Fuga dal Mezzogiorno

Fuga dal Mezzogiorno

di Luigi Triggiani

La nuova emigrazione e il valore della competenza

Secondo l’ultimo rapporto sulla mobilità interna e migrazioni internazionali dell’Istat, nel 2019 un milione e 485 mila persone hanno lasciato la loro regione, in gran parte muovendosi sulla tradizionale direttrice Mezzogiorno-centro-nord.
Circa la metà di loro ha una età compresa tra i 15 e i 39 anni, e un quarto è in possesso di laurea.
Nello stesso anno sono tanti anche gli italiani emigrati all’estero: le cancellazioni anagrafiche sono state quasi pari a 180mila (+14% sull’anno precedente), e di queste 122mila riguardano proprio emigrati italiani, i quali preferiscono Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera.
Tra questi emigrati aumenta ancora il numero dei laureati italiani che vanno via dal Belpaese: nel 2017 sono stati quasi 28 mila (+4% sul 2016).

Dall’inizio del nuovo secolo, secondo il Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, dei due milioni di meridionali in fuga, la metà ha lasciato il Sud a un’età tra i 15 e i 34 anni; 200 mila persone erano munite di un titolo di studio universitario.
A queste vanno aggiunte altre 179mila persone che si sono spostate verso il Centro-Nord e l’estero, molte delle quali con “un più alto grado di istruzione e una professionalità sempre più elevata”.

E non partono soltanto avvocati e commercialisti.

Secondo i dati della Commissione europea e del Rapporto Eurispes-Enpam, dal 2005 al 2015, oltre diecimila medici (10.104) hanno lasciato l’Italia, seguiti da 8mila infermieri. Si calcola inoltre che ogni anno 1.500 laureati in Medicina vanno via per frequentare scuole di specializzazione. Una falla gigantesca se si tiene conto – come ha indicato il sindacato di categoria Anaao Assomed – che tra pensioni maturate con la Legge Fornero e l’applicazione di quota 100, il Servizio sanitario nazionale entro il 2023 perderà 70mila camici bianchi sugli attuali 110 mila.
Secondo le stime, tra soli sei anni mancheranno all’appello 16.500 specialisti.
L’emigrazione dei camici bianchi costa moltissimo anche allo stato italiano (oltre che alle famiglie), considerando che la formazione di un medico costa allo Stato italiano 150mila euro (ma uno specialista costa fino a 250mila euro).

Ogni anno regaliamo 350 milioni ad altri Paesi, Gran Bretagna e Svizzera su tutti.

Ma non è solo il Sud a piangere i suoi talenti: i diplomati e i laureati del sud che continuano a fuggire sono soprattutto giovani e adulti delusi, che spesso rimpiazzano a Milano i lombardi, liguri e piemontesi che fuggono dall’Italia, in ossequio al famoso detto “si è sempre meridionali di qualcuno” del mitico Prof Bellavista/Luciano De Crescenzo.

Intanto i numeri dell’economia dicono che siamo fermi, e ora la brezza comincia a montare con forza crescente: ma noi siamo fermi, resistiamo al vento contrario sprecando energie e tempo.
Nel frattempo, il mondo, non tutto, ma sicuramente una sua parte significativa e famelica, va avanti, mentre alcuni di noi sembrano correre in senso contrario su un tapis roulant, e altri si sono arresi.
Fermi per colpa della burocrazia, delle tasse, dello sconforto, dei ristori, della crisi, della pancia piena…

Siamo allo stesso tempo vittime e complici di un colpevole immobilismo autodistruttivo: bloccati o quantomeno rallentati anche da un individualismo masochistico.
Ognuno pensa a sé, cerca di difendere la propria piccola rendita di posizione, mentre comincia a mancare la terra sotto i piedi.

E più la situazione si fa dura, maggiore è la gelosia, l’isolamento dagli altri.

Magari moltiplichiamo gli sforzi, ma girando sempre più a vuoto, aumentando l’entropia. Si continua a parlare di cooperazione ma la sensazione è che lo scambio di informazioni, tra imprenditori o tra colleghi d’ufficio, fosse più intenso 30 anni fa rispetto ad oggi.

Se, come sembra, continuiamo a chiuderci a riccio, come possiamo pensare di accogliere il nuovo? Se ci impoveriamo sempre più rispetto alle idee e alla competenza, come possiamo valutare quella dei nostri giovani, i più brillanti dei quali hanno studiato tanto e hanno anche talento? Di questo passo la forbice sarà sempre più ampia e il sud sempre meno ospitale, attrattivo.
È umiliante sapere che della Puglia e del Sud si possa pensare che siano luoghi in cui è opportuno fermarsi solo per una vacanza al mare.

