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Bari metafisica

di Enzo Varricchio (Avvocato in Bari e scrittore)

La metafisica non abita più solo a Ferrara, Roma o Milano.

La mostra di fotografie concettuali dell’artista Pino Verrastro “Bari metafisica” candida il capoluogo pugliese a città della “Neometafisica” o della “Tecnometafisica“.

Sottopasso Via Quintino Sella

Dopo la scuola pittorica novecentesca inaugurata da Giorgio de Chirico che porta questo nome, la metafisica rinasce utilizzando nuove tecnologie per esprimere concetti e interpretare l’essenza intima della realtà del nostro tempo al di là delle apparenze.

La pittura metafisica del XX secolo nacque in Italia proprio nelle città, si ambientò in piazze deserte, stazioni ferroviarie, torri, statue e monumenti, menomati dall’assenza del protagonista urbano per eccellenza: l’uomo. Straniamento, enigma e solitudine furono i suoi temi prediletti, inconscio e sogno le sue fonti ispirative, manichini, statue, ombre e figure mitologiche i suoi personaggi. Da pittura traslò nell’architettura di centri storici come Brescia o Varese, oppure in città di nuova fondazione, come quelle dell’Agro Pontino (Sabaudia, Aprilia), per culminare nello spettacolare impianto incompiuto dell’EUR.

Umbertino

Verrastro compie la stessa operazione con il capoluogo pugliese.

Oggi Bari non è più la città periferica di prima, brulica di turisti ed è lanciata nell’olimpo delle mete vacanziere, anche se quest’improvvisa e meritata notorietà – lucratività turistica mostra già alcuni inevitabili riverberi negativi: il centro storico si sta trasformando in una sorta di enorme ristorante all’aperto e le tradizioni veraci della baresità si vanno mercificando al servizio dell’utenza di turno.

Ora ci sono due possibili sviluppi: dare valore culturale all’identità barese con nuove iniziative e riuscire a esportarla per mantenere tutto l’anno desta su Bari l’attenzione dei media nazionali e internazionali, oppure continuare a subire il declino delle attività turistiche durante i mesi invernali e rischiare di essere presto sostituiti con altre mete più alla moda.

Sottopoasso Via Brigata Bari

La mostra di Pino Verrastro da un lato denuncia le distorsioni del turismo mordi e fuggi e l’assenza di vere politiche culturali, dall’altro si sforza di immortalare la bellezza fugace e rarefatta di scorci poco noti, edifici storici dimenticati, architetture futuriste di una città che si sta trasformando, dai molti volti, alcuni di essi sottovalutati, come nel caso del quartiere “Libertà” che, ancor più delle vie dello shopping e dell'”Umbertino” e insieme al “Madonnella“, possiede un fascino ancora parzialmente incontaminato. Verrastro cerca di eternare questo fascino, catturandolo per i posteri in un’immagine iconica e rarefatta, estrapolata sì dalla realtà ma ristrutturata dalla sensibilità dell’artista.

Umbertino

Verrastro metafisicizza la città, svuotandola per mitizzarne l’antica essenza, prima che vada perduta, per musealizzarla. Fotografando i dettagli di alcuni edifici, ingrandendoli, assemblandoli o sdoppiandoli, fissa lo stato delle cose, documenta l’identità della città con un’alta operazione concettuale che la consegnerà ai posteri come un monumento di ciò che era, l’attimo prima che tutto cambi.

Quella di Verrastro è una “tecnometafisica”, visto l’uso della videografica, metafisica modernizzata: a trasfigurarsi e mitizzarsi non sono più le bellezze urbane, i monumenti famosi svuotati di vita, ma i signorili palazzi abitati dai “murattiani” allo stesso modo dei recessi più reconditi e negletti delle zone periferiche, gli anfratti sperduti di archeologie industriali ormai dimenticati e dismessi, così assorbiti dalla bruttezza da divenire poetici. Divengono non-luoghi immobili, così misteriosi e silenti, da tornare significanti, paradossalmente rivitalizzati da inserti di elementi artificiali.

Barifutura

Tutto questo metafisicizza lo sguardo di Verrastro, in passato pittore di tavole lignee di stampo medievale, formatosi alla ortodossia geometrica delle chine, alla tecnica immaginifica dell’acquarello, allo studio del colore veneto e fiammingo.

Non è pittura, ma computer art, fotografia modellata non dal diaframma ma dalla mente dell’artista, quadro nel quadro, manipolazione imagopoietica, concettuale e idealistica.

Via Abate Gimma

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