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Una storia dei debiti

di Enzo Varricchio

Siamo debitori e non proprietari di ciò che abbiamo perché siamo, prima di tutto, debitori di ciò che siamo”.
Francesco Carnelutti

Ci vorrebbe una storia dei debiti, del debito pubblico e di quello privato; sarebbe un prezioso complemento alla storia dei popoli e delle società perché un mutuo o un fallimento sono momenti importanti nella vita di persone, famiglie e aziende.

Il debito pubblico, ovvero il modo in cui lo Stato finanzia il disavanzo del suo bilancio, nacque nelle repubbliche marinare italiane e nella Firenze di Giotto e Cimabue, con la bancarotta nel 1339 di Edoardo III, re di Inghilterra, con le bancarotte spagnole (1557-1647) poi francesi; da allora il problema ha attraversato e attraversa le epoche senza soluzioni di continuità, offrendo un interessante campionario di possibilità che i nostri governanti odierni dovrebbero approfondire.

La storia del debito privato verso lo Stato ha una storia ancora più antica che può datarsi dal regno di Hammurabi a Babilonia (nell’attuale Iraq), che ebbe inizio nel 1792 avanti Cristo e durò 42 anni. Hammurabi, come altri governanti delle città-Stato della Mesopotamia, proclamò in varie occasioni un annullamento generale dei debiti dei cittadini verso i poteri pubblici, i loro alti funzionari e dignitari, una sorta di “condono fiscale” ante litteram.
L’attenzione di questo illuminato sovrano per gli strati più svantaggiati della popolazione emerge dall’epilogo del cosiddetto Codice a lui attribuito (1762 a.C.?): “il potente non può opprimere il debole, la giustizia deve proteggere la vedova e l’orfano (…) al fine di rendere giustizia agli oppressi”.

Platone nel Fedone racconta che le ultime parole del suo maestro Socrate furono: “Critone, devo un gallo ad Asclepio; ricordati di saldare il debito per me”. Poi spirò. Era un testamento etico che alludeva alla pace stoica del moribondo, alla serenità di chi chiude in parità i conti con la vita, senza malanimi né rimpianti.

La prospettiva cambia radicalmente nel Vangelo di Luca (Capitolo 7, Versetti 41,43) che narra la storia dei due debitori: “E Gesù gli disse: “Un creditore aveva due debitori; l’uno gli doveva cinquecento denari e l’altro cinquanta. Non avendo essi di che pagare, egli condonò il debito ad entrambi. Secondo te, chi di loro lo amerà di più?”. E Simone, rispondendo, disse: “Suppongo sia colui, al quale egli ha condonato di più”. E Gesù gli disse: “Hai giudicato giustamente”.
Davanti a Dio, chi più e chi meno, si è tutti debitori in quanto peccatori ma il Dio dei Cristiani accoglie e perdona le anime di coloro che siano sinceramente pentiti a prescindere dalla tipologia di peccati. Anzi, tanto più grande è il peccato, tanto più doloroso sarà il pentimento per averlo commesso, e dunque maggiore la ricompensa per l’espiazione compiuta, come nell’episodio evangelico citato.

Un capitolo a parte nella storia dei debiti meriterebbe il sistema delle espiazioni e delle sanzioni comminate ai cattivi pagatori, sovente caratterizzate dalla sottoposizione al pubblico ludibrio, al precipuo scopo di togliere al condannato la fede pubblica, la fiducia dei pari, onde evitare che in futuro possa raggirarla.

Sia nell’antica Roma che in epoca medievale i debitori insolventi subivano torture e privazioni della libertà – venivano legati e venduti trans tiberim -, se non la condanna a morte. Salvo che cedessero tutti i loro beni ai creditori, come nella procedura prevista dalla Lex Iulia de cessione bonorum del 7 a.C.

Alle procedure debitorie fanno riferimento le Consuetudines barenses (XII – XIII sec. d.C.) di Sparano da Bari, una raccolta di norme di tipo consuetudinario in uso nella città medievale.

Nella Firenze medievale i malpagatori venivano raffigurati nella “pittura infamante”, una specie di foto segnaletica fatta però con la tecnica dell’affresco.

L’espressione “restare in mutande”, a proposito di coloro che si indebitano troppo, deriva da una cerimonia nel corso della quale i debitori e truffatori impenitenti venivano trascinati in piazza con le sole braghe di tela e fatti sedere su pietre o sedili della vergogna (quali la Pietra Ringadora a Modena o la Pietra del Vituperio a Padova), su cui dovevano battere, sedendosi, tre volte le natiche, pronunciando ad ogni seduta la frase «cedo bonis», ossia “rinuncio a tutti i miei beni” (sottinteso “in favore dei creditori”).

A Pescocostanzo, in Abruzzo, ai piedi della scalinata che conduce a Santa Maria del Colle, si trova una di queste “pietre”, di forma cilindrica; nella vicina Tagliacozzo la “pietra” in piazza Obelisco era chiamata “pilozzo” ed era un sedile in pietra con un foro al centro.

Ad analoga funzione doveva assolvere la cosiddetta “colonna della giustizia” o “colonna infame”, visibile a Bari nella Piazza Mercantile, forse risalente al 1546, quando il viceré Pedro di Toledo emanò una sanzione di condanna della disumana pena della gogna, offrendo al reo per sgabello la groppa del leone accovacciato alla base della colonna. La fiera sulla quale doveva sedersi il reo confesso tiene fra le zampe lo scudo della città e sul collare incise le parole “custos iusticiae”, a sancire l’ufficialità della messinscena.
L’usanza fu in seguito abbandonata in onore del patrono barese San Nicola, per “non avere sott’occhi patiboli di malfattori ed esecuzioni di sangue, sconvenienti al venerato santuario, cui traevano le genti devote di tutte le nazioni”.

Tanto tempo è trascorso ma anche ai tempi dell’attuale crisi economica per chi non riesce a pagare i debiti si è troppo spesso profilato il baratro del suicidio o comunque della rovina personale e familiare, con situazioni limite cui l’attuale legislazione e la sua applicazione stanno cercando di porre rimedio.

PH credit: James Nizam “Visible Horizon” (2015), lightjet print, print dimensions variable

http://www.enzovarricchio.it

Dello stesso autore su Ora Legale News
https://www.oralegalenews.it/?s=Enzo+Varricchio

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