Sesso, genere e identità di genere

Sesso, genere e identità di genere

di Stefano Chinotti (Presidente del Comitato pari opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo)

Il 30 giugno 2020 è stato depositato in Commissione Giustizia, alla Camera dei Deputati, il testo unificato di legge contro la misoginia e l’omo-bi-lesbo-transfobia tratto dalle proposte Bartolozzi, Boldrini/Speranza, Perantoni, Scalfarotto e Zan che, superata la fase degli emendamenti, approderà in aula per la discussione, parrebbe, entro la fine del corrente mese di luglio.

Il contenuto è noto: ne ha già scritto su questa testata il prof. Angelo Schillaci.
Si tratterebbe di estendere l’area di azione degli attuali artt. 604 bis e ter del codice penale, che accordano tutela nei confronti crimini commessi per motivi di origine etnico-razziale, nazionale e religiosa, alle condotte determinate per ragioni di “sesso, genere, orientamento sessuale ed identità di genere” con l’intento, quindi, di aggiornare la disciplina delle nostre fonti interne a quella di matrice euro-unitaria che, in tema di discriminazione, usa declinare le categorie a rischio in un elenco che ripercorre quelle contemplate nella riforma in corso di discussione. Tutte, ad eccezione della disabilità che è provvista di una tutela speciale apprestata dal contenuto dell’art. 36 della legge n. 104 del 05 febbraio 1992.

Le indiscrezioni di stampa circa il contenuto del testo unitario hanno originato alcune critiche e prese di posizione, a volte di natura pregiudiziale, che si sono rivelate immeritate all’esito della lettura della sua versione definitiva.
L’organo di stampa della CEI ha di fatto ridimensionato le osservazioni mosse circa la compatibilità della riforma con la libertà di pensiero che erano state espresse dalla Conferenza episcopale ancor prima del deposito del testo.
Così paiono essere, pure, rientrate, sul versante dei favorevoli alla modifica, quelle aventi ad oggetto l’accusa di timidezza da parte del legislatore per non avere esteso, nell’ambito della tutela per le fattispecie in esame, la condotta di propaganda di idee riservata, dalla legge Reale, ai delitti di matrice etnico-razziale da cui risultavano comunque essere state escluse, ancor prima, con la legge Mancino, quelle di origine nazionale e religiosa.

Ma la riforma del codice, quando sembrava essersi assestata sul giusto binario, deve scontrarsi, ora, con nuove contestazioni provenienti da una parte del mondo femminista che ravvisa nell’introduzione della protezione del genere e dell’identità di genere il primo passo di un progetto più ampio teso all’eliminazione della differenza sessuale.

Non è certo questo il contesto per sviluppare un approfondimento di natura socio-antropologica che pur lambendo il confine delle scienze giuridiche ne rimane assolutamente estraneo.
Né compete al giurista entrare nel merito di una discussione impiegando strumenti non propri.

Semplificando, però, parrebbe di aver inteso che l’esistenza di una contrarietà all’introduzione di termini che potrebbero ridurre il portato della differenza sessuale a favore del principio di autodeterminazione sia da ricondurre all’idea di una messa in discussione e pericolo dei diritti acquisiti dalle donne nel corso delle lunghe e giustissime battaglie condotte negli ultimi cinquant’anni.
In breve:

se il sesso non esiste non vi sarà più modo di approntare tutela a quello che, fra i due, da sempre, viene discriminato; il femminile.

Se il sesso non esiste non vi sarà più ragione di riservare quote di genere o di limitare l’accesso ad alcuni luoghi protetti riservati alle donne (si pensi, ad esempio, ai centri antiviolenza).

Certo il pensiero di chi ha sollevato l’obiezione è molto più articolato e si è semplificato, per l’appunto, solo per agevolare la comprensione del lettore.

Ancor prima d’affrontare il tema in discussione occorrerà premettere che trattiamo di materia penale e che, quindi, difficilmente l’introduzione di una norma di protezione contro atti e violenza di matrice discriminatoria potrà condurre agli esiti della cancellazione della differenza fra i sessi.
Quantomeno dal punto di vista giuridico appare, poi, assolutamente infondato il timore che l’introduzione di questa novella possa condurre alla possibilità di aprirne di successive e di differente contenuto.
Per queste ragioni, vertendosi in materia di diritto, sarebbe auspicabile che dall’antropologia e dalla sociologia il piano di discussione fosse traslato su quello delle scienze giuridiche.

Ed è forse proprio questo l’errore all’origine del dibattito.

