Cambia tutto per gli affidi

Cambia tutto per gli affidi

Il punto di vista di Protocollo Napoli sull’ art. 23, in materia di affidi, del ddL n.1662 (Riforma Cartabia)

di Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo, Elvira Reale, Ester Ricciardelli (Psicologhe – Protocollo Napoli)

Il disegno di legge N. 1662 – Delega al Governo per l’efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata – approvato dal Senato – prende in esame i procedimenti per separazione e affido dei minori, indicando alcune limitazioni nell’utilizzo delle consulenze tecniche, con un ruolo totalmente alternativo rispetto a quello attualmente richiesto e praticato.

L’orientamento della riforma è stato anticipato già nel 2019 da Protocollo Napoli, prima guideline psicologica finalizzata alla valutazione dell’affido nei casi di violenza domestica, condiviso da un numero sempre crescente di specialisti e dibattuto in una serie di convegni e webinar – alcuni dei quali tuttora online su YouTube e pagine social, anche con magistrati e avvocati – e oggetto di pubblicazioni.

Innanzitutto, va rilevato che le consulenze tecniche (CTU) non faranno più la parte del leone nei procedimenti per separazione e affidi ma costituiranno elementi accessori con un ruolo a latere rispetto a quanto demandato al giudice e alla sua istruttoria, che occupa la parte centrale della scena giudiziaria.
L’impiego del consulente andrà motivato dal giudice che ne detta il campo di azione, ma il ricorso al consulente servirà soprattutto – visto il riferimento nella lettera b) dell’articolo 23 – a analizzare la storia di violenza domestica e indicare dei piani programmatici per la tutela imprescindibile delle vittime (donne e minori).

Quest’approccio che emerge dal DDL, desunto dall’applicazione della Convenzione di Istanbul, è anche il cuore della metodologia di Protocollo Napoli da cui prende forma un nuovo iter psicologico negli affidi connotato da:

  • rispetto puntuale degli articoli della Convenzione;
  • ascolto attento e fedelmente documentato delle vittime, senza modifica dei loro riferiti, dei loro vissuti ed esperienze;
  • giusta valutazione del diritto del minore alla bigenitorialità, da non considerare come superiore al diritto del minore a vivere senza violenza;
  • messa al bando di teorie ascientifiche e misogine, ma anche di valutazioni tecniche (profili di personalità, patologie, ecc.) non consone al campo forense che concerne gli affidi;
  • rifiuto dei trattamenti coercitivi per i bambini, quando non vi siano rischi concreti ed attuali per la loro vita.

Passiamo quindi a valutare passo dopo passo l’articolo 23 del DDL per documentare gli elementi innovativi proposti che rientrano anche nei campi di azione del Protocollo Napoli.
Prima di tutto notiamo che per ben sette volte il disegno di legge introduce nelle varie articolazioni il riferimento esplicito alla Convenzione di Istanbul, a partire dalla prima lettera seguente a quella che tratta dell’ambito di applicazione delle nuove norme.

L’articolo 23 quindi, alla lettera b), definisce in pratica l’esclusione del principio della bigenitorialità dai provvedimenti che riguardano la determinazione delle condizioni di affido, soffermandosi, nei casi in cui vi siano allegazioni di violenza, sulle specifiche e particolari misure di protezione per le vittime, tra cui i divieti di accesso del maltrattante alle stesse, e altre forme di protezione mirate ad evitare la vittimizzazione secondaria.

Si afferma infatti alla lettera b) dell’articolo 23:

prevedere che in presenza di allegazioni di violenza domestica o di genere siano assicurate: su richiesta, adeguate misure di salvaguardia e protezione, avvalendosi delle misure di cui all’articolo 342 bis del codice civile; le necessarie modalità di coordinamento con altre autorità giudiziarie, anche inquirenti; l’abbreviazione dei termini processuali nonché specifiche disposizioni processuali e sostanziali per evitare la vittimizzazione secondaria”.

