Disastro argentino, allarme italiano

Disastro argentino, allarme italiano

di Luigi Triggiani e Luciano Sechi

Los mexicanos descienden de los aztecas; los peruanos, de los incas, y los argentinos, de los barcos
Detto popolare attribuito allo scrittore e diplomatico messicano Octavio Paz

Pianure sterminate e immensi altopiani desertici, i 7mila metri del monte Aconcagua e le sconfinate cascate dell’Iguazù; il microclima straordinario di Buenos Aires (Aria Buona) e il vento glaciale del sud del mondo, nella Terra del Fuoco. Quasi 45 milioni di abitanti, meno della Colombia e della Spagna, eppure tanti contrasti, tanti eroi, tante emozioni: Manuel Fangio e Guillermo Vilas, Evita e Juan Domingo Peron, Diego Armando Maradona e Lionel Messi, Carlos Monzon e Jorge Luis Borges, Julio Velasco e Astor Piazzolla, Jorge Bergoglio ed Ernesto Guevara de la Serna, più noto come il Che. “La notte delle matite spezzate” e uno stuolo di calciatori e starlette che spopolano in Italia. Viva l’Argentina!

Meticci, amerindi, cinesi, giapponesi: un melting pot di etnie, eppure il paese sudamericano con la più alta percentuale di bianchi (97%), in gran parte di origine italiana e spagnola, giunti qui soprattutto tra l’ultimo ventennio del 1800 e i primi 20 anni del secolo successivo. Il peronismo e poi una dittatura feroce, con 30mila persone torturate e scomparse nel nulla, gettate vive nell’oceano dall’alto da aeroplani, quasi fossero rifiuti tossici da far sparire. Moltissimi tra loro erano europei: italiani e spagnoli, uccisi da altri europei, italiani e spagnoli, incalzati a loro volta senza tregua – ogni giovedì nella piazza principale del paese, dalla fine degli anni ‘70 fino ad oggi – dalle “Irregolari”, le madri e le nonne di Plaza de Mayo raccontate da Massimo Carlotto in un suo libro autobiografico che racconta il suo “Buenos Aires horror tour” e la sua immersione nel dramma argentino grazie all’incontro con Estela Barnes de Carlotto, sua lontana parente, madre alla ricerca di suo nipote desaparecidos, strappato alla sua giovane figlia uccisa immediatamente dopo il parto e dato in adozione, come migliaia di altri neonati, a famiglie vicine al regime.

Tanta disumanità in un paese la cui capitale ha vissuto i fasti della Belle Époque com’è accaduto forse soltanto a Parigi, un paese in cui ancora oggi, in piena crisi economica

“è impossibile sapere con certezza quanti siano i teatri a Buenos Aires. Ufficialmente sono circa trecento – come ha scritto Enric Gonzales su El Pais – ma la cifra reale è molto più alta. E in qualsiasi momento, in un cortile o in un salotto, ne spunta uno nuovo. Questa è una città di teatri, di librerie, di gente strana e nottambula che discetta di filosofia”.

Impossibile non cogliere l’affinità con l’Italia dei monumenti e dell’arte, in un paese in cui la vicinanza con la tradizione popolare italiana è sconcertante. Le radici dell’Argentina affondano nella nostra terra ancor prima che la Rai e il maestro Alberto Manzi di ‘Non è mai troppo tardi’ la unificassero nella lingua: passeggiando per le vie di Baires o di Mar de Plata, i venditori ambulanti ti avvicinano parlandoti in genovese o in siciliano. Gli emigrati italiani hanno costituito l’ossatura di questo meraviglioso paese. Oltre il 40% della popolazione è di origine italiana, ma secondo alcune fonti gli italiani di origine sfiorerebbero il 60%. Per Feditalia, la confederazione che riunisce le associazioni italiane in Argentina, all’inizio del nuovo millennio gli italo-discendenti erano circa 20 milioni.

I primi cominciarono a giungere oltreoceano all’inizio dell’800 soprattutto per motivi politici; a metà del secolo si intensificarono i viaggi, con brigantini a vela stracolmi di italiani del nord-ovest, sulla tratta Genova-Buenos Aires-Montevideo; nei 50 anni a cavallo tra l’80 e il 900, con il varo dei piroscafi, l’emigrazione ebbe ulteriore slancio, e questa volta a partire furono soprattutto i meridionali, attratti soprattutto da una legge argentina del 1882 che concedeva gratuitamente venticinque ettari di terreno ad ogni nucleo familiare.

