Rinascita

Rinascita

di Tiziana Nuzzo (Avvocata)

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito
William Shakespeare, Romeo e Giulietta

Li ho incontrati entrambi, ieri, l’uno nella vita dell’altro, l’uno nella storia dell’altro.
Ex camorrista ed ex detenuto da una parte. Attore e scrittore, dall’altra.
A volte l’arte, se le concedi la possibilità, se le regali fiducia, ti entra dentro come una spada e trafigge alla cieca un po’ tutti i tuoi mostri, lasciandoti libero. Nudo. Finalmente.
E piccolo, e sgomento di fronte alla bellezza.
Liquido, ormai senza corpo, scorri tra le pagine dei libri che leggi, tra le rime di una poesia, le note di una melodia, i petali dei fiori che spuntano dal letame, come cantava De André.
Così, rinasci. Non “nuovo”, ma “di nuovo”.
Come Salvatore Striano.
Il fatto è che ci vorrebbero carceri più simili alle scuole e scuole meno simili ai carceri”, inizia così.
Narra la sua rinascita, Salvatore, il riscatto da un destino che sembrava segnato per sempre.

È un attimo.

Mi ritrovo catapultata, quasi sbattuta dentro le alte, spesse mura del carcere.
Sento il rumore dei cancelli, il lamento delle chiavi nelle toppe di ferro, le sbarre percosse dalle mani, l’eco dei passi negli interminabili corridoi, la fredda luce del neon sparata in faccia e quell’odore acre, misto a sugo varichina e sudore.
E qui i miei ricordi umani e di avvocati si intrecciano al racconto di Salvatore, in una spirale che toglie il respiro.
Tutto torna galla, di nuovo, come la merda dalle fogne dopo la pioggia.

Parla, Salvatore, senza fermarsi.
Del suo libro, “La tempesta di Sasà“, della sua vita, dei film che ha interpretato.
È la prima cosa che vuole un ex detenuto che ha contato i metri quadri della cella coi suoi passi mille e mille volte, girando in tondo, come un criceto nella ruota: non fermarsi.
Ha fame d’aria ma non conta le parole, te le vomita addosso e sono sassi.

E racconta di Shakespeare, conosciuto in quella piccola scatola chiamata cella, del teatro che insegna a confrontarsi coi sentimenti perfino a chi non sa di averne, di sentimenti.
Del teatro che salva e redime, che insegna, guida, consola, cura, sana, di chi finalmente fa i conti con sé stesso, impara a scendere dal piedistallo e a lasciarsi guidare.
Perché chi delinque, chi ha la guerra in testa ci sale, eccome se ci sale, sul piedistallo. Gonfia il suo petto, acquista potere e al potere poi non sa più rinunciare.

Racconta degli sguardi dei compagni di cella, freddi, taglienti, ad ogni suo rientro dopo le lezioni di teatro, perché in carcere funziona così.
Se il progetto riabilitativo c’è, non è però per tutti, non possono farne parte tutti, e se tu sei fortunato c’è chi invece rimane appeso.
Dietro e su quelle sbarre.
Penzolante come un cadavere sulla forca.

Ma. C’è sempre un ma che fa capolino, prima o poi, nella vita di ognuno di noi.
Ma poi scopre il suo volto nei personaggi delle tragedie di Shakespeare.
Uomini che iniziano a grattare la sua anima, poco a poco, fino a sbriciolarla, come topi dai denti aguzzi che sbriciolano muri, famelici e alacri, per crearsi un varco.
E alla fine lo creano davvero, il varco.
E lui ci passa, dentro, lascia dietro il buio, l’umidità, la puzza, la folla, le urla, le mani, le catene, le guerre, il sangue la strada, l’angoscia, la solitudine, la notte lunghissima, i giorni tutti uguali che non passano mai, la fame di tutto, di luce, di libertà, d’amore.
Quell’amore negato dietro le sbarre, perché un detenuto l’amore non lo può fare.
E si ritrova libero, con una pelle nuova, quasi un serpente ma senza veleno denti e sonagli.

Ed è a terra e qui striscia, con una nuova, oscura paura.

La paura di essere schiacciato, la paura di cosa fare là fuori, nel mondo che lo ritrova nudo, senza foderi e armi, senza difese, ora che rubare spacciare ammazzare non ha più senso, dà la nausea, come la camorra, la vita da strada, fatta di sangue e di fughe, di denti pistole e coltelli.

Neanche mia moglie mi riconosceva più, Shakespeare e il teatro mi avevano così cambiato che di me era rimasto solo il nome, neanche più il volto”.
Continua Salvatore, racconta dell’insperato bacio della fortuna sulla sua fronte, dell’incontro coi grandi registi, delle vite spezzate raccontate sul set, dove lui interpreta l’uomo che è stato.
De “I milionari”, splendido, potente, unico film diretto da Alessandro Piva, di chi vive da piraña e da piraña miseramente muore.
Ucciso non dal ferro come si dice in gergo, ma dalla mancanza di pietà, di umanità, di bellezza e di amore.

Porta questo oggi al pubblico e nelle scuole, Salvatore.

La storia di chi ha paura di cadere e di non riuscire ad alzarsi. La storia di chi cade e ce la fa.
La storia di chi si lascia alle spalle il deserto e il vuoto e ora corre in verdi praterie. Libero. Nudo.
Con un libro sotto il braccio e il sole nel cuore.
Non ce l’ho fatta. Mi sono avvicinata, spinta da una incontenibile molla.
L’ho guardato negli occhi, gli ho stretto la mano, gli ho raccontato dei miei 20 anni trascorsi tra carceri, detenuti, condannati in via definitiva, morti ammazzati, suicidi, corpi crivellati, massacrati poi nascosti, buttati, sciolti nell’acido, dimenticati, dei loro racconti e di quei pentimenti mai arrivati.
E di quante volte ho sperato di ascoltare parole intrise non di sangue ma di pentimento, di quante volte ho sperato nelle tempeste che lavassero via tra tuoni e saette il nero dall’anima, lasciandola sgocciolare limpida e chiara su un prato verde. Invece no.
E poi. Poi stasera, qui, la speranza. E quel balzo indietro nel tempo fa meno male.
Mi ha regalato un “grazie” che mi è esploso dentro, un sorriso grande, aperto, franco.
E ora che farai?
Risposta facile: leggo Shakespeare.

Credits: Linda Tegg – Grasslands Repair

Di Tiziana Nuzzo, su Ora Legale News

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