Il confronto si è spostato da un ambito che avrebbe dovuto essergli proprio, quello del diritto, ad altro e diverso che legittimamente introduce argomentazioni affatto scontate e degne di attenzione ma che meriterebbero approfondimenti in altre sedi ed altre occasioni.

Vista dall’angolazione che gli è propria è di per sé incomprensibile l’alzata di scudi di fronte all’introduzione nel testo unificato dei termini di “genere” ed “identità di genere”.

La loro presenza già si ravvisa, infatti, in una moltitudine di fonti interne ed esterne (ma recepite) al nostro ordinamento, a cominciare dalla convenzione di Istanbul che all’art. 4 garantisce tutela a plurime condizioni di vulnerabilità fra le quali “il genere” e “l’identità di genere”.
Genere ed identità di genere sono, inoltre, presenti nella cd. direttiva vittime 2012/29/UE.
L’identità di genere campeggia tra i principi antidiscriminatori di ordine generale nell’art. 1 dell’Ordinamento penitenziario (L. 354/1975 cosi come aggiornata dal D.L. 29/2020).
Il genere, poi, si rinviene nelle rubriche di molti recenti aggiornamenti normativi quali, ad esempio, il cd. Codice Rosso che tratta, per l’appunto, di “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”.

La giurisprudenza, infine, ne accoglie l’utilizzo e ne definisce i confini in senso, ormai, univoco (si legga per tutte Corte cost. 221/2015).

E’ innegabile che per un lungo periodo il linguaggio giuridico si sia riferito al genere come ad un sinonimo di sesso: genere maschile e genere femminile.
Ma è proprio la convenzione di Istanbul a spostare la barra del concetto di genere verso uno spazio più relativo all’autodeterminazione.
Essa infatti nella definizione data al genere, all’art. 3, ricomprende quel che prima avremmo considerato come espressione di genere o ruolo di genere: “i ruoli i comportamenti, le attività e le attribuzioni socialmente costruiti che una data società considera appropriati per le donne e per gli uomini”. Sei donna e ti devi occupare dei lavori domestici. Sei uomo e non puoi truccarti.

Ed a ben vedere l’introduzione della definizione apportata dalla convenzione meglio s’attaglia agli scopi della protezione.

Le ragioni della violenza non risiedono certo nel dato anatomico e biologico, o meglio non solo, ma sono ricollegabili alla mancata accettazione di quei comportamenti che fuoriescono dagli schemi sociali: ti colpisco non in quanto donna o uomo ma in quanto donna o uomo che non si comporta in maniera conforme alle mie aspettative.
Certamente residuano episodi di violenza fondati anche sulla pura differenza biologica o per meglio dire morfologica ma pure essi trovano copertura nel testo unificato a seguito dell’enunciazione dei motivi fondati sul “sesso”.

Di converso non pare accettabile l’eliminazione dalla proposta di legge del concetto di “genere” proprio perché priverebbe di tutela una gran parte dei crimini commessi contro le persone non in ragione del sesso ma in ragione del loro comportamento non stereotipato.

Nè potrebbe ipotizzarsi, pena l’indeterminatezza del disposto normativo, una tutela fondata sulla “transessualità” in luogo di quella per “identità di genere”. Le condizioni trans sono, infatti, molteplici.
Quali di esse si intenderebbe tutelare?
Quella della persona trans che si è sottoposta all’intervento chirurgico? Quella della persona trans-genere che ritiene di non farlo ma ha, già, ottenuto la rettifica anagrafica?
Quella di colei o di colui la quale o il quale ritiene di non richiedere né l’una né l’altra cosa?

Parlare di “transessualità”, ammesso che il termine possa ancora essere utilizzato a valle di una serie di studi sociali che privilegiano quello di “persone trans”, rischierebbe di far incorrere la legge in una pregiudiziale di costituzionalità in ragione del principio di legalità e determinatezza: lo scoglio contro il quale tutte le norme che hanno tentato sino ad ora di apprestare la tutela si sono infrante. Tutte ad eccezione del DDL Scalfarotto che, approvato dalla Camera dei Deputati, si è, poi, incagliato al Senato.

Pare quindi più che opportuna la partecipazione del giurista a questo dibattito ai fini di eliminare l’incertezza che potrebbe derivare dall’operare una scelta tecnicamente sbagliata.

Certo il confronto potrà proseguire. Le ragioni di tutti essere affrontate.
Ma in altre sedi e quando semmai il pericolo dell’eliminazione della differenza sessuale sarà veramente in discussione.
Per ora, si può tranquillamente affermare, che non lo sia.

Image credit: Tristan Zhou
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