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Il populismo “qualificato”

di Camera penale di Bari “Achille Lombardo Pijola”

La Camera penale di Bari, con riferimento all’intervista rilasciata dal Presidente Dottor Piercamillo Davigo al Direttore del “Fatto Quotidiano” Marco Travaglio, previa piena condivisione del contenuto della risposta a firma del Presidente dell’Unione delle Camere penali, Avv. Gian Domenico Caiazza, dal titolo “Travaglio e Davigo, uniti nella lotta”, nonché del contenuto della lettera aperta della Camera penale Vicentina, esprime la propria profonda preoccupazione sugli effetti che la comunicazione mediatica del Dottor Davigo può avere sui cittadini.

Pur conoscendo da tempo le posizioni del duo Travaglio-Davigo, non credevamo ai nostri occhi leggendo che un giurista che presiede una sezione della Corte di Cassazione, ossia l’Istituzione che pronuncia la parola “FINE” sulle storie, spesso dolorosissime, delle persone, e che siede nel Consiglio Superiore della Magistratura, giudicando pertanto le carriere dei suoi Colleghi Magistrati, possa riferire ai cittadini che i problemi della giustizia penale debbano essere risolti annullando il diritto di difesa, la presunzione di non colpevolezza e la funzione rieducativa della pena, e quindi violando la Costituzione.

Dall’intervista traspaiono i seguenti dogmi:
1) gli Avvocati costituiscono un ostacolo all’accertamento della responsabilità degli imputati;
2) essere imputati significa essere colpevoli;
3) la pena ha finalità meramente retributiva.

Al contrario, la Costituzione ci insegna che:
1) la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;
2) l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva;
3) le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è possibile, in uno Stato civile e democratico, leggere che:

  • andrebbe abolito il divieto di reformatio in peius, già previsto in Italia per i decreti penali di condanna;
  • i ricorsi fanno perdere tempo e sarebbe giusto introdurre il reato di oltraggio alla Corte per chi “fa perdere tempo inutile”;
  • la legittima richiesta di un imputato di essere giudicato da chi ha partecipato all’assunzione delle prove costituirebbe una “prassi insensata”;
  • gli Avvocati che difendono persone non abbienti “compiono più atti possibile per aumentare la parcella”;
  • l’Avvocato deve essere responsabile in solido con il suo assistito.

Il divieto di reformatio in peius, oggetto di previsione già del codice di procedura penale del 1865 e riprodotto nei codici del 1913 e del 1930, rappresenta un principio cardine dell’ordinamento processualpenalistico italiano e non può essere messo in discussione con il riferimento al procedimento per decreto, che ha ben altre caratteristiche e finalità.
Il diritto di impugnazione consente di riparare agli errori commessi nel 40% delle sentenze di primo grado e non può essere messo in discussione se vogliamo rispettare i nostri principi cardine.
Nel processo accusatorio non può essere messo in discussione il diritto dell’imputato ad essere giudicato da chi ha partecipato all’assunzione delle prove.
Non può mai essere messa in discussione la figura del Difensore, parte processuale ineludibile che esercita l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo costituzionale e sociale della difesa.

Com’è noto, in virtù della rilevanza sociale della professione forense, è stato autorevolmente sostenuto che uno dei fondamenti dell’attività forense è costituito dal “principio della doppia fedeltà”: fedeltà verso il cliente, ma anche fedeltà verso l’ordinamento.
Al contrario, le citate dichiarazioni tendono, da un lato, a mettere sullo stesso piano difensore e assistiti, spingendosi addirittura al punto di pensare ad una responsabilità solidale, e dall’altro a descrivere il difensore -peraltro dimostrando di non conoscere i criteri alla base della quantificazione dei compensi professionali- come soggetto che svolge attività, anche superflua, finalizzata esclusivamente a percepire il compenso anziché alla migliore tutela dei propri assistiti.
E tali dichiarazioni dimostrano una concezione, da parte di un Alto Magistrato, della funzione difensiva ben distante dai principi costituzionali.

La nostra Toga si sente offesa dal contenuto dell’intervista.

Non resta che augurarci quanto meno un doveroso chiarimento delle dichiarazioni rilasciate dal Presidente Davigo, anche a tutela della sua stessa autorevolezza di Magistrato, figura ontologicamente terza e priva di pregiudizi nei confronti sia degli imputati sia degli Avvocati, con i quali dovrebbe mantenere rapporti di proficua collaborazione per il migliore funzionamento del sistema giudiziario.

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