Da Santa Fe a Buenos Aires, da Corrientes a Entre Rios, la colonizzazione delle campagne attirò il più grande flusso di emigranti contadini della storia moderna; 3 milioni di italiani, per fame, attraversarono l’oceano per stabilirsi in Argentina. Nel 1889 il giovane medico Teodoro Ansermini, che prestava servizio sulla nave ‘Giava’ in viaggio per Buenos Aires, rilevò l’assenza totale di pulizia, l’affollamento dei malati in uno spazio troppo ristretto, la mancanza di acqua e aria. Durante la navigazione, vi furono ammalati di tifo, di vaiolo, di difterite. Nello stesso anno sul piroscafo ‘Matteo Brusco’, in viaggio per il Brasile, morirono letteralmente di fame 18 italiani, e altri 27 ne morirono sul ‘Frisca’, per asfissia.

Solo per promemoria: 24 milioni di giovani, donne e bambini italiani, lasciarono – o dovettero lasciare – l’Italia per il mondo. L’America prima, l’Europa centrale poi: il più grande esodo della storia dell’umanità. Con tutto il seguito di imbrogli, sfruttamento, sofferenza, razzismo.

Tante le storie epiche dell’emigrazione italiana in Argentina – da quelle dei lustrascarpe, dei fabbri e dei falegnami, a quelle degli imprenditori più coriacei e intraprendenti – compresa una delle più antiche, quella di Manuel Belgrano: nato a Buenos Aires nel 1770, figlio di un ligure di Capo d’Oneglia, è considerato uno dei padri dell’indipendenza dei paesi sudamericani dalla Spagna. Belgrano è l’inventore della bandiera argentina bianca e azzurra e la sua data di nascita, il 3 giugno, è diventata una festa riconosciuta del parlamento argentino: la Giornata dell’Emigrante Italiano. C’è poi l’avventura di Carlo Borsari, bolognese, che a metà del secolo scorso si aggiudicò l’appalto per la ricostruzione di un’intera cittadina, Ushuaia, la città più meridionale del pianeta, che Peron voleva salvare dall’abbandono dopo la chiusura di una colonia penale. Borsari arruolò dall’Italia, in una sola missione, 650 tra operai, tecnici, architetti, ingegneri e manovali, che raggiunsero nell’ottobre del 1948, dopo oltre un mese di navigazione, la Terra del Fuoco, fino a creare, nel giro di qualche anno, una comunità italiana di oltre 2.000 persone.

Dai racconti e dalla memoria che supera la lingua, sembra parlare di un’altra regione – magari un po’ più grande e d’oltremare – del Belpaese. Del resto anche le storie economiche s’intrecciano, tra grandi ricchezze magari sperperate e un debito pubblico che pesa come un giogo da cui è difficile liberarsi.

E intanto, all’inizio del nuovo millennio, qualche governante italiano ha pensato bene di attingere voti, così come altri prima avevano attinto petrolio, gas e metalli preziosi. Mirko Tremaglia, bergamasco, dirigente del Movimento sociale italiano, il primo ‘Ministro per gli italiani nel mondo’, alla fine del 2001 – proprio mentre in Argentina esplodeva la crisi più cruenta – riuscì a far varare una legge che porta il suo nome e che istituiva il voto per gli italiani all’estero: così, all’appuntamento elettorale delle politiche del 2006, quando entrò in vigore l’istituzione della ‘Circoscrizione Estero’, parteciparono circa un milione di italiani residenti in altri Paesi, un terzo dei quali argentini, e a loro furono riservati 12 seggi alla Camera e 6 al Senato.

Nel primo lustro del nuovo millennio i voli intercontinentali Alitalia Buenos Aires-Roma sembravano charter, pieni zeppi di persone anziane che mai si erano sognate prima di toccare il suolo italico e che giungevano finalmente a suggellare il loro sogno patriottico: la pensione sociale.

Questo espediente ci è infatti costato molto caro: il pagamento della pensione minima a decine di migliaia di anziani, inquadrati come militari della Wehrmacht da consulenti e collaboratori di patronati, a loro volta tempestivamente emigrati soprattutto nelle Americhe per aiutare nella redazione della pratica, della domanda; persone anziane che spesso non conoscevano la lingua italiana e talvolta non sapevano nemmeno esattamente da dove provenissero i loro discendenti. In uno di questi lunghissimi viaggi un anziano barbiere in pensione, mai stato prima in Italia, disse di essere originario “di Sicilia”; suonò per tutta la durata del volo il suo mandolino, spiegando che tutti i barbieri italiani in Sudamerica sono provetti mandolinisti, e intonando antiche canzoni della tradizione popolare regionale. Uno spettacolo, un pezzo d’Italia cristallizzatasi oltreoceano un secolo fa.

In questo periodo, anche a seguito della grande crisi economica del 2001-2002, le richieste di ricostruzione della cittadinanza italiana aumentarono tanto da creare lunghe attese e grandi difficoltà negli uffici consolari che fecero fronte a una enorme mole di lavoro.

