Il giudice bravissimo, il raccomandato e il cretino

Il giudice bravissimo, il raccomandato e il cretino

di Roberto Oliveri del Castillo (Consigliere della Corte d’Appello di Bari)

Il senso delle parole nel discorso del potere

Se è vero, come dice Umberto Eco ne Il nome della rosa, che “nomina nuda tenemos”, ovvero che inseguiamo nella nostra vita il senso sfuggente delle parole, è anche vero che quando le parole entrano in connessione tra loro e in un determinato contesto, acquistano un senso più profondo e rivelano interamente il messaggio di chi le pronuncia. Ed ecco che, magicamente, disvelano tutto il loro potere evocativo dei concetti e delle realtà che rappresentano.

E le realtà sono evidentemente territori dove ramificate organizzazioni criminali sono occultate nelle pieghe degli uffici pubblici, e allignano all’ombra di pubblici poteri e pubbliche funzioni. Realtà dove il potere conferito dallo Stato per la tutela della legalità viene sviato per ottenere vantaggi personali in termini di potere, prebende e vile denaro, in una logica parassitaria già emersa in passato, e passata alle cronache con sigle alfanumeriche, dalla Loggia P2 in poi.

Ma quando i centri criminali coincidono con uffici pubblici destinati alla tutela della legalità, ecco che si realizza quello che la politologia (Schmitt, Agamben) chiama “Stato di eccezione”, e che non è categoria che riguarda solo la politica. Quando la sospensione del diritto avviene non per decisione politica ma per decisione giudiziaria, finalizzata a distorcere le funzioni pubbliche per fini personali o di gruppo, è questione che riguarda anche la giustizia, anzi quel territorio di confine che sta a ridosso tra giustizia e politica.

In questi giorni le cronache stanno evidenziando l’esistenza di reticoli di rapporti tra magistrati che rivestono funzioni apicali in ambiti associativi e istituzionali, vertici di uffici, vertici dell’autogoverno, che fanno veramente pensare ad una rete clientelare strutturata per la costruzione di carriere in un sistema parallelo non basato su effettivi meriti ma su amicizie e conoscenze politico-associative.

E queste cronache si intrecciano con altre cronache di vicende processuali e cautelari, che dimostrano come in questi anni ci siano stati territori dello Stato sottratti alla giurisdizione dello Stato, ma non perché lo Stato fosse incapace di contrastare il contropotere malavitoso, tanto radicato in alcune parti del nostro Paese, ma bensì perché lo Stato, o meglio chi lo rappresentava, “era” il contropotere malavitoso/massonico, con gli organi di polizia chiamati a partecipare, sia in modo colluso, sia in modo inconsapevole, a questa gigantesca opera di sviamento di potere per fini privati e illeciti. E le collettività, interi circondari, erano ormai ostaggio nelle mani di un manipolo di funzionari infedeli, con e senza toga.

Anche la terminologia utilizzata da questi funzionari ricalca schemi malavitosi, rivelando nell’intimità di conversazioni ritenute al riparo da orecchie indiscrete, tutta l’essenza del potere che scaturisce da funzioni pubbliche deviate.

Basta pensare, per averne la riprova, alla frase “Qua comandiamo ancora noi”, apparsa su alcune cronache di questi giorni. Indubbiamente le indagini faranno il loro corso e gli esiti dovranno passare attraverso le garanzie di un giudizio. Tuttavia, una breve analisi della frase in sé può essere interessante, a prescindere da chi l’abbia effettivamente pronunciata.

A ben vedere, in questa frase c’è tutto.

Proviamo ad astrarla dal contesto. Se, ad esempio, la traduciamo in lingua napoletana (“cca’ cumannamm’ ancor’ nuje”), e le diamo un po’ di enfasi, sembra una frase uscita dalla fiction “Gomorra”, magari pronunciata dal boss Savastano, entrato ormai nell’immaginario collettivo con tante locuzioni analoghe (“mo ce ripigliamm’ tutt’ chell’ che è o’ nuost’”). Oppure, al naturale, può inserirsi in un più verosimile contesto politico-amministrativo, tipo “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, o, per restare in ambiti processuali anche recenti, il famoso “Mondo di mezzo” romano, con criminali, faccendieri e politici coinvolti in una gigantesca opera di corruzione amministrativa. In ogni caso, è frase che esprime un contesto malavitoso, con o senza colletto bianco.

In primo luogo, nella frase incriminata abbiamo una chiara indicazione spaziale. “Qua” è il radicamento nel luogo, dovuto ad una pluriennale presenza in una determinata posizione di potere ed una prolungata attività. Lecita? Illecita? Tutt’e due? Chissà. Come in tutte le attività umane in forma più o meno organizzata, la prima definizione è il recinto operativo, l’al di qua e l’al di là, il confine entro il quale vale il potere che si dispiega.

In secondo luogo, l’uso del plurale esprime un doppio concetto, ovvero l’esistenza e l’appartenenza, di chi parla, ad un gruppo organizzato, con tutto il suo potenziale operativo nel campo formale della legalità, ma se necessario utilizzabile per altri scopi, la significanza dell’apporto di ciascuno, e non ultimo anche l’eventuale senso intimidatorio di un “Noi” così strutturato.

In terzo luogo, l’uso del verbo “comandare”, verbo poco consono ad un ufficio giudiziario, che esprime con forza “militare” il disprezzo per le regole, perché sottintende una capacità di imporre il proprio volere, proprio di un sistema malavitoso e paramilitare organizzato gerarchicamente dove il vertice impone il suo volere, dove il “comandare” è gergo che non si raccorda con un sistema di regole, ma tende a saltarle per puro potere di poterlo fare, in raccordo con il concetto schmittiano di “decisione sovrana”.


In quarto luogo, attraverso l’avverbio “ancora”, si introduce una connotazione temporale, una dimensione di ultrattività temporale, che salta anche le basilari regole formali del tempo corrente. Vuol dire che formalmente costoro non potrebbero più comandare, ma in realtà lo possono ancora fare, e ciò per la presenza di “fedelissimi”, una rete di soggetti istituzionali e non su cui si può contare per “comandare”, e raggiungere gli obiettivi che il gruppo si pone. Ancora il ricorso a termini propri di un contesto malavitoso, ma certo non ad un ufficio giudiziario. Chi siano questi fedelissimi le cronache lo hanno in parte rivelato, in parte lo diranno in futuro.

Si vedrà, alla fine, il quadro di insieme che uscirà, e, possiamo scommetterci, sarà devastante. Alla fine, probabilmente, sarà evidente che il reticolo di conoscenze paramassoniche di cui alle prime cronache è alla base del reticolo malavitoso emerso nelle seconde cronache, e che chi ha proceduto a determinate nomine di vertici di uffici travolti dagli scandali ne è il primo responsabile politico e morale. Ne risponderà mai qualcuno? Siamo scettici.

Eppure, la memoria di Giovanni Falcone, di cui ricorre in questi giorni di maggio il triste anniversario, di Paolo Borsellino e degli altri caduti nell’adempimento del dovere, meriterebbe nella nostra categoria una maggiore pulizia morale e una minore vergogna. D’altra parte, secondo una frase attribuita a Giovanni Falcone su chi nominare a capo di una Procura, tra uno bravissimo, uno appoggiato dal governo e un cretino, quello che ha meno chances di farcela, è quello bravissimo.

Image credit: Foto di PIRO4D da Pixabay

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