L’obiettivo di evitare la vittimizzazione secondaria, richiama una serie di misure contenute negli artt. 15 e 18 della Convenzione di Istanbul, nella Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo per la tutela delle vittime di reato (in particolare la premessa Par. 17 – “Le donne vittime della violenza di genere e i loro figli hanno spesso bisogno di un’assistenza e protezione speciali a motivo dell’elevato rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta”- e gli artt. 18 e 19, 22 e 23, la Sentenza di Cassazione a Sezioni Unite n. 10959/ 2016.

Porsi quest’obiettivo (evitare la vittimizzazione secondaria) significa, in breve, mirare alla protezione delle donne e dei loro figli dalle reazioni sia degli autori di violenza nel corso delle procedure giudiziarie, sia dalle prassi di re-vittimizzazione delle donne riscontrate nei tribunali, attraverso impropri percorsi psico-giuridici di colpevolizzazione delle stesse per le violenze subite, o di improprie penalizzazioni attuate attraverso l’allontanamento dai figli minori esposti a danni provenienti dal maltrattamento assistito.

Evitare quindi la vittimizzazione secondaria, in ambito civilistico, significa che i procedimenti sull’affido in presenza di denunce formali o altre allegazioni di violenza domestica non possono ritorcere contro le vittime le responsabilità che sono esclusivamente in capo agli autori di violenza, infliggendo di fatto ulteriori pene alle donne. Ancora, significa che non sono consentiti condotte e comportamenti che penalizzano le donne, colpendole nella loro responsabilità genitoriale, quando si trovano in un percorso giudiziario per la determinazione delle modalità di affido dei figli.

A questo primo paragrafo della lettera b), che già sarebbe sufficiente per indirizzare in un nuovo corso il procedimento per l’affido, si aggiungono ulteriori affermazioni riguardanti il minore che rifiuta un genitore:

Qualora un figlio minore rifiuti di incontrare uno o entrambi i genitori, prevedere che il giudice, personalmente, sentito il minore e assunta ogni informazione ritenuta necessaria, accerta con urgenza le cause del rifiuto ed assume i provvedimenti nel superiore interesse del minore, considerando ai fini della determinazione dell’affidamento dei figli e degli incontri con i figli eventuali episodi di violenza

Si tratta qui di una modifica radicale del routinario assetto e andamento processuale che prevedeva l’affido condiviso anche in presenza di episodi di violenza domestica – anche in presenza di condanne penali – considerati troppo spesso ininfluenti rispetto alle competenze genitoriali.

Nei fatti, viene assunta anche in Italia quella che nel contesto internazionale (UK, AU, US) è codificata come Praesumptio Iuris Tantum o Rebuttable Presumption (presunzione relativa) del mondo anglosassone, ovvero: procedere – dalle allegazioni di violenza e dall’ascolto del minore sul rifiuto ad incontrare un genitore – verso immediati provvedimenti nell’interesse del minore che lo mettano al riparo dal genitore violento, includendo in questa valutazione del supremo interesse del minore la protezione dalla violenza domestica agita sulla madre.

Vi è quindi una prassi non più attendista rispetto a quello che può accadere in caso di denuncia formalizzata nel penale con i suoi tre gradi di giudizio: le vicende penali, infatti, rispondono al cosiddetto favor rei anziché al favor pueri, che è invece incentrato sulla logica dell’autentico e superiore interesse del minore, obiettivo principale nei procedimenti per l’affido in campo civile e minorile.

Il paragrafo suddetto fa proprio in toto, nello spirito e nella forma, l’affermazione della Convenzione di Istanbul all’art 31 che impone di prendere in considerazione gli episodi di violenza nei provvedimenti di affido.
Proseguendo nella lettura del capo b) si conferma la centralità del tema della protezione delle vittime di violenza così come previsto dall’art. 31 della Convenzione:

In ogni caso, garantire che gli eventuali incontri tra i genitori e il figlio avvengano, se necessario, con l’accompagnamento dei servizi sociali e non compromettano la sicurezza della vittima”.

