Dieci punti per un intervento di rete efficace

Dieci punti per un intervento di rete efficace

di Giacomo Grifoni (Psicologo psicoterapeuta, socio fondatore del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze)

Il lavoro con la violenza di genere: una guida nella complessità

Le attività finalizzate a contrastare la violenza di genere devono far parte di un piano integrato di interventi dove tutte le forze in gioco interagiscono tra loro per aumentare il livello di protezione delle donne e dei minori e responsabilizzare l’autore di violenza per gli agiti commessi.
La violenza di genere è un fenomeno complesso, determinato culturalmente e che può essere contrastato solo attraverso un’azione di rete multidisciplinare altrettanto complessa, dove giocano un ruolo fondamentale la comunicazione tra i nodi della rete, l’adozione di paradigmi di lettura sensibili alle questioni di genere tra le parti coinvolte e la condivisione di obiettivi comuni.

In questa azione di contrasto alla violenza di genere, fondamentali sono il lavoro in rete fra più soggetti e la loro progressiva competenza per il lavoro con le vittime – donne e minori – e con gli autori di maltrattamento.
In modo sintetico, elenchiamo i punti che a nostro avviso ogni operatore e operatrice dovrebbe tener presenti nel corso del proprio lavoro se, a qualsiasi titolo, intercetta una situazione di violenza.
Questi punti forse non esauriscono l’insieme delle criticità che si incontrano sul campo, ma rappresentano comunque un buon vademecum per impostare interventi efficaci.

  • 1. Avviare un processo di autoriflessione sul modo in cui la violenza ci riguarda o ci ha riguardato nella nostra storia personale è un passaggio necessario per avvicinarsi al tema della violenza, non solo perché “è un problema degli altri” di cui posso occuparmi in ambito professionale; non dobbiamo mai dimenticarci che siamo tutte/i a rischio di essere autori o vittime di situazioni di violenza e che in qualche modo e in qualche forma la violenza la potremmo aver già intercettata nel corso della nostra vita.
    Quest’operazione di avvicinamento del problema alla nostra persona è necessaria per contribuire a un ribaltamento culturale del concetto di violenza che altrimenti viene proiettato all’esterno, verso un “altrove” che non facilita i movimenti di riconoscimento dello stesso.

  • 2. Procedere a una revisione degli stereotipi personali su cosa per noi è o non è violenza è una seconda operazione utile per imparare a individuare in modo adeguato l’ampia fenomenologia con cui essa si manifesta ed evitare così operazioni di minimizzazione, negazione o identificazione alla luce della propria esperienza personale.
    Credere che la violenza riguardi solo certi tipi di uomini, di donne o di coppie, che si declini esclusivamente secondo una modalità o in certe fasce socioculturali della popolazione, ci allontana infatti dalla possibilità di riconoscerla in tutte quelle situazioni che non rientrano nei nostri stereotipi e nelle nostre credenze.
    La violenza, invece, è trasversale ad ogni età, fascia socio-culturale e profilo personologico.

  • 3. Aderire a una visione della violenza di genere come fenomeno che affonda le radici in una questione di tipo culturale, come indicato dal Oms nel 2002 e dalla Convenzione di Istanbul nel 2011, è un altro passaggio fondamentale perché ci consente di non abbassare mai la guardia sulla storica disparità dei rapporti di forza tra uomo e donna.
    Questa lettura può essere integrata con la classificazione di Johnson e coll. (1), che pur mantenendo un’ottica di genere, ci aiuta a riconoscere come violenza, oltre al terrorismo intimo, fenomeni come la resistenza violenta, la violenza reciproca o la violenza situazionale.

  • 4. Una formazione specifica sulla violenza di genere ci deve aiutare a distinguere le situazioni di violenza dalle situazioni ad elevata conflittualità, tramite il riconoscimento dei principali indicatori di violenza come l’asimmetria di potere nelle relazioni di coppia e/o, la sopraffazione sistematica da parte dell’autore e la sensazione di paura nella vittima.
    Purtroppo, i concetti di violenza e conflitto spesso vengono ancora confusi e questo, oltre ad essere pericoloso dal punto di vista interpretativo, conduce spesso alla proposta di interventi inadeguati alla coppia, volti a ridurre o mediare il conflitto pur trovandoci di fronte a situazioni di violenza.