Pratiche per l’attribuzione della cittadinanza italiana (2000-2006)   2000   2001   2002   2003   2004   2005
  5.403 12.204 42.646 75.827 45.347 40.667
Fonte: Annuari statistici del Ministero degli Affari Esteri

E intanto nel 2006 Tremaglia con la sua lista ‘Per l’Italia nel Mondo’ passò a vedere cosa fosse rimasto intrappolato nella rete. In questo momento, con un colpo di scena degno dei migliori giallisti, s’imboccò uno dei bivi più interessanti della nostra storia contemporanea: chiunque abbia un anziano zio in New Jersey, a Mar de Plata o a Melbourne, può supporre che il suo orientamento politico si traduca in uno stentoreo refrain: “Quando c’era Lui”. Invece, piuttosto soprendentemente, durante lo scrutinio si profilò un ex aequo al Senato tra l’Unione di Centro-Sinistra e il Popolo delle Libertà. In questa impasse, proprio i 6 voti della circoscrizione Estero si resero determinanti nella vittoria di Romano Prodi: furono infatti eletti 4 senatori per l’Unione, 1 per Forza Italia e 1 in rappresentanza delle Associazioni italiane in Sud America. Quest’ultimo seggio andò a Luigi Pallaro, allora presidente della Camera di commercio italiana a Buenos Aires, dichiaratosi subito democristiano e filogovernativo, fino condizionare la costituzione e in seguito la stessa caduta del governo Prodi.

Tanti anni di fatica politica per un risultato tafazziano per chi aveva ideato il piano. La carriera di Tremaglia termina qui. Ovviamente, gli strascichi politici ed economici no.

Oggi hanno diritto di voto alle elezioni italiane quasi 700mila argentini con la doppia cittadinanza. Sebbene il peso specifico, almeno per le elezioni politiche, dei 4 milioni di italiani nel mondo, sia inferiore – in termini di politici eletti – di quello dei cittadini italiani residenti nel nostro paese, non ci si può non unire ai dubbi dell’ex ambasciatore Sergio Romano, che considera questa norma “assurda” segnalando anche che l’Italia è l’unico Stato, tra i Paesi con una storia di grande emigrazione, ad avere concesso il diritto di voto a chi non ha mai messo piede su suolo italiano e non parla italiano. Giudizi simili sono stati formulati anche dal politologo Giovanni Sartori, che dichiarò che “delle bande più o meno mafiose si mettono insieme e pilotano quei voti”.

E intanto nel Paese del Papa e del Che, di Maradona e di Astor Piazzolla, si continuava a consumare un dramma il cui epilogo si sta manifestando in questi giorni, accentuato dal covid che ha portato alla chiusura di migliaia di imprese e di esercizi commerciali, devastando il settore turistico, l’edilizia e la manifattura, che stanno vivendo un situazione peggiore persino di quella della bancarotta del 2001:Nel secondo trimestre il PIL è crollato del 19.1% rispetto allo stesso periodo del 2019, le previsioni per il 2020 parlano di una flessione tra il 12 e il 15%. La disoccupazione supera il 10%, la povertà raggiunge il 52% della popolazione, nella periferia di Buenos Aires sei bambini su dieci soffrono di denutrizione – scrive Emiliano Guanella dell’ISPI – nell’ultimo mese lo stock di dollari depositati presso le banche locali si è dimezzato, passando da un totale di 32 a 16 miliardi. Il dollaro blu, quello cambiato sottobanco, vale il doppio rispetto a quello blindato della quotazione ufficiale”.

E in ottobre il ministro dell’Economia Martin Guzman ha ricevuto “la prima missione esplorativa del Fondo Monetario Internazionale per iniziare le trattative sulla rinegoziazione del debito di 44 miliardi di dollari. Guzman ha promesso per il 2021 una ripresa da +5% del Pil e un’inflazione sotto il 30% (oggi sfiora il 50%), ma non ha spiegato come questa ripresa si concretizzerà. L’appoggio al presidente è in calo. Da settimane si ripetono le manifestazioni contro la riforma della giustizia che i peronisti vorrebbero approvare e che potrebbe congelare le inchieste aperte contro la vicepresidente Cristina Kirchner. Anche la Corte Suprema, tradizionalmente schierata con il potere di turno, si è messa di traverso. Ancora una volta l’Argentina sembra un transatlantico sul punto di affondare. Al governo da meno di un anno, Alberto Fernandez deve fare di tutto per non rischiare di fare la fine del pianista del Titanic”.
Non riuscire a risolvere l’annoso problema della povertà, superiore al 44%. Non ridurre un tasso di inflazione, vicino al 50%, tra i più alti al mondo. Non creare le condizioni per attrarre imprese dall’estero pur avendo risorse naturali e umane di grande valore. Sono questi gli ‘atti mancati’ di una classe politica che riproduce se stessa al di là dell’orientamento politico, neoliberista o veteroperonista – spiega, a sua volta, Roberto Da Rin sul Sole24Ore – Fernandez ha varato una patrimoniale. La tassazione, una tantum, riguarda i soggetti in possesso di patrimoni superiori ai due milioni di euro” … “la povertà in Argentina ha raggiunto alla fine del terzo trimestre del 2020 il 44,2% della popolazione, in aumento del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scenario mostra una paralisi degli investimenti, dei consumi e la disponibilità di posti di lavoro nell’economia formale, rallentando qualsiasi attesa di riattivazione, e danneggiando la piccola e media impresa. La relazione diretta tra informalità economica, povertà ed esclusione sociale genera risultati inquietanti”.