Il DDL, dunque, pone all’azione del giudice dei paletti ben precisi, desunti dall’applicazione della Convenzione, delimitando per la prima volta in modo esplicito il campo dei diritti relazionali del genitore violento, escludendo nei fatti la condivisione dell’affido e il diritto di visita libero, aprendo alla possibilità di visite protette solo quando è garantita la sicurezza delle vittime.

Il percorso delineato nel DDL, che introduce un importante e definitivo cambiamento della materia civilistica relativa alle separazioni e affidi, non ci sembra sia stato preso in seria considerazione dal mondo della psicologia forense che non valuta l’impianto complessivo della riforma, ma si limita finora a commentare alcuni aspetti particolari svincolati dal contesto, per poi fare deduzioni a vantaggio delle metodologie, fin qui praticate, negazioniste della violenza e pregiudizievoli verso le donne.

Si è infatti potuto leggere, in alcuni interventi di rappresentanti di questo mondo, il loro soffermarsi sul tema della consulenza tecnica: il ricorso al consulente, ribadiamo, è una scelta non più di routine, come avvenuto finora, ma una scelta del giudice, da motivare e da circoscrivere con compiti specifici che, nei casi di violenza, dovranno ruotare ovviamente su temi che non sono più quelli dettati dal rispetto assoluto della bigenitorialità, che diviene inapplicabile e va in soffitta di fronte alle allegazioni di violenza.

Leggiamo poi, alla fine del paragrafo b):

“Prevedere che, qualora il giudice ritenga di avvalersi dell’ausilio di un consulente, procede alla sua nomina con provvedimento motivato, indicando gli accertamenti da svolgere; il consulente del giudice eventualmente nominato si attiene ai protocolli e alle metodologie riconosciuti dalla comunità scientifica senza effettuare valutazioni su caratteristiche e profili di personalità estranee agli stessi”.

Sugli accertamenti riguardanti i profili di personalità si è concentrato parte del dibattito della psicologia forense per valutare se il disegno di legge li escluda in toto o li ammetta, se inseriti in protocolli scientifici. Sembra esserci invece convergenza, anche da parte della psicologia forense, sul fatto che i profili di personalità e le caratteristiche personali non abbiano alcuna connessione con le competenze genitoriali, per cui va da sé che essi siano estranei ai protocolli scientifici che si riferiscono alle questioni dell’affido.

In aggiunta, l’esame dei profili di personalità o gli esami che riguardano l’indagine di patologie sono stati esclusi dalla comunità scientifica in quanto nelle situazioni di violenza le vittime presentano esiti traumatici che possono essere oggetto di una “misinterpretation” da parte di valutatori non sufficientemente formati al compito richiesto.

Da questo punto di vista il Protocollo Napoli mette in guardia dall’utilizzare analisi di profili e test di personalità mentre indica altri strumenti di indagine psicologica – maggiormente adatti al campo della violenza – che valutano gli esiti traumatici sulle vittime.

Nell’ultima affermazione della lettera b), sull’obbligo dei consulenti di attenersi a protocolli e metodi scientifici, passa tutto il dibattito sulle teorie ascientifiche quali la teoria della PAS o l’AP (alienazione parentale), della madre malevola, simbiotica, ostativa ecc., etichette senza alcun valore scientifico, da abbandonare tout court.

Per quanto riguarda le obiezioni sollevate da alcuni psicologi forensi che contestano la riforma rammentando che esistono nel DSM-5 diagnosi scientifiche che potrebbero ugualmente avere per le donne lo stesso esito di rivittimizzazione, connotandole come madri disfunzionali o inadeguate, ricordiamo però che il DSM-5 non è un trattato di psicologia forense (anzi, in esso sono contenute indicazioni di tipo precauzionale per l’uso forense) ma è un Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, al servizio della salute dei cittadini per effettuare cure e trattamenti appropriati.

