Riconoscere la violenza domestica

Riconoscere la violenza domestica

di Umberto Nizzoli (Psicologo e psicoterapeuta in Reggio Emilia)

Fui nominato dalla Regione Emilia-Romagna come primo esperto sui temi dell’infanzia quando anticipando il Governo nazionale adottò la Convenzione dei diritti dei bambini adottati dalla Convenzione ONU di New York del 1989.
A Reggio Emilia ero stato il coordinatore responsabile del neonato Servizio Maternità-Infanzia Età Evolutiva già dal 1974.
Forse per queste ragioni da molto tempo svolgo CTU per le diverse tipologie di Tribunali.

La abitudine di istruire CTU specie nel campo del diritto di famiglia non ha portato ad una migliore definizione dei loro standard. Anzi sono proliferate le difformità procedurali e valutative finendo col generare confusione. Ne sono espressione il diffondersi di frustrazione e conflittualità, non solo tra le parti ma anche tra i professionisti e gli avvocati.
L’elenco dei possibili contenziosi connessi alle Ctu è lungo. Qui mi preme fermarmi sul tema della violenza domestica.

Cosa si intende per violenza domestica?

L’APA la definisce il tipo di comportamento finalizzato ad acquisire o mantenere il potere e il controllo su un congiunto attraverso azioni fisiche, sessuali, emotive, economiche o psicologiche o con minacce.
Per intenderci si parla di comportamenti che intimidiscono, manipolano, umiliano, isolano, spaventano, terrorizzano, costringono, minacciano, colpevolizzano creando dolore psichico e, a volte, lesioni.

Orbene di questo fenomeno vi è nel complesso delle Ctu un approccio che a dir poco è scisso.
Da un lato una pletora di soggetti accusano l’altra parte di avere avuto condotte violente mentre dall’altro lato un numero non minore di parti ritengono la violenza domestica indimostrabile o al più una condotta del passato ininfluente nel definire quelle che si ritengono essere le soluzioni migliori per lo sviluppo della prole.
Alcuni tengono lo sguardo rivolto al passato, al ciò che fu, mentre altri guardano avanti e obliterano quel che accadde fra le mura domestiche.
C’è chi teorizza questa dicotomia dicendo che l’analisi del passato è di pertinenza della giustizia penale mentre chi fa civile deve prescindere dal passato.
In questo modo la violenza domestica viene derubricata in una generica conflittualità familiare.

Chiarisco subito che non mi riconosco nella suddetta dicotomia.
Il presente che è oggetto di valutazione della Ctu nel civile si comprende solo se si conosce il passato. Ma non per attribuire colpe e ancor meno pene sui fatti accaduti; come nelle storie di malattia, una corretta anamnesi è la base di qualsiasi seria diagnosi o, detto con altre parole, non esiste una corretta diagnosi che prescinda dalla anamnesi. Non esiste una valida ed utile Ctu che prescinda dall’analisi del passato.

Oggi si sa che la nascita della mente umana è un processo evolutivo innescato dagli stimoli sulle basi genetiche.

L’ambiente influenza l’organizzazione della mente. Gli studi neuroscientifici chiariscono che la mente è innanzitutto sociale e relazionale, che sono gli stimoli che si ricevono dall’ambiente che determinano dei processi mentali attraverso i quali si organizza progressivamente la struttura di personalità.
I bambini piccoli vivono il mondo attraverso i loro rapporti con i genitori e gli altri significativi.

Le relazioni e gli ambienti sicuri, stabili e nutrienti tra i bambini e i loro caregiver forniscono un cuscinetto contro gli effetti di potenziali fattori di stress, tra cui uno dei principali è la esposizione alla violenza domestica, e sono fondamentali per uno sviluppo sano del cervello.
Le buone cure modellano lo sviluppo delle capacità fisiche, emotive, sociali, comportamentali e intellettuali dei bambini, capacità che alla fine influenzano la loro salute anche da adulti.
Di conseguenza, la promozione di relazioni e ambienti sicuri, stabili e nutrienti può avere un impatto positivo su un’ampia gamma di problemi di salute e sullo sviluppo di abilità che aiuteranno i bambini a raggiungere il loro pieno potenziale.

Gli studi di neuroscienze portati avanti ad Harvard dimostrano che la violenza domestica si traduce in patologia nel bambino che vi assiste potendone danneggiare la biologia, la psicologia, la socialità; in pratica l’intera persona (Tien Ung domestic violence podcast Harvard Child Development, 2019)

Nei casi in cui il bambino è ancora molto piccolo non può portare memoria semantica rispetto alla storia di violenza a cui fu esposto.
Ma nella giustizia civile non si ricercano le prove: se era troppo piccolo per poterle narrare rimangono le ferite della memoria implicita (che è la memoria più profonda non attingibile ancora con il linguaggio e che si deposita nei primi mesi di vita). Ferite che rimangono come fragilità interiori sinaptiche che si attivano di fronte a segnali che per un osservatore esterno possono addirittura sembrare neutri e che invece, per colui il quale vi fu esposto, sono straordinariamente minacciosi.

Il cervello di ogni bambino è progettato per raggiungere un unico obiettivo piuttosto ambizioso: imparare tutto; le cose belle e le cose brutte.
Perciò è dotato di straordinaria plasticità. Sono le esperienze che vive, gli stimoli che gli offre l’ambiente a stabilire quali connessioni cerebrali mantenere e quali eliminare, quali debbano potenziare e quali bloccare.

Le prime interazioni del neonato con il mondo sono così importanti che determinano in buona misura l’evoluzione del suo sviluppo cognitivo e sociale (dalla sterminata letteratura cito Cotrufo T., Nella mente del bambino, Hachette fsc Milano, 2018).
Ecco perché il neonato ha bisogno di stare a contatto con i propri genitori e di sentirsi protetto e amato da loro. Le interazioni del neonato con il mondo sono così importanti che hanno perfino il potere di modificare il superamento dei geni attraverso la loro attivazione o da loro inibizione (epigenetica).
Ma quando in famiglia c’è violenza il suo potenziale è intaccato. Il genitore che ha condotte di violenza domestica danneggia il presente e il futuro del figlio che vi assiste.

Ritengo pertanto che la Ctu abbia una enorme delicatezza, perché deve esplorare tutti i fattori che hanno portato alla situazione che si sta valutando.
Il Ctu deve essere dotato di ampia formazione e deve dedicare molta attenzione per ricostruire l’eziopatogenesi della patologia familiare che esamina. Solo così la progettazione del miglior futuro possibile ha solide basi. Non basta certo l’osservazione di qualche interazione nelle simulazioni di gioco a stabilire la qualità delle competenze genitoriali.

Sarebbe molto opportuno che già il Giudice, nella formulazione del suo quesito, evitasse mandati generici ed espliciti invece molto chiaramente gli oggetti di indagine e chieda che tali elementi se già proposti negli atti di causa o emersi in sede di udienza, siano indagati nei lavori peritali.

Gli effetti della violenza domestica si possono curare e superare; ma la violenza occorre saperla riconoscere e confrontare.
Solo così si aiuta la Giustizia a seguire un progetto esistenziale rispettoso dei bisogni delle persone in fase di sviluppo, i bambini.

Image credit: Hans Kretzmann da Pixabay

Sull’argomento, su Ora legale News:
https://www.oralegalenews.it/attualita/il-rifiuto-del-minore/12477/2020/
https://www.oralegalenews.it/attualita/il-ctu-ipse-dixit/12510/2020/

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