Questo affronto dovrebbe essere lavato con il … sudore. E con l’apertura mentale, la selezione del migliore, la meritocrazia.

Siamo agli ultimi posti per numero di laureati in Europa, eppure facciamo partire tantissimi laureati e tantissime persone professionalmente qualificate.
Una quota di partenze è fisiologica e addirittura positiva: gente che parte per arricchire il suo bagaglio di conoscenze e competenze all’estero, magari con la speranza – più di chi resta che di chi parte – di tornare.
È anche vero che alcune professioni si possono esercitare in pochi posti al mondo, che piazze come Francoforte, New York o Milano, per il mondo della finanza, non sono replicabili e quindi inevitabilmente attraggono determinate professionalità e che, quindi, se un nostro ragazzo sogna di fare l’operatore di borsa, è più opportuno che viva a Manhattan che a Poggiorsini, nonostante lo smart working.

Ci sono anche quelli che partono per raccontarlo, perché lavorare a Londra è più trendy, soprattutto se contribuisce papino. Ma ce ne sono tanti, troppi, che sono obbligati a lasciare il posto in cui sono nati; ragazzi e adulti con famiglia a carico, che qui non hanno più chances.

Dobbiamo innanzi tutto dare una possibilità vera a chi merita e che ancora non è partito, ai ragazzi che stanno studiando duro e ai lavoratori validi che stringono i denti per restare. Dobbiamo assicurare ai figli migliori di questa terra la possibilità di scegliere dove vivere. E di arricchirci qualora scegliessero di restare.

Dobbiamo. Tutti, ognuno per il suo.

Inutile pensare “uno stato che si rispetti dovrebbe assicurare…”, delegando ad altri quello che serve fare, presto.
Dobbiamo farcene carico tutti noi, con i nostri comportamenti quotidiani, con le nostre scelte.
Nonostante il populismo e il nazionalismo dilagante in diverse aree del pianeta, le migrazioni non si fermeranno e se non creiamo un ecosistema attrattivo, non solo lasceremo andare i migliori, ma probabilmente attrarremo solo i peggiori, le risorse umane che meno potranno dare per garantire una crescita equilibrata alla nostra terra.
Provando a schematizzare i motivi di questa fuga dal sud, si può osservare che le persone in età da lavoro vanno via dal sud soprattutto perché:

  1. le imprese strutturate sono poche rispetto ai lavoratori potenziali, quindi le opportunità sono ridotte al minimo; l’ecosistema, in generale, è poco attrattivo: poche possibilità di interscambio, poca mobilità dei lavoratori tra le imprese. Se perdi un lavoro specializzato qui è molto più difficile ricollocarti che in Brianza o in Baviera;
  2. numerose imprese – estremizzando il concetto per renderlo più efficace- sono in realtà stabilimenti, non hanno testa ma solo braccia qui, e per sopravvivere mirano per lo più all’efficienza produttiva, non riuscendo in nessun modo ad attrarre cervelli. Così per alcuni profili non esiste, o quasi, alcuna possibilità di restare o di tornare al sud, salvo un demansionamento rispetto al ruolo ricoperto Modena, a Como o a Sidney;
  3. in base ai punti precedenti, più aumenta la domanda e più l’offerta può permettersi di fare proposte lavorative indecenti, mirando a comprimere i costi il più possibile; abbiamo attuato la stessa politica del lavoro negli anni ’80, per esempio, con il boom del tessile-abbigliamento-calzaturiero. Migliaia di piccole imprese sorte da Barletta a Casarano, Da Ruvo a Martina Franca, più per la nostra laboriosità e per la capacità di ridurre i costi del lavoro che per altro. Di questo fiume di piccole imprese che garantiva probabilmente centinaia di migliaia di posti di lavoro è rimasto soltanto qualche canale, che placidamente ma con continuità garantisce occupazione: sono quelle aziende che qui hanno anche la testa, imprese che hanno investito in innovazione, design, marketing, in cose che possono essere realizzate solo da persone qualificate;
  4. per alcuni giovani, anche legittimamente, è cool lavorare fuori, dove sono disposti a fare il commesso o il cameriere anche da laureato, qui magari meno, perdendo la possibilità di imparare in fretta molte cose. Qualcuno di loro – ma questa è più una colpa dei genitori che dei ragazzi – ritiene talvolta di avere ampi poteri di dirigere un’azienda immediatamente dopo la proclamazione della laurea;
  5. non tutti sono preparati, anche se scolarizzati. In un percorso didattico – dalle elementari fino diverse facoltà universitarie – in cui vieni quasi sempre promosso anche se non ti dedichi propriamente allo “studio matto e disperatissimo” di leopardiana memoria, poi non sono tutti cervelli eccelsi, e questo crea confusione in chi deve scegliere. Questo è un altro tema centrale, un campo di battaglia cruciale da cui è necessario uscire vincitori: chi ha voglia di studiare, per spirito competitivo, maturità, curiosità, diventa eccellente; chi galleggia beatamente impegnandosi al minimo sarà comunque, magari qualche anno dopo e senza decorazioni militari, comunque dottore. E siccome spesso questi dottori ingolfano comunque le imprese del parentado e gli uffici il cui parentado ha qualche peso, le possibilità per gli stakanovisti di talento, si riducono, spingendoli ad andar via.

