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Prima le donne – La liturgia dell’imbroglio e la messinscena della promessa sempiterna.

Il lavoro delle donne giace in fondo al mare. Le belle parole restano soltanto delle belle parole e, in pratica, il vincolo “sacrificale” dell’appartenenza al genere le tiene molto ben ancorate sul fondo. La nave sta affondando, i piani sono completamente inclinati ma, in fin dei conti, si continua a fare i conti con la loro sudditanza, se così posso dire.
È un fatto acclarato che in Italia le donne, più titolate degli uomini (in quanto laureate) giungano ai vertici delle posizioni lavorative in misura percentualmente inferiore rispetto ai colleghi uomini. Insomma, pur studiando più degli uomini, laureandosi di più e investendo maggiormente nella formazione post laurea, lavorano meno e guadagnano meno.
il 69,4% delle donne italiane tra i 25 e i 64 anni possiede almeno un diploma, contro il 64% degli uomini. Ancora più marcato il vantaggio nell’istruzione universitaria: quasi il 26% delle donne possiede una laurea o un titolo post-laurea, contro il 18,7% degli uomini. Eppure questo maggiore investimento nella formazione non si traduce in un vantaggio sul mercato del lavoro (Simona Ballabio, ricercatrice dell’Istat).
Nonostante ciò, ad oggi, non si registrano proporzionali vantaggi nel mondo del lavoro come se il mondo del lavoro delle donne fosse una sorta di orpello sociale mal tollerato. Dio, Patria e Famiglia non sono forse concetti più che sufficienti per confortare e compensare le disparità?
Gli articoli 3 e 37 della nostra Costituzione, che sanciscono sia il principio di uguaglianza formale e sostanziale, sia pure la parità di diritti e retribuzione per la donna lavoratrice, stentano a decollare. Non è una novità.
Molte donne laureate e con ulteriori titoli acquisiti successivamente non riescono a collocarsi utilmente nell’ambito delle loro specifiche discipline. Il relativo tasso di occupazione, se rapportato a quello maschile, è enormemente più basso. È verosimile ipotizzare che perfino l’I.A. sia pensata al maschile.
La c.d. forbice si è talmente tanto stabilizzata in senso negativo per le donne che perfino l’apparente dato positivo fornito dal mondo delle professioni non riesce in alcun modo a scalfire l’impianto negativo di cui si discute. In questo ambito, infatti, le donne più giovani (peraltro molto più preparate dei giovani uomini) mostrano divari leggermente inferiori rispetto agli uomini, ma solo perché la complessiva distribuzione dei redditi femminili rimane più bassa e compressa (Ludovica Zichichi, ricercatrice dell’Osservatorio di Confprofessioni). Il dato è davvero sconfortante.
E che dire del lavoro femminile nel settore della grande distribuzione? La Filcams Cgil denuncia, dati alla mano, che la c.d. flessibilità ha letteralmente trasformato il part-time alimentando sia il precariato che gli stipendi bassi. Ovviamente le donne pagano il prezzo più alto e sono costrette a “scegliere” di essere pagate meno. In buona sostanza, <<…la deregolamentazione degli orari (così commenta il segretario locale della Filcams Cgil, Nicolas Pezzè) non ha portato ad una crescita della qualità del lavoro, ma a salari ridotti che non consentono un reddito adeguato e legano le lavoratrici a una disponibilità continua per far fronte ai propri bisogni primari…>>
D’altronde, come efficacemente evidenziato nel Focus n. 5/2026 -Il benessere e la sostenibilità per genere nel mondo del lavoro pugliese Sezione Statistica della Regione Puglia-, <<…in Puglia, il tasso di occupazione (20-64 anni) registra un andamento crescente nel periodo 2018-2024 per entrambi i generi, raggiungendo il 70,3% per i maschi e il 40,5% per le femmine. Ciononostante, il divario di genere si conferma rilevante, attestandosi a 29,8 punti percentuali nel 2024. Contestualmente, il tasso di mancata partecipazione al lavoro evidenzia un significativo ridimensionamento, scendendo per le donne dal 38,7% del 2018 al 27,9% del 2024, pur mantenendosi su livelli superiori alla media nazionale (15,9%) e al dato maschile regionale (17,2%)…>>.