E le grandi imprese straniere, che con i governi liberisti si sono viste concedere asset strategici a prezzi di stock, fuggono, spaventate da dazi all’ingresso, tassazione sull’export e regole bancarie lunari. Fiat, Techint, Olivetti e Pirelli, Parmalat e Camuzzi. E non sono solo gli italiani a battere in ritirata: Falabella, capitale cileno, attiva nel settore dell’abbigliamento e degli elettrodomestici, ha lasciato il Paese; Nike lascia ai messicani di Axo e anche Basf getta la spugna. E poi le compagnie aeree Emirates, Air New Zealand, Qatar Airways, Norwegian Airways, hanno seguito la stessa strada. Il colpo ferale è arrivato da Latam, la compagnia regionale, in Argentina da 15 anni.

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E intanto anche in Argentina la Cina è sempre più vicina. Il presidente Alberto Fernández ha firmato quattro accordi per 4,69 miliardi di dollari con il gigante asiatico, per la riattivazione di tre linee ferroviarie merci e l’acquisizione di materiale rotabile per il trasporto ferroviario di passeggeri in 13 province argentine. Le opere genereranno più di 28mila posti di lavoro.

Le difficoltà finanziarie del paese non sono soltanto recenti: il primo default del paese risale al 1824, e l’Argentina non era chiamata nemmeno così bensì ‘le Province Unite del Rio de la Plata’. L’allora ministro Bernardino Rivadavia – divenuto in seguito il primo presidente della Repubblica – ottenne un milione di sterline dai fratelli Baring d’Inghilterra, emettendo buoni del tesoro, per ristrutturare un porto: il denaro scomparve in mille rivoli e i lavori non vennero mai intrapresi; ci volle quasi un secolo per onorare quel debito, che non venne nemmeno estinto del tutto, ma solo della metà, nel 1904.

Negli anni Cinquanta, durante il governo peronista, il debito passò da 57 milioni ad un miliardo di dollari, e poi crebbe ancora durante il regime dei militari al punto che nel 1983, al termine delle dittature, ammontava a oltre 44 miliardi di dollari. E fu questa una delle cause che portarono il paese a un collasso economico nel 1989, costringendo l’allora presidente Raul Alfonsin a dimettersi.

Il suo successore Carlos Menem non invertì la rotta, e il paese si trovò sempre in forte indebitamento negli anni ’90. Per contenere una ‘iperinflazione’, Menem decise di impostare la parità della valuta locale, il peso, sul dollaro Usa. E il risultato fu che il debito venne triplicato, superando i 150 miliardi di dollari. Il successore di Menem, Fernando de la Rùa, della Radical Civic Union (Ucr), restò al potere solo due anni, prima che un nuovo crollo dell’economia lo costringesse a dimettersi, tra violente proteste.

Nel 2002 l’Argentina dichiarò quello che all’epoca era il più grande default della storia: quasi 145 miliardi di dollari. Ne fecero le spese anche 450mila risparmiatori italiani che avevano acquistato obbligazioni di vari emittenti argentini finiti in cross default (il default incrociato, che scatta quando il default del debito sovrano trascina con sé il default degli emittenti pubblici e di quelli privati). Il peso collassò, perdendo tre quarti del suo valore contro la valuta americana, e il debito arrivò a superare il 160% del Pil.

Nel 2005 il presidente Nestor Kirchner, salito al potere da due anni, riuscì a fare il miracolo, ristrutturando il debito: allora però era avvantaggiato dal fatto che, a causa della forte svalutazione del peso, i prodotti argentini destinati all’estero erano molto competitivi, mentre si raggiungeva un livello record per il prezzo delle materie prime. Ma in seguito, con Kirchner prima e con la sua subentrante – e moglie – Cristina Fernàndez de Kirchner poi, il debito dell’Argentina continuò a crescere e nel 2015 era passato da 180 a oltre 240 miliardi di dollari, anche se era molto diminuito il rapporto debito/Pil, ridotto al 52%. Inoltre, la percentuale di debito in dollari era diminuita, con un contestuale aumento del debito in valuta locale (nel 2001 solo il 3% del debito era in pesos, nel 2015 rappresentava quasi un terzo del totale). Il debito continuò la sua corsa con l’arrivo di Mauricio Macri, superando quota 320.000 milioni di dollari.