A questa analisi si aggiunga il momento storico in cui molte imprese versano dal punto di vista economico, per comprendere che sarà molto difficile rompere l’immobilismo che ci sta rendendo nani, se non con un piano straordinario, che deve essere fatto di fiscalità di vantaggio, come richiesto da più parti, ma anche di meritocrazia che dovrà essere evidente, enfatizzata, dogmatica.

Un altro elemento fondamentale che ostacola l’accesso al lavoro è quello della cattiva comunicazione tra mondo delle imprese e potenziali lavoratori. Per certi versi sembra che tra queste due etnie, che pure vivono nello stesso mondo, si parlino lingue diverse, che le necessità dei piccoli imprenditori siano assolutamente sconosciute, almeno quanto lo sono le aspettative dei lavoratori.

Si fa davvero molto poco per far comprendere ai ragazzi cosa è e come funziona un’impresa, e programmi governativi come “Alternanza scuola-lavoro” non hanno aiutato a colmare questo gap.
Non è soltanto, com’è ovvio, un problema di comunicazione, che peraltro esiste: uno dei problemi è quello della formazione, e anche in questo senso i numeri sono implacabili.

La formazione tecnica, quella degli istituti professionali, è stata trascurata per troppo tempo. A fronte di uno studente diplomatosi in uno degli istituti tecnici professionali italiani, ve ne sono n tedeschi, studenti che nel 70% dei casi realizzano un percorso di formazione duale, ovvero per metà in aula ad apprendere la teoria, e per l’altra in azienda, ad applicarla.
Se vogliamo continuare a produrre macchinari, auto e apparecchiature medicali, questo rapporto con i nostri concorrenti di riferimento dovrà essere quantomeno paritario.

Come fanno gli altri ad attrarre i migliori?

Partiamo dal treno europeo, la Germania, e dalla scuola, dove un undicenne, alla fine del suo percorso di formazione di primo grado, deve sottoporsi a un test che segnerà probabilmente il suo destino: solo un terzo dei ragazzini tedeschi riesce ad accedere al Gymnasium, il liceo che li formerà fino all’età di 17 anni. Per tutti gli altri si aprono le porte di istituti tecnici e professionali.

Passando al mondo accademico, nel dicembre 2019 l’Unione di studenti tedeschi (DSW) ha chiesto al Governo federale e ai singoli stati un finanziamento di 3,4 miliardi di euro per incrementare e modernizzare il numero delle residenze e delle mense studentesche, l’equivalente di una manovra finanziaria per una regione italiana importante.

Secondo statistiche dell’ufficio federale, gli immatricolati nelle Università tedesche sono per lo più stranieri.
La Germania sta diventando una delle mete più ambite per studiare.
Le Università statali sono esenti dalle tasse per tutti e gli studenti possono beneficiare di molti corsi tenuti in inglese e la qualità dell’insegnamento è considerata tra le più alte, tanto che, già nel 2021, 29 Università tedesche sono state annoverate fra le 500 più prestigiose a mondo secondo il “QS World university ranking”.

In Italia nello stesso range è possibile trovarne 11, una soltanto, la Federico II di Napoli, al di sotto del Tevere.
Così gli studenti in Germania continuano a crescere di numero e la comunità economica a rafforzarsi attraendo i migliori.
Questione di soldi, certo, ma anche di consapevolezza della situazione, di strategia e di determinazione nel voler cambiare le cose.
Con questi ingredienti, nessuno escluso, possiamo cominciare a proporre soluzioni.

Image credit: Lars_Nissen da Pixabay

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