Stephane Vetter

L’anno nuovo della giustizia

di Franco Cassano (Presidente della Corte d’Appello di Bari)

Pubblichiamo la relazione del Presidente della Corte d’Appello di Bari Dott. Franco Cassano

Il fallimento dell’idea, portata dalla globalizzazione e dalle politiche liberiste di questi anni, secondo cui «L’alta marea solleva tutte le barche», vale a dire l’idea che la crescita economica avrebbe portato maggiore ricchezza e un tenore di vita più alto per tutte le classi sociali, e l’evidenza che l’alta marea invece ha fatto salire solo i grandi yacht, lasciando molte piccole barche ad infrangersi contro gli scogli, hanno contribuito a generare nella società un senso diffuso di precarietà, di solitudine, di insicurezza e di rancore sociale.

A fronte della complessità della crisi economico-sociale, la via intrapresa dalla politica è stata quella, del tutto nuova, di indirizzarsi verso i ceti sociali maggiormente indeboliti dalla crisi, proponendo una sorta di scambio “sicurezza contro rinunzia a pezzi di libertà”, e indicando i nemici cui ascrivere la crisi, individuati, volta per volta, negli homeless che sporcano le strade, come negli istituti finanziari che depredano i risparmi dei pensionati; nei migranti che tolgono case e lavoro agli italiani, come nei burocrati delle istituzioni europee, che impediscono politiche espansive.

Si è venuta consolidando, così, la Weltanschauung dei nuovi nazionalismi populisti, in un sedime culturale pericoloso, che può aprire la strada ai nuovi fascismi, che infatti proliferano. Lo stesso fascismo storico, ricordava Gramsci, si è presentato agli albori “come l’antipartito; ha aperto le porte a tutti i candidati; con la sua promessa di impunità ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche, vaghe e nebulose, lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri“.

Oggi non si esita a recuperare i temi della xenofobia, del razzismo antisemita, del suprematismo bianco e della sopraffazione mentre per le strade i neofascisti assaltano omosessuali ed immigrati.
A Brescia la porta di una chiesa è stata imbrattata con la svastica, e nel giorno della shoah, vicino Cuneo, abbiamo rivissuto la vergogna della scritta “Juden hier“, mentre il 15% degli italiani dichiara di non credere alla verità della shoah. Si va perdendo la memoria, e con essa ogni freno, sicché ritorna il coro dell’Antigone: “molte sono le cose che fanno sgomento, ma niente fa paura più dell’uomo”.

Ricordo allora che, a seguito di indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Bari, è stata disposta la chiusura della sede cittadina di Casapound e che sono decine le persone indagate per ricostituzione del disciolto partito fascista, oltre che per le lesioni procurate ai manifestanti di un corteo tenutosi il 21 settembre 2018.

In questo anno, abbiamo appreso pure che il populismo nazionalista, liberista in economia, fatica a convivere col populismo d’ispirazione solidaristica, interclassista ma attento a rappresentare coloro che hanno bisogno di aiuto da parte dello Stato, e vicino a Keynes, piuttosto che a von Hayek.
In ogni caso, ne è uscita impoverita la qualità della democrazia rappresentativa, salva nelle sue procedure formali, ma avvilita da un deficit di tolleranza umana e dal mantra del web come strumento di democrazia, usato da leader che pretendono di interpretare e dare direttamente voce al popolo.

I principi che rappresentano la sostanza della democrazia, quali l’eguaglianza e l’universalismo dei diritti fondamentali, la pari dignità e la solidarietà, scritti nel progetto di società che la Costituzione ci ha consegnato, paiono sottoposti a tensioni evidenti.
Sicché, appare sorprendente che molti giovani, sebbene nati e cresciuti nell’era del fondamentalismo maggioritario, cioè in un sistema in cui pochi sono stati i valori condivisi nella società, e in cui la politica non ha usato fare prigionieri, si mostrino oggi capaci di indignazione, e anelino ad un impegno concreto per l’attuazione integrale della Costituzione. Ed è singolare che, nell’era del web e della comunicazione, quei giovani chiedano che chiunque ricopra cariche pubbliche comunichi solamente tramite i canali istituzionali, e non mediante i social; che la violenza venga esclusa dai toni della politica; e che la violenza verbale sia equiparata a quella fisica.

