Le parole e le cose

Le parole e le cose

di Massimo Corrado Di Florio

In un ben poco conosciuto film coreano, il protagonista -un altissimo dignitario della corte del re Jeongjo– è costretto all’esilio su un’isola povera e dimenticata da dio e dagli uomini. Siamo agli inizi del 1800 in una Corea che comunque avverte gli echi della “civile” cultura occidentale.

A parte il bianco e nero (splendido), a parte i sottotitoli (la lingua coreana è davvero indecifrabile), la storia è avvincente. Si snoda attraverso le plurime contraddizioni di una società post medievale dell’estremo oriente in cui le differenze di censo, di cultura o di genere sottolineano la greve andatura della mancanza dei colori (abilità indiscussa del regista Lee Joon-ik).

In questo contesto, la apparente rudezza dell’ordito si ammorbidisce grazie alle melodiose parole coreane recitate dagli interpreti. Un canto, un’armonia delle frasi e delle cose descritte dalle parole. Stupefacente immagine di una realtà a noi -frettolosi occidentali vittime della nostra stessa frenesia- del tutto ignota.

Il protagonista, un appassionato curioso della vita, degli uomini e delle cose, decide di studiare ciò che popola il mare che lo circonda: i pesci. Uno studio molto particolare poiché finalizzato ad attribuire un nome a questi animali. un nome per ogni cosa, una parola che esprima la migliore descrizione di cose vive.

Stupefacente esempio dell’indissolubile rapporto che lega una parola ad una realtà. Parola e realtà legate da un vincolo fortissimo: la necessità della comprensione fra gli esseri umani.

La poesia del racconto filmico, infine, rapisce lo spettatore. “Il giusto carattere cinese per questo…quale potrebbe essere...” (domanda il funzionario al giovane pescatore che lo sta aiutando in questo gioco/lavoro di studio). Il pesce appena pescato possiede degli occhi sporgenti “pazzeschi”. Con la combinazione delle parole convesso (Chol) e occhio (Mok) il dignitario esiliato finisce con il “creare” il nome dell’animale. Mirabolante esempio della nascita di una parola scelta per una e una sola cosa.

In The Book of Fish assistiamo alla nascita, anzi, alla rinascita di ciò che, pur venuto ad esistenza, è ancora privo di una identità utile per noi uomini. La parola che comunica -e ci comunica- si sposa per sempre con le cose e, assai democraticamente, accetta di cambiare, modificarsi, quasi modellarsi per noi.

E così, anche se una “pietra” resterà pietra per sempre, in questo sempre lei sopporterà che qualcuno un giorno possa attribuirle un nome diverso. D’altronde chi mai le dirà che siamo soltanto noi uomini a desiderare di cambiarle il nome.

In un mondo per lo più popolato dalle c.d. non-cose, frutto della impressionante messe di informazioni che ci cascano letteralmente addosso, la stabile lentezza del tempo che riunisce una parola ad una cosa è una preziosità da non lasciarci più sfuggire.

Il mondo è costituito da cose in forma di oggetti“….e “le cose non ci spiano. Ecco perché abbiamo fiducia in esse” (Byung-Chul Han “Le Non Cose”. Einaudi).
Le non cose invece, cioè tutta quella roba digitale che ci allontana dalla realtà, da un lato ci informano (bene o male non è importante), dall’altro spiano la nostra bulimia di informazioni.
Per le tante non-cose, tante, tantissime non-parole. Tutte impalpabili, mutabili, liquide, per nulla sedimentate. Con esse, l’intera realtà si dissolve.

Credits: Arek Socha da Pixabay

Di Massimo Corrado Di Florio, su Ora Legale News

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