  • 5. Tutte le azioni volte a contrastare la violenza si fondano sulla necessità di tutelare la vittima e i/le minori coinvolti e, contemporaneamente, dovrebbero muoversi nell’ottica di responsabilizzare l’autore.
    Questo punto fermo dovrebbe guidarci, a maggior ragione, quando siamo coinvolti/e in procedimenti dove vengono prese decisioni importanti riguardo i/le figli/e e la loro tutela; evitare interventi iatrogeni, perciò, è importante quanto proporre interventi efficaci a supporto della donna e/o finalizzati a responsabilizzare l’autore.
    La stessa Convenzione di Istanbul ci ricorda che gli interventi di mediazione rivolti alla coppia in situazioni di violenza sono da evitare perché si realizzano nell’ambito di una disparità di potere e quindi incrementano i livelli di rischio presenti per la vittima.

  • 6. La rilevazione della violenza deve essere effettuata in contesti protetti e adottando apposite linee guida tecniche e metodologiche. Chiedersi in che modo contribuiamo a rilevare la violenza, coerentemente con il proprio ruolo professionale e nei limiti dello stesso, risponde dunque a un’altra buona pratica.
    Quali domande effettuiamo con i/le nostri/e utenti/e?
    Quanto siamo in grado di esplorare tutte le espressioni fenomeniche della violenza attraverso domande che indaghino la violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, etc., con domande tipo:
    Quante volte ti ha strattonato, tirato uno schiaffo, sputato addosso o tirato i capelli?

  • 7. Nella presa in carico di una situazione, è importante conoscere i fattori di rischio di recidiva per monitorare la pericolosità della stessa: l’evento della separazione; la presenza di escalation di conflittualità, la presenza di gravi minacce, la sensazione di paura da parte della vittima, sono alcuni tra i più tipici indicatori da tenere presenti nel corso di un intervento e che dovrebbero guidarci nella definizione di un adeguato piano di protezione.
    La valutazione ciclica del rischio di recidiva è un’operazione dinamica e non statica e deve rappresentare un patrimonio comune dell’equipe per riflettere insieme sul caso e procedere con le opportune ridefinizioni dell’intervento.

  • 8. Coinvolgere gli autori di violenza è un’azione necessaria per contrastare la violenza, perché il problema della violenza contro le donne implica necessariamente un lavoro di responsabilizzazione e recupero degli uomini che la violenza la agiscono.
    Il lavoro con l’autore è spesso richiesto dalle stesse donne, che indicano come un intervento qualificato a favore dell’autore di maltrattamenti sia una delle strategie più efficaci nel loro percorso di uscita dalla violenza (2).
    A fianco del supporto delle vittime, il lavoro con gli autori rappresenta dunque un tassello fondamentale nelle azioni di rete e si avvale di apposite linee guida metodologiche funzionali ad adottare pratiche efficaci, riconosciute dalla letteratura internazionale e che condividono come principale finalità la protezione della vittima.

  • 9. L’autore di violenza va motivato al cambiamento attraverso un approccio focalizzato, non giudicante e al contempo fermo nel contrastare ogni forma di comportamento abusivo in una prospettiva di assunzione di responsabilità.
    L’intervento di recupero dell’uomo maltrattante non è dunque un sostegno generico alla persona e non va confuso con i tradizionali modelli di intervento psicosociale a disposizione del/della professionista della relazione di aiuto; piuttosto, è un trattamento specialistico che richiede un particolare percorso formativo e che deve essere saldamente inserito nella rete dei servizi presenti sul territorio.

  • 10. La letteratura ci indica che molti uomini che si rivolgono a centri di trattamento per apprendere modelli di comportamento alternativi sono già ampiamente fruitori dei servizi di salute mentale, servizi tossicodipendenze, servizio sociale, etc (3) ; ciò significa che dobbiamo lavorare per far emergere sempre di più il maltrattamento nei luoghi in cui si presenta ancora prima che nei centri specializzati per il trattamento degli autori.
    Una corretta gestione delle modalità di invio da parte degli operatori/operatrici di “prima linea” (cfr. al proposito il materiale disponibile del progetto Europeo Engage) rappresenta dunque un’importante strategia di prevenzione per far emergere il fenomeno e motivare gli uomini al cambiamento.
  1. Kelly & Johnson (2008), Differentiation Among Types of Intimate Partner Violence: Research Update and Implications for Interventions. in “Family Court Review”, 46, 476-499, 2008;
  2. European Union Agency for Fundamental Rights (FRA). Violence against women – an EU-wide survey: Main results report. Publications Office of the European Union, Luxembourg 2014.
  3. M. Hester, N. Westmarland, G. Gangoli (2006). Domestic Violence Perpetrators: Identifying Needs to Inform Early Intervention. Bristol: University of Bristol in association with the Nortern Rock Foundation and the Home Office

Image credit: Merlin Lightpainting da Pixabay

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