Difficile delineare il ruolo della giurisdizione in un contesto siffatto.
Non sfugge che la più grande crisi industriale del Paese, legata alla fuga dell’impresa ArcelorMittal dall’ex Ilva di Taranto, sia stata arginata, in mancanza di un qualsivoglia progetto politico, solo dalla minaccia dell’intervento giudiziario; nè che la drammatica questione del fine vita, nell’inerzia del legislatore, abbia trovato una risposta solo grazie alla Corte costituzionale.

È vero che negli ultimi decenni si sono consolidati orientamenti a tutela dei diritti fondamentali, sia nella giurisdizione civile, sia in quella penale. Così, ad es., in tema di bioetica; altrettanto in punto di riconoscimento dei diritti civili delle diverse minoranze; gli infortuni sul lavoro hanno cessato di essere una “tragica fatalità”; la repressione delle organizzazioni mafiose ha raggiunto livelli inediti per quantità e qualità; molti magistrati sono intervenuti, quando necessario, a tutela dei diritti dei migranti, vincendo talvolta vere e proprie intimidazioni.

E tuttavia, va detto, c’è sempre più nella giurisprudenza una torsione sicuritaria, che muove in senso opposto alla tutela dei diritti fondamentali. La crescita del numero dei detenuti, ad es., avviene simmetricamente alla diminuzione della gravità dei reati denunciati, a dimostrazione che la ragione della crescita attiene anche alla sottovalutazione culturale del valore della libertà personale. Negli istituti penitenziari ubicati nel distretto, ad es., a fronte di una capienza regolamentare di 1.300 detenuti, si è passati dai ca. 1.750 detenuti effettivi dello scorso anno agli attuali 2.000 detenuti effettivi, di cui solo 1.250 definitivi.

La diffusione crescente della corruzione ha reso centrale la questione della legalità, ma non sono mancati effetti degenerativi, soprattutto da quando si è ingenerata in molti la convinzione che le garanzie processuali siano degli inutili orpelli. Questo atteggiamento si è tradotto, talvolta, un interventismo esasperato, in cui l’esercizio doveroso dell’azione penale si è trasformato in panpenalismo; la cultura del risultato ha prevalso su quella della prova; il carattere personale della responsabilità penale è parso recessivo rispetto all’obiettivo di combattere interi fenomeni criminali; l’utilizzo sempre più frequente di strumenti di intercettazione sofisticati, quali i trojan, ha sollevato nuovi interrogativi su come tutelare i diritti fondamentali della persona.

In questo contesto è intervenuto il cosiddetto populismo penale, che ha acuito il ricorso all’aumento delle pene a fronte di ogni presunta emergenza sociale ed ha alimentato l’insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti delle garanzie processuali e della funzione educativa della pena (penso alle polemiche sul c.d. ergastolo ostativo).

Rispetto a questo quadro, è sorprendente essere costretti a rimarcare che l’Avvocato non è un inutile orpello o, peggio, un ostacolo all’accertamento della verità. La verità dev’essere ricercata nel giudizio attraverso il contraddittorio, che è essenziale perché il risultato conoscitivo del processo sia attendibile. Solo il pieno svolgimento delle garanzie processuali assicura attendibilità e credibilità al contraddittorio, e quindi al giudizio, e per questa via autorevolezza e credibilità alla stessa giurisdizione.

segue https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2020/02/Assemblea-dei-magistrati-della-Corte-2020.pdf

Image credit: Stephane Vetter – Eclipse
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