JOKER anaffettività da ridere
E va bene. L’imprinting famigliare è tutto. E, così, s’è fatto un film celebrativo della giustificazione che giustifica la giustificazione della giustificazione della giustificazione. E via andare. Delusioni, frustrazioni, rancori, mazzate di qua e di là. Mamma cattiva ma lo si scopre alla fine, o quasi. Nel frattempo, quello, mi diventa sempre più cattivo. In realtà, nemmeno lui sa di esserlo. Poi, arriva la fine. Un tripudio di cattiverie, in parte annunciate. Ecco l’antieroe che, finalmente esce dal bozzolo. È nato. Sul cofano di una macchina incidentata si illumina di immenso. Uff, che noia. Durante tutto il film si dà fiato agli ottoni (essì, è la colonna sonora). Suoni grevi che sottolineano il male che cresce come fosse una bella pasta lievitata. Sorpresona! Non è un babà. È Joker. Il multiproblematico anaffettivo. Siamo davvero circondati dalla banalità. Per carità, ottima e insuperabile interpretazione del grande Joaquin Phoenix . Tutto qui. Tutto giustificato. Nella filigrana della trama si intravede la nascita dell’altro futuro multiproblematico (Batman). La esaltazione della ricerca del perché, della causa causata, fino alla sorgente più remota del comportamento umano. Fin dove si arriva? Boh? L’uomo scimmia che decise di scendere dai rami di un albero? Chissà perché lo fece. Patologiche risate immotivate. Un po’ come oggi. Quiz finale: chi ha un perenne sorriso stampato sulla faccia? Un aiutino? È un politico.
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