Parità di genere in Avvocatura

Parità di genere in Avvocatura

di Rosanna Rovere (Avvocata in Pordenone – Componente dell’Organismo Congressuale Forense)

L’avvocatura è lo specchio della società attuale nella quale le donne hanno superato numericamente gli uomini ma guadagnano meno e contano ancora poco nelle istituzioni.
In Italia infatti, nonostante le conquiste ottenute, le donne rappresentano la maggioranza numerica ma scontano ancora una segregazione orizzontale e verticale.

Segregazione orizzontale

Le donne italiane lavorano di meno rispetto agli uomini: una donna su due non lavora.
La media europea è del 68% e solo la Grecia è messa peggio di noi.
È un dato reso ancora più drammatico dalla cifra del 25% di ragazze con meno di 30 anni inattive ovvero che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione.

La pandemia ha aggravato la situazione in quanto gran parte della perdita dei posti di lavoro si è verificata nei servizi, nell’assistenza e in genere nei lavori meno remunerati ove la presenza femminile è preponderante.
7 posti su 10 di lavoro persi durante la crisi pandemica erano di donne tant’è che è stato coniato, per rappresentare il fenomeno, il termine shecession, ovvero la recessione declinata al femminile.
Durante la pandemia le donne sono diventate vere e propri ammortizzatori sociali di un Paese che non sa investire in servizi, dagli asili nido all’assistenza per gli anziani.

Le donne italiane inoltre non solo lavorano meno degli uomini ma guadagnano anche circa il 15% in meno.
In termini salariali l’Italia è al 79° posto nel mondo su 153 paesi e ci vorranno almeno altri 140 anni per colmare il divario reddituale.
Le cause sono molteplici, culturali ed endemiche e vanno dall’ineguale divisione del lavoro domestico e di cura (nel 70% dei casi ad occuparsi della famiglia è la donna), alla segregazione formativa, per cui le donne scelgono prevalentemente di laurearsi nelle materie umanistiche invece che scientifiche, alla segregazione occupazionale per cui da un lato le donne si occupano preferibilmente nei servizi e dall’altro le aziende preferiscono non assumere donne in età fertile.

Il divario reddituale è ancora più accentuato nel settore delle libere professioni, nel quale secondo i dati dell’ADEPP, il gender pay gap riferito al reddito medio annuo da lavoro autonomo tocca il 45%.

Una possibile spiegazione rispetto a questa differenza con il lavoro subordinato privato è legata al fatto che i minimi retributivi fissati dalla contrattazione collettiva hanno confinato la disparità di trattamento alla sola parte variabile della retribuzione mentre gli interventi normativi di regolamentazione delle tariffe professionali hanno contribuito ad abbassare la soglia minima dei redditi da lavoro autonomo.

Non va meglio in Avvocatura, anzi.

Le avvocate numericamente sono quasi la maggioranza (rapporto CENSIS 2022) e nella fascia d’età under 50 hanno già sorpassato gli uomini ma scontano anch’esse un considerevole gap a livello reddituale e istituzionale.
Per quanto concerne il Gender Pay Gap, cioè la segregazione orizzontale, anche le avvocate vengono pagate meno dei loro colleghi maschi (circa il 65% ovvero € 30.000 in meno in valore assoluto) e il divario reddituale è pressoché omogeneo in tutta Italia, senza distinzione tra Nord e Sud.

Le cause sono molteplici e mi limiterò ad elencarne qualcuna.

  • Sono molto poche le donne titolari di studi, la maggior parte delle avvocate lavora in regime di monocommittenza, al servizio di altri;
  • Le donne si dedicano a settori meno remunerativi del diritto. In generale vengono considerate più idonee a gestire controversie tra persone anziché affari (diritto societario – bancario);
  • Le donne scontano una maggiore difficoltà e qualche imbarazzo nel farsi pagare ed in generale hanno scarsa considerazione per il lavoro che svolgono;
  • Le donne faticano a conciliare la professione con la vita familiare, quindi hanno meno tempo da dedicare ed investire su sé stesse;
  • Le donne sono più disponibili all’ascolto ma anche il tempo è denaro, per cui è giusto percepire un compenso anche per il tempo che si dedica all’ascolto.

La situazione si è aggravata in seguito alla pandemia che ha provocato da un lato un abbattimento dei redditi (il 65% degli avvocati italiani ha fatto ricorso al sostegno di € 600 mensili erogato da Cassa Forense) e dall’altro lato una vera e propria fuga dalla professione soprattutto al femminile.
Con i fondi del Recovery Plan si sono aperte molte procedure concorsuali nella Pubblica Amministrazione e molte colleghe hanno scelto di abbandonare la professione verso un porto più sicuro rappresentato dal posto fisso nell’impiego pubblico.
Il fenomeno rappresenta indubbiamente un problema non più procrastinabile che dovrà essere affrontato e risolto nel futuro prossimo.
La progressiva femminilizzazione dell’avvocatura avrà infatti un notevole impatto sia sulla sostenibilità della professione che del sistema previdenziale.
Personalmente ritengo che sia finito il tempo delle analisi e che sia necessario progettare azioni positive. Occorre avanzare delle proposte concrete per superare la segregazione orizzontale in avvocatura e fare in modo che la parità non sia più solo un obiettivo da raggiungere ma diventi la normalità.

