Minorenni e vaccini: una minoranza senza diritti

Minorenni e vaccini: una minoranza senza diritti

di Alessandra Capuano Branca (Avvocata in Vicenza)

In pochi altri ambiti della vita nazionale, oltre a quello della condizione e del trattamento dei minori, si nota un così marcato divario tra i proclami e la realtà.

A dispetto della retorica sul “cuore di mamma” e sulla “gioia di papà”, in Italia i minorenni hanno ben pochi diritti e soprattutto scarse tutele.
La maggioranza di loro appartiene ad una vasta categoria di cittadini di serie B, destinati a non essere né visti né sentiti, sebbene l’infanzia e l’adolescenza siano poste al centro di ingenti interessi economici.
A questa sconfortante conclusione si può giungere attraverso l’analisi dei dati statistici, per quanto spesso insufficienti e oscuri, sulla povertà, l’abbandono scolastico, l’abbandono morale e materiale, i maltrattamenti, l’affidamento etero-familiare, o semplicemente guardandosi attorno con la dovuta attenzione.

La condizione minorile in Italia, pur con le varie e significative distinzioni al suo interno, non è quotidiano oggetto di attenzione e preoccupazione da parte del legislatore e della politica.
Dei bambini, e dei minorenni in genere, si parla prevalentemente nella cronaca nera e nella cronaca giudiziaria, ma ben pochi sembrano interessati a chiedersi quali fenomeni sociali generino gli episodi terribili che ci affrettiamo a dimenticare.

Il pensiero va ai bambini uccisi dai padri “separati “, a quelli ammazzati di botte dentro le mura domestiche, a quelli abusati ma non creduti, a quelli strappati da casa dalle forze dell’ordine per la decisione di un giudice fondata su “motivi psicologici”, a quelli la cui infanzia è tenuta in ostaggio dal conflitto tra i genitori, a quelli ai quali è stato negato il diritto all’istruzione perché non dispongono dei mezzi tecnologici per seguire l’insegnamento telematico, che con la didattica correttamente intesa, quale scienza della comunicazione e della relazione educativa, ha ben poco a che fare.
Il pensiero va anche a quel 44% di ragazzi tra i 14 e i 17 anni che attraverso il telefonino consumano abitualmente video pornografici a sempre più alta intensità.

Il significativo calo delle nascite, associato al diffuso disinteresse per la condizione minorile, restituisce l’immagine di un Paese che non crede nel futuro e su di esso non fa alcun investimento emotivo.

L’occasione per un ripensamento collettivo viene offerta, questa volta, non da un efferato fatto di cronaca nera ma dall’azione, civilmente e legalmente rappresentata, con la quale un certo numero di infra-diciottenni chiede di vaccinarsi contro il Covid-19, contro il parere dei genitori.
La questione appassiona i giuristi, perché accende un faro sul tema del libero esercizio dei diritti da parte dei minorenni ed in particolare degli ultra sedicenni, definiti anche “grandi minorenni”, ma dovrebbe sollecitare anche una riflessione più ampia.

Fino all’anno 1975 la maggiore età era fissata al compimento del ventunesimo anno di età e nella facoltà di Giurisprudenza circolava un aneddoto che illuminava bene l’anacronismo di tale limite.
Si narrava, infatti, che un notissimo professore di diritto privato durante un esame avesse mostrato insistente ammirazione per la cravatta indossata dal malcapitato candidato, al punto che questi aveva fatto il gesto di togliersela per offrirla in dono al professore, venendo perciò bocciato e cacciato su due piedi.
L’esame di diritto privato si sosteneva infatti tra il primo ed il secondo anno e quindi prima dell’acquisizione della capacità di agire e disporre legalmente dei propri beni.

Questo mirabile esempio di sadismo didattico spiegava bene il concetto di minore età e soprattutto chiariva che la maggiore età ha poco a che fare con le capacità cognitive e molto invece con l’idea di libertà e di democrazia che sta alla base delle Leggi di un Paese.

Qualche anno fa, ai margini di un Convegno, uno stimato giudice mi chiese retoricamente se si potesse in coscienza ritenere che il suo voto avesse il medesimo valore del voto di un diciottenne, svelando così una visione autoritaria e antistorica della democrazia molto più diffusa di quanto non si creda.
Coloro che oggi ritengono sbagliato attribuire ai cittadini di sedici anni il diritto di autodeterminarsi, nel rispetto delle leggi vigenti, non sono in realtà molto distanti dalla visione di quel magistrato.

Non appena si accenna a questo dibattito la discussione si sposta immediatamente sull’insensatezza di taluni comportamenti giovanili, sull’irresponsabilità di certe condotte e, assurdamente, sullo stato di scarsa preparazione culturale delle giovani generazioni, che si descrivono come disimpegnate e assenti dalla vita politica e sociale. Di un tale sfacelo, per paradosso, si fa carico proprio ai minorenni, nonostante il fatto che siano loro attribuite ben poche libertà giuridiche e ben poche responsabilità.

Ad un adolescente può essere richiesto di applicarsi allo studio di materie complesse, di praticare discipline sportive che richiedono impegno e sacrificio, talvolta persino di prendersi cura dei familiari bisognosi, ma non gli viene riconosciuto il diritto di accedere liberamente alle cure e quindi al vaccino.

Questa tematica purtroppo svela più di altre la visione autoritaria e adultocentrica della famiglia italiana e spiega anche perché, ad esempio, sia possibile continuare a trattare i minorenni coinvolti nel conflitto genitoriale come oggetti anziché come persone.

L’amara conclusione è che grattando appena lo strato sottile della vernice fatta di psicologismo d’accatto che copre le colpe di molti adulti responsabili del benessere dei minori, riemerge non molto cambiato quello stesso “Paese dei celestini” (Bianca Guidetti Serra, Einaudi, 1973) che ha consentito all’opinione pubblica italiana di ignorare per anni la miserabile condizione dei minori affidati alla pubblica assistenza.

Di Alessandra Capuano Branca, su Ora Legale NEWS

Image credit: Khusen Rustamov da Pixabay

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