La giusta ingiustizia

La giusta ingiustizia

di Anna Paola Lacatena (Sociologa c/o Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA)

Si può dire, con una punta di cinismo, che la nostra pace mentale, la nostra riconciliazione con la vita e quel po’ di felicità che possiamo trarre dalla vita con cui ci siamo riconciliati dipendono psicologicamente dall’infelicità e dalla miseria dei poveri emarginati. E quanto più miserabile e infelice è la loro sorte, tanto meno miserabili ci sentiamo noi.

(Z. Bauman, “La società individualizzata”, Il Mulino, Bologna, 2001, p.102)

È sconcertante pensare quanto sempre più vera e reale sia questa affermazione e quanto nel tempo sia cresciuto l’ingannevole e ingiusto bisogno che ha affossato non solo la possibilità ma la prospettiva stessa di una percepibile solidarietà.
Le paure che ci assillano sono legate ad una percezione di insufficiente e mai veramente bastante benessere.

Temiamo le opportunità degli altri come se rappresentassero per noi solo rischi.

Condanniamo quanto per i cosiddetti ultimi viene proposto dal sistema del welfare e dell’assistenza come se fosse qualcosa che viene tolto ai più.
Fa quasi invidia un sussidio perché percepito come più sicuro di ciò che, giorno dopo giorno, la società della prestazione e dei consumi impone di raggiungere per quanti non appartengono agli scarti.

Per chi è ai vertici della piramide sociale investire sui margini è un investimento a perdere e, dunque, sprecato.
Per chi occupa una sorta di area media, ossia quella della redditività, del calcolo dei costi-benefici, delle leggi di un liberismo esasperato, questa assurgerebbe a legittimazione di un’esclusione che non è dell’escluso ma dell’escludente.
Chi è fermo alla base non sembra godere di particolare credibilità quando prova a rendere partecipi gli altri delle proprie difficoltà.

L’uno contro l’altro: dove non posso arrivare, dove non vorrei essere, dove potrei ritrovarmi per qualche mal rovescio della sorte.
Guardare a chi sta peggio è pericoloso, è una minaccia rispetto alla serenità vissuta come precaria.
Se solo riuscissimo a capire che quella precarietà è conseguenza dell’assenza del solo fondamento davvero imprescindibile alla sua stabilità: l’attenzione nei confronti dell’Altro.

Per ripristinare la razionalità, quando abbandona il campo, lasciando da sola un’etica già fragile e vulnerabile, andrebbero fatte tacere le spinte esclusivamente orientate agli aspetti economici e (dis)organizzativi, privilegiando altresì, con sollecitudine, la solidarietà e la compassione.

Non è in gioco l’ordine sociale, quanto la tenuta morale dell’intera società già piuttosto malferma.

In estrema sintesi: la povertà degli altri è un fattore di compensazione, fondamentale per chi ha una vita più regolare, determinante per l’ordine esistente:

La sua importanza consiste nel controbilanciare gli effetti altrimenti repellenti e rivoltanti della vita che il consumatore conduce all’ombra di una perpetua incertezza. Quanto più i poveri del mondo e quelli della strada accanto appaiono indigenti e disumanizzati, tanto meglio svolgono quel ruolo drammatico di cui non hanno scritto il copione e per il quale non hanno sostenuto il provino.”
(Ibidem, p.149)

Nella scena finale del film “Rocco e i suoi fratelli” (Luchino Visconti, 1960), uno dei personaggi, ricordando, gli insegnamenti del capomastro conosciuto da bambino, dice che affinché una famiglia possa crescere forte, è necessario che qualcuno venga sacrificato.
Peccato che quella stabilità, fondata sul sacrificio, non sia né solida né giusta.

Image credit: Björn Schrempp da Pixabay

di Anna Paola Lacatena su Ora Legale NEWS

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