E ora un post scriptum a lieto fine: dopo una ricerca durata trentasei anni, il 5 agosto 2014, in seguito ad un controllo attraverso il DNA, Ignacio Guido Montoya Carlotto, musicista, nipote di Estela Barnes de Carlotto, fu finalmente identificato. Per l’assassinio di sua madre Laura, allora 23enne, nel 2004 fu condannato in contumacia in Italia il generale argentino Guillermo Suarez Mason, che durante la dittatura gestì numerosi lager dove i militari torturavano gli oppositori politici, tra cui quello tristemente noto come “Garage Olimpo”.

Argentina is the only country that went from barbarism to decadence after a catching a glimpse of civilization
(L’Argentina è l’unico Paese che è passato dalla barbarie alla decadenza dopo aver intravisto la civiltà)
Emilio Ocampo, 2015

L’insostenibile pesantezza del default

Ma com’è stato possibile per uno stato giovane e ricco arrivare ai livelli di povertà da paese del terzo mondo per fasce così ampie di popolazione?

Negli ultimi due secoli la regione latinoamericana ha sofferto, più di altre aree del mondo, di un’insufficiente dotazione di capitali, facendo gettare la spugna molte volte a paesi che pure dispongono di risorse minerarie e di materie prime da grandi potenze: anche giganti come Messico e Brasile hanno registrato molti default; le interferenze degli Stati Uniti nella politica economica dell’area non sono state certamente lievi ma, fintanto che l’economia mondiale si è fondata soprattutto sul valore di beni come petrolio, soia e grano, piuttosto che sugli indici di borsa, le principali economie centro e sudamericane hanno, tra alti e bassi, tenuto e hanno anche avuto momenti di gloria.

La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia hanno cambiato le regole della competizione internazionale, e paesi che soltanto un secolo fa attraevano milioni di braccia per lavorare i campi e i più famosi tenori e direttori d’orchestra a esibirsi nei teatri tra i più prestigiosi del mondo – come il Colon di Buenos Aires e il Municipal di San Paolo – sono caduti molte volte al tappeto.

Negli ultimi 40 anni, però, soltanto l’Argentina ha fatto registrare cinque dei nove default complessivi della sua storia; nello stesso periodo solo Venezuela e Uruguay hanno avuto problemi finanziari analoghi, facendone registrare quattro; gli altri pesi del continente hanno avuto al massimo un fallimento di Stato a testa.

Le cause delle crisi cicliche argentine vanno ricercate, sul piano socio-istituzionale, nelle spaccature e nei dualismi che da secoli dividono la società: il susseguirsi di colpi di Stato nel secolo scorso hanno determinato diversi regimi autoritari, fino ad arrivare, pochi anni fa, alla “grieta”, la breccia, la divisione della società tra i kirchneristi e il resto della cittadinanza. La lotta per il potere politico e questa profonda spaccatura nella società hanno permesso lo sviluppo di un forte populismo, attivo dai tempi di Perón ai giorni nostri, contrapposto alla grande oligarchia terriera. Una spaccatura ben più ampia e profonda di quella causata dal dualismo Berlusconi-Sinistra dell’ultimo quarto di secolo in Italia, che pure ha visto la formazione di due categorie sociali divise come tifosi di calcio in un derby cittadino: gli imprenditori evasori contrapposti ai parastatali inetti; una voluta semplificazione, forse utile dl punto di vista elettorale ai condottieri di entrambe le armate, ma dannosissima per la cultura politica e il futuro del nostro paese, che in questo modo non riesce più ad avere una visione collettiva.

Dagli anni Settanta dello scorso secolo – spiega Francesco Vigliarolo, docente di Sociologia Economica presso l’Universidad Nacional General de San Martín ed esperto in Sviluppo Locale – l’Argentina vive un’epoca di default ciclici mai vista prima, in cui la bilancia dei pagamenti non riesce ad avere in maniera strutturale saldi tali che la mettano al sicuro dalla bancarotta. In questi anni, si sono alternati periodi di neoliberismo estremo – dall’epoca della dittatura (1975-1983) a Menem (1989-99) e Macri (2015-2019) – e periodi di forte populismo, dal kirchnerismo (2003-2015) all’attuale fase impersonata da Alberto Fernández, anch’esso kirchnerista (2019 ai giorni nostri), con una piccola parentesi, sei anni di radicalismo dal 1983 al 1989, caduto anticipatamente a causa di una mega inflazione del 3.000%. E nonostante l’alternanza di modelli antitetici, i problemi economici sono rimasti sempre gli stessi: deficit pubblico e inflazione”… “dall’inizio del secolo passato fino alla II guerra mondiale, l’Argentina ha sviluppato un modello economico fortemente agro-esportatore (presente ancora oggi) che, facilitato dagli alti prezzi delle materie prime a livello mondiale, riusciva ad ottenere ingenti entrate che lo hanno portato ad accumulare grandi rendite finanziarie. Erano gli anni in cui la chiamavano il granaio del mondo. Si consolida in questi anni un’oligarchia terriera che sarà sempre il nemico da abbattere del populismo. Infatti, dalla II guerra mondiale in poi, in una maniera dicotomica con l’oligarchia terriera, con Perón che inizia il suo primo mandato nel 1946, si riesce a sviluppare un modello industriale ponendo in marcia quello che viene chiamato uno ‘Stato sociale industriale’, arrivando in alcuni anni anche alla piena occupazione”.

