del Consulente Tecnico del Tribunale, e sfido chiunque abbia memoria della propria infanzia ad affermare che fu ben fatto.
Mi sono sempre chiesta come deve essersi sentito il genitore che ha richiesto e consentito l’uso della forza dello Stato sul proprio bambino, ma ho pensato pure che Re Salomone con genitori così non sarebbe mai potuto passare alla storia come pacificatore.

Perciò l’espressione bigenitorialità sta acquistando un significato sinistro, al punto da essere evocativa della violenza sui minori contesi.
A questo punto non si può certo dire che i teorici dell’uso della forza, per “riprogrammare” i bambini che rifiutano un genitore, abbiano reso un gran servizio alla causa che dichiaravano di sostenere.

Tutte le violenze commesse su quei bambini, anche quando sono sopravvissuti alla prova – ma ricordiamoci che alcuni sono morti in nome della bigenitorialità – sono altrettanti delitti commessi a danno di inermi dei quali la società intera pagherà il fio, perché la violenza genera violenza.

Image credit: Daniel Borker da Pixabay

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