Diagnosi, cure e trattamenti che non competono ai tribunali e alle questioni che riguardano l’idoneità genitoriale.

È stato finora troppo frequente, da parte dei consulenti e dei tribunali, l’abuso del ricorso a sindromi o pseudo-sindromi patologiche, per etichettare le madri vittime di violenza, protettive nei confronti dei figli, abusivamente come patologiche.

È bene quindi che con questa riforma si dia uno stop alla mal pratica psico-giudiziaria, frutto di ancestrali pregiudizi sulle donne, andando a discutere nelle sedi appropriate cosa sia un protocollo scientifico nell’ambito degli affidi, e in particolare degli affidi in presenza di violenza.

Certamente non potranno avere più spazio protocolli e linee guide, ad oggi molto seguite, che ignorando irresponsabilmente la violenza domestica, parlano di ‘diritti relazionali assoluti’, di ‘criterio dell’accesso’ come criterio dominante nell’attribuzione dell’idoneità genitoriale e prospettano comunque allontanamenti e trattamenti coattivi per i figli di madri definite ‘alienanti’, trattamenti che derivano in toto dall’applicazione della teoria e delle prassi risalenti a valutazioni di PAS/AP.

Proseguendo la disamina degli ulteriori paragrafi dell’articolo 23 del disegno di legge, si segnala ancora l’estrema attenzione agli obblighi posti dalla Convenzione di Istanbul, in particolare al divieto di mediazione e conciliazione tra le parti, in ottemperanza all’art. 48 della Convenzione, (come emerge dai paragrafi f), l), m), n) e p) in cui si ribadisce in modo chiaro ed univoco che le donne vittime di violenza, nelle varie situazioni processuali non possono essere messe a confronto con gli autori di violenza con finalità transattive e mediative.

Il che deve valere anche per le metodologie seguite dai CTU che, come indica appunto Protocollo Napoli, devono prevedere solo colloqui genitoriali separati, sia per quanto riguarda la coppia sia per quanto riguarda il rapporto tra genitore violento e figli (questi ultimi vittime di maltrattamento assistito).
In ultimo segnaliamo (lettera t dell’articolo 23) il riferimento all’ascolto non delegabile del minore anche infradodicenne:

prevedere che il giudice, anche relatore, previo ascolto non delegabile del minore anche infradodicenne, ove capace di esprimere la propria volontà, fatti salvi i casi di impossibilità del minore, possa adottare provvedimenti […]”

Possiamo dire che, dai vari punti di vista fin qui esaminati, esiste oggi un solo Protocollo di stampo psicologico che, richiamandosi in maniera netta alla Convenzione di Istanbul, aderisce allo spirito di questo disegno di legge, mettendo al bando il ricorso a costrutti ascientifici, a profili di personalità che non riguardano le capacità genitoriali, rispettando nell’ascolto il riferito delle vittime senza alterare i significati delle loro parole e mettendo al centro della sua metodologia valutativa l’analisi della storia di violenza domestica per articolare programmi di protezione delle vittime, donne e bambini.

Infine, andando oltre i punti salienti di questo DDL e guardando avanti alla costruzione di reti interprofessionali, occorre che prendano la parola anche le altre professioni, come l’avvocatura e i servizi sociali e sanitari, per tracciare linee guida per le buone prassi sulla violenza e sull’affido in caso di violenza domestica.

Bisogna puntare, cioè, sulla falsariga di quanto anticipato per il mondo della psicologia da Protocollo Napoli, a codificare e fornire strumenti tecnici per dare visibilità alla violenza domestica e di genere, soprattutto in ambito processuale, per poi giungere una riflessione comune intersettoriale che abbia come obiettivo la definizione di protocolli condivisi.

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Image credit: moritz320 da Pixabay

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