Dal 1970 al 2001 una nuova epoca stravolge gli equilibri sociali del peronismo e, per dirla con Vigliarolo, “con il keynesianismo in crisi a livello mondiale e con l’ascesa della globalizzazione economica, si installa il nuovo liberismo che presenta tratti finanziari tali da mettere in ginocchio il Paese e distruggere l’impresa nazionale. Prende vita così il processo di finanziarizzazione dell’economia argentina che va di pari passo con quello della deindustrializzazione. Si ricercano finanziamenti esterni (investimenti esteri diretti che, con la globalizzazione, crescono in tutto il mondo) senza un piano di sviluppo strategico interno, ciò che portò il PIL industriale a una caduta di 14 punti alla fine degli anni ‘90 e a un’inflazione del 3.000% nell’89. Per attrarre capitali esteri, si liberalizzano le politiche finanziarie che non dipendono più da politiche nazionali (dalla Banca Centrale per intenderci ma dalle banche private) e i tassi di interesse attivi sui risparmi arrivano ad avere un 50% di rendimento l’anno in dollari USA. Per far fronte a tali rendimenti le banche chiedono alti tassi alle piccole e medie imprese locali senza potere di negoziazione, che a loro volta caricano tali costi sui prezzi dei beni che iniziano ad essere non competitivi ed escono dal mercato portando le piccole e medie imprese sull’orlo del fallimento. A poco a poco la logica dei capitali finanziari erode e smantella la capacità produttiva, infatti solo il 35% degli investimenti che entravano era destinato alla produzione, il resto era usato per comprare azioni e rivenderle per ottenere utili. Negli anni 1990 si arriva all’apice di questo modello, falliscono migliaia di piccole medie imprese locali fagocitate dalla logica della finanza e si privatizzano le bandiere nazionali svendendole. Si arriva agli inizi del nuovo secolo con un tessuto industriale e con una classe lavoratrice frammentata e senza alcuna competitività in rapporto alle sfide mondiali”.

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Il nuovo millennio vede un paese fortemente indebolito e incapace di far fronte al rinnovamento tecnologico necessario per essere competitivi sul fronte industriale, con una classe media che vede contrarre i suoi salari del 30%. Il docente di sociologia economica commenta: “Dopo 20 anni di neoliberismo sfrenato che portò a un debito pubblico esterno di 144 miliardi di dollari – con un incremento di circa 24 miliardi di dollari anno su anno – si produce la Grande crisi del 2001. È una crisi chiamata “globale” perché investì tutti i campi della vita pubblica e privata. Si ricorda un’indigenza di massa, praticamente inesistente prima degli anni ’90, e un aumento vertiginoso dei dati della povertà, che passa in pochi mesi, dal maggio del 2001 a dicembre dello stesso anno, dal 32,7% al 54,3%. Fallirono circa 10.000 imprese in tutto il Paese, e al 2002 si fece registrare un tasso di disoccupazione del 21,5%. Dato che insieme al tasso di sottoccupazione (ovvero di coloro che lavorano meno di 35 ore settimanali ma vorrebbero lavorare in condizioni di tempo pieno) arrivò ad essere del 40%. Si polarizza la ricchezza e cresce la sua disuguaglianza distributiva. L’incapacità di conseguire un lavoro, l’insicurezza sociale e la mancanza di risparmio porta a una crisi strutturale della società che “annulla” la classe media. Nasce, di fatto, un fenomeno inedito per l’Argentina, che è stato definito ‘la povertà di massa della classe media’. La gente mette in discussione il modello democratico, scende in piazza e, prima di tutto, si mobilita in una maniera mai vista prima per riappropriarsi di una democrazia fino ad allora in mano di scelte economiche e finanziarie che hanno portato il Paese alla bancarotta. Nascono i piqueteros, le imprese recuperate, le assemblee di quartiere che danno una nuova visione e forza al ‘movimentismo sociale’ che abbraccia tutti gli ambiti della vita pubblica”.