E, ancora, a proposito della <<Qualità e stabilità dell’occupazione: l’analisi della qualità del lavoro evidenzia marcate asimmetrie di genere. In Puglia, l’incidenza del part-time involontario colpisce prevalentemente la componente femminile (17,2% nel 2024 rispetto al 5,8% maschile), così come il fenomeno della sovraistruzione, che nel 2023 coinvolge il 29,8% delle occupate contro il 24,3% degli occupati. Sul fronte della precarietà prolungata, la quota di occupati in lavori a termine da almeno 5 anni sale nel 2024 al 29,9% per le donne e al 29,4% per gli uomini, mentre i tassi di transizione da lavori instabili a stabili mostrano un ridimensionamento complessivo.>>
Ora, come ebbi modo di riportare e scrivere qualche tempo addietro, la percezione di una diversità costituisce il primo passo per la constatazione della mancanza di equità. La medesima constatazione pone il problema dell’inclusione.
Non appartengo a certo diffuso bigottismo negazionista figlio di un ideale e inesistente mondo perfetto ma, un po’ come l’ambivalente (e divisivo) concetto di tolleranza che presuppone in ogni caso una sia pur vaga forma di esclusione, non posso non considerare come la c.d. valorizzazione delle peculiarità di ogni individuo possa rappresentare un valido e effettivo momento di superamento delle diversità.
Però
Come ha scritto qualcuno “Il mondo non è un luogo giusto” (Vittorio Pelligra, ilsole24ore, 23 agosto 2020 –https://www.ilsole24ore.com/art/la-ricerca-senso-reazione-e-adattamento-all-ingiustizia-AD18Tdk -)
“Siamo tutti uguali: siamo simili nelle nostre sofferenze e nelle nostre incoerenze, perché siamo imperfetti e ci esauriamo nel tentativo di nasconderlo. Questi sforzi ci assorbono completamente: vogliamo convincerci di non avere più spazio per gli altri. Crediamo che la maschera ci protegga quando invece ci isola: dimentichiamo che i nostri fallimenti ci avvicinano più dei nostri successi” (Charles Pépin “filosofia dell’incontro”, pag. 157).
A ricordarci che il mondo è un luogo ingiusto, è la Genesi ( 1° libro della Bibbia). Quando il Padreterno decide di scacciare dall’Eden Adamo e Eva (protomartiri della disobbedienza), con distruttiva volontà provvedimentale assegna alla donna il dolore del parto e all’uomo la dolorosa fatica del lavoro. A ben vedere, la diversità è già tracciata e, con essa, anche l’attribuzione della responsabilità della disobbedienza ad uno solo dei due. E quindi, la donna, a casa a far la calza e a partorire dolorosamente, l’uomo (deresponsabilizzato rispetto alla consumazione del frutto proibito) fuori a lavorare e a portare il pane a casa.
Al di là delle fin troppo facili battute, ancora oggi le donne, quasi dappertutto, quando e se lavorano, guadagnano meno dell’uomo e, sempre quasi dappertutto, presiedono e attendono alla cura della prole. Insomma, la diversità, pur con tutti i modernissimi correttivi adottati dai più ispirati legislatori planetari, continua a sovralimentare la iniquità e l’esclusione.
La disparità salariale è un fatto che nemmeno può dirsi antigiuridico in senso stretto. È, molto più semplicemente, un fatto di inciviltà.
Ci si sta davvero stretti in questo mondo ingiusto.
Uno spunto risolutivo lo si può intravedere, forse, nell’insegnamento costante, mai occasionale e puntiforme, della Cultura. La spinta verso la Cultura, assai verosimilmente, abbatterebbe ogni baluardo di quella odiosa eccezionalità che, in quanto tale, ci ha abituati, sempre e da sempre, ad una visione parziale delle cose. E così, la miopia imperante rende il mondo ingiusto. Indagare minuziosamente su se stessi, per dirla con Eraclito, può servire a renderci più uguali.
Intanto, però, la nave è quasi completamente inclinata.
Mi pare di riconoscere una fine che si ricongiunge con l’inizio un po’ come in Fiori per Algernon (Flowers for Algernon – 1959 Daniel Keyes).
Un esperimento non del tutto riuscito.

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