In questo contesto sociale va al potere nel 2003 Kirchner, che governa con la moglie Cristina Fernandez per 12 anni e fa del populismo la sua arma migliore, ampliando la faglia e dividendo ancor più la società in due: “Il Paese vive di nuovo un odio sociale alimentato permanentemente con il linguaggio dei discorsi ufficiali ma che ha radici profonde, negli anni Trenta, nel forte scontro tra proletariato incipiente (los cabecitas negras) e oligarchia terriera e che tuttora non è stato superato. Si cerca di risolvere i problemi economici che sono sempre uguali da 70 anni, finanziandosi internamente, ovvero emettendo moneta, e tassando ulteriormente l’esportazione del settore agro-pecuario per sostenere la forte domanda di piani sociali messi in campo con il fine di arginare la marginalità della crisi e aumentare la domanda di consumo, che viene fatto principalmente con l’aumento dei piani sociali. Ma l’inflazione aumenta, a testimonianza di un problema nella matrice produttiva, e nonostante la chiusura del Paese al dollaro (cepo cambiario), la distanza del peso dalla moneta statunitense aumenta anch’essa progressivamente fino ad arrivare a dover svalutare di nuovo di un 27% nel gennaio del 2014 (si annullarono di un terzo i risparmi locali in pesos in un solo giorno). Situazione che porta anche in quest’anno l’Argentina a entrare in un nuovo default non avendo, o volendo, potuto pagare un gruppo di bonisti (detentori privati di obbligazioni che non sono ancora stati risarciti) che avevano iniziato un giudizio nel tribunale di New York”.

In questo scenario, nel dicembre 2015, con una maggioranza risicata in parlamento, sale al potere Mauricio Macri, che cambia immediatamente registro, emettendo debito pubblico estero e aumentando in maniera spropositata le tariffe dei servizi pubblici, con l’obiettivo di ridurre il deficit pubblico e l’inflazione. Per rallentare la fuga all’estero di capitali in dollari, il governo argentino emette buoni del tesoro in pesos, con un rendimento stratosferico, in alcuni casi fino a un 80% annuo, stravolgendo l’economia e rendendo impossibile per il sistema bancario mantenere questi tassi d’interesse. A fronte di questa iniezione che, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto porre rimedio all’emorragia di capitali all’estero, è bastato un incremento dello 0,25% dei tassi d’interesse per fare acquistare ai risparmiatori sempre più dollari, considerati da sempre il riparo sicuro dalle convulse oscillazioni dell’economia locale. Così Macri deve chiedere ancora una volta aiuto al Fondo Monetario Internazionale. L’indebitamento statale, nel periodo 2017-2019, sale dal 57 al 90% del Pil.

Una situazione terribile, sulla quale ancora Vigliarolo interviene con puntualità: “Oggi un dollaro costa quattro volte in più rispetto al peso dell’inizio del 2017. In questa situazione il governo Macri nel 2018 arriva a un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per ottenere un prestito per 50.000 milioni di dollari USA, una cifra enorme con la quale si impegna a ridurre il deficit e l’inflazione facendo opere pubbliche. Ma questo credito non è andato a creare infrastrutture o altre opere, è servito solo a contrastare l’ulteriore acquisto di dollari. Naturalmente si stima che questi dollari siano stati comprati da coloro che avevano un alto potere d’acquisto producendo un’enorme fuoriuscita di capitali dal Paese. Il debito pubblico globale del Paese supera 311 miliardi di dollari a metà 2019, oltre il 90% del prodotto interno lordo (PIL). E così già a dicembre del 2019 si dichiara il default selettivo perché si è incapaci di pagare alcune scadenze. Due mesi dopo l’elezione, nel febbraio 2020, Alberto Fernández afferma che così com’è il debito argentino è impagabile e richiede che il FMI e gli obbligazionisti rinegozino i termini, il capitale e gli interessi. Il debito dell’Argentina nei confronti del FMI ammonta attualmente a 44 miliardi di dollari USA. E il 22 maggio 2020, il governo dichiara formalmente default perché non può pagare una quota di circa 503 milioni di dollari USA”.

Il 24 agosto scorso è stato siglato il nuovo accordo sul debito tra il governo argentino e il FMI diretto da Kristalina Georgieva. Così l’Argentina prova a risalire dopo il suo nono default, posticipando, in estrema sintesi, il pagamento degli interessi dei nuovi buoni a partire dal 2025; il risparmio sarà procrastinato fino al 2030, in quanto i possessori di buoni che scadono nel 2023 potranno rinnovarli per altri dieci anni. Un sospiro di sollievo, che in un momento come questo, in piena pandemia, non può non prevedere l’introduzione di misure drastiche come la recente patrimoniale, adottata il 5 dicembre scorso: “un contributo solidale e straordinario, una tantum, per mitigare gli effetti della pandemia da coronavirus, a carico di persone in possesso di patrimoni superiori a 200 milioni di pesos”, recitano fonti governative.

Le considerazioni di Vigliarolo, già a fine agosto scorso, non sono tranquillizzanti: “L’Argentina è, così, di nuovo in bilico, senza menzionare i dati che la crisi covid19 sta producendo con un’economia bloccata da 150 giorni; si stimano 12 punti di perdita del PIL e un 70% di povertà a fine anno, oltre a registrare il secondo posto al mondo per l’indice di miseria, secondo Bloomberg, a causa dell’elevato tasso di inflazione, secondo solo al Venezuela. Tutto ciò perché, da oltre 70 anni non si risolvono problemi economici strutturali che nessuno dei due modelli, populismo e neoliberismo, hanno affrontato, ovvero: un piano di crescita industriale del Paese basato sull’aumento del valore aggiunto della produzione che crei una volta per tutte un mercato interno stabile e un tasso di consumi coerente con il tasso di crescita dell’economia nazionale”.

Il male dell’Argentina è sempre stato lo scontro sulle questioni secondarie. In un Paese in via di sviluppo come il nostro, tutti devono mettere insieme le loro forze: intellettuali, operatori economici, sacerdoti, politici, operai. Anche i militari.”
Arturo Frondizi, presidente della Repubblica Argentina dal 1958 al 1962

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Così lontani così vicini

Per capire cosa sia effettivamente successo, e le non poche simmetrie con le vicende italiane, basti pensare che l’Argentina ha vissuto poco più di un anno fa un crollo del mercato azionario del 38%; il peso ha perso il 19% del suo valore in un giorno, il tasso d’interesse è schizzato al 74%, il livello di povertà è salito al 35%, la produzione industriale è calata, la disoccupazione aumentata. I capitali sono in fuga e con loro molti cittadini, soprattutto giovani; e tutto ciò ben prima dell’uragano covid.

E se in Italia tutto questo non è successo, è forse anche grazie all’Europa e all’ancoraggio, ancorché non privo di sofferenze, all’Euro.

Riflettendo sulle tristi vicende argentine, si potrebbe pensare, con dolore, a una sorta di laboratorio deviato in cui sono falliti i tentativi di riforme, il progetto di modernizzazione industriale e tecnologica, l’ambizione di mettere ordine nei conti pubblici, di spazzare via corruzione e burocrazia inutile, di stroncare l’evasione fiscale, di superare vecchi privilegi e una vecchia politica fatta di manuale Cencelli e spesso di parassitismo coniugato all’incapacità di governo.

Nonostante le ambizioni e gli aiuti talvolta pelosi delle istituzioni internazionali, sembra essere tramontato il progetto di un Paese coeso, solidale, inclusivo, la conclamata idea di puntare a investimenti mirati su scuola, università, ricerca, sviluppo sostenibile.

Può quasi far inorridire parlare di similitudini, e non saremmo comunque i primi a farlo, ma come giudicare un paese, il nostro, che tranquillamente continua a parlare di mantenere Quota 100 nel sistema pensionistico, con un debito pubblico superiore al 160% del suo Pil e livelli di disoccupazione – soprattutto giovanile e femminile – così elevati? Un paese con un governo in cui la maggioranza si azzuffa per questioni quanto meno marginali e con un’opposizione che sventola la bandiera xenofoba degli immigrati, mentre i suoi ragazzi – che a costo di risorse cospicue e sacrifici familiari sono riusciti a formarsi professionalmente – sono sempre più spesso costretti a scappare via per trovare lavoro?

Al di là delle preoccupazioni per un bellissimo e tormentato paese come l’Argentina e per i suoi abitanti, nostri fratelli di sangue – e fatte le doverose differenze – ci sono elementi che inducono a tenere la guardia sempre alta rispetto alla nostra economia e alla nostra strategia, una volta giunti alla fine del tunnel della crisi pandemica, considerando la china che negli ultimi lustri l’Italia ha preso in termini di produttività e competitività industriale.

Siamo chiamati a fare scelte precise, anche dolorose: puntare a un sistema sempre più competitivo, favorire gli investimenti produttivi e tecnologici preferendoli alla difesa di rendite di qualsivoglia misura, è un imperativo, in un mondo al quale, prima o poi, si prestano soldi o se ne chiedono in prestito; puntare sull’istruzione e sulla competenza, sui tempi della giustizia e sulla certezza del diritto, non devono essere più solo slogan pronunciati con ciclica intermittenza elettorale ma piani concreti da attuare subito, prima che sia troppo tardi.

La pur imprescindibile ricerca del consenso non sempre permette di percorrere questa strada in modo lineare, ma aver piena consapevolezza di questi obiettivi sarebbe già una grande conquista.

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Pic. Luigi Triggiani e Guido Santilio

Per scaricare il saggio in formato stampabile:
https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2021/01/Disastro-argentino-allarme-italiano.pdf

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