Lancio alcune idee.

  • 1- Introduzione effettiva a tutti i livelli del principio dell’equo compenso per le prestazioni professionali (non solo con la Pubblica Amministrazione).
    Trattasi di un intervento che deve premiare la quantità e qualità del lavoro svolto aldilà di qualsiasi distinzione di genere.
    È necessario però esigerne anche il rispetto perché troppo spesso nella pratica quotidiana tale principio viene violato.
    Personalmente io sono favorevole alla reintroduzione dei minimi tariffari che ritengo necessaria per combattere la concorrenza (mantenere uno studio ha dei costi).
  • 2- Introduzione di sistemi effettivi di welfare attivo per le avvocate, con uno sforzo che deve andare ben oltre l’introduzione di bonus per l’acquisto di beni e servizi per l’infanzia. (asili nido in Tribunale-voucher baby sitter)
  • 3- Stipula di protocolli d’intesa con ABI per consentire l’accesso a crediti agevolati per l’organizzazione e la digitalizzazione dello studio.
  • 4- Strumenti di supporto per l’attivazione di società tra professionisti e reti di professioniste come sostegno all’attività in coincidenza di situazioni di difficoltà dovute a periodi di congedo di maternità o altre circostanze che richiedano un temporaneo allontanamento dalla professione per favorire la possibilità di riprendere in modo efficace i propri incarichi professionali.
  • 5- Introduzione di ammortizzatori sociali quali la CIG o l’ISCRO
  • 6- Introduzione di incentivi per la formazione e per il conseguimento della specializzazione
  • 7- Individuazione di nuove professionalità e nuovi settori di mercato
  • 8- Applicazione effettiva della disciplina del legittimo impedimento (che è stata una conquista molto importante del CNF –con la Presidenza di Andrea Mascherin) ma che di fatto nella prassi quotidiana dei nostri Tribunali non sempre viene rispettata.

La segregazione verticale.

Anche sotto questo profilo la situazione dell’avvocatura non è difforme da quella della società italiana.

Negli ultimi 15 anni l’Italia ha registrato il tasso di crescita più alto d’Europa per quanto riguarda il numero di donne presenti in Parlamento.
Ma è ancora troppo poco.
Attualmente nel Parlamento italiano la percentuale di donne rappresenta il 35,8%, un dato che ci vede al 36° posto nella classifica mondiale.

In 75 anni di storia repubblicana non c’è mai stata una Presidente della Repubblica, né una Presidente del Consiglio donna. Solo il governo Renzi nella composizione della squadra di governo aveva attuato la parità di genere. Le donne ministro non hanno mai rivestito ruoli nei ministeri economici o finanziari.

Le donne ai vertici sono ancora troppo poche: solo il 25% fra le donne manager ed il 5% fra le CEO.
Va decisamente meglio nelle società a partecipazione pubblica ove grazie alla legge Golfo-Mosca che ha imposto le quote, si registra una rappresentanza femminile -circa il 36%- fra le più alte in Europa.

Nel mondo accademico solo il 23% tra i professori ordinari è donna e si contano 8 rettrici su 84 atenei.

Nello sport le donne primeggiano conquistando trofei e medaglie ma solo da poco le calciatrici hanno acquisito lo status di professioniste.

Anche in avvocatura si registra la segregazione verticale ovvero le colleghe incontrano difficoltà ed ostacoli ad arrivare ai vertici delle istituzioni forensi.
Quest’anno abbiamo gioito perché per la prima volta nella nostra storia abbiamo una Presidente del Consiglio Nazionale Forense, l’Avvocata Maria Masi.
Ma è ancora troppo poco, nonostante la legge professionale N. 247/2012 che ha introdotto il principio della rappresentanza dei generi nelle elezioni dei consigli dell’ordine.
Grazie a questa norma numerose sono le avvocate elette nei Consigli dell’ordine, a volte anche la maggioranza. Ma sono ancora poche quelle che rivestono i ruoli apicali.
Così come sono ancora poche le colleghe ai vertici delle altre istituzioni forensi, Cassa e Organismo Congressuale Forense.

È finito il tempo delle parole ed è arrivato il tempo delle azioni concrete: la parità deve diventare un metodo e non più solo un obiettivo.

La parità di genere è uno dei 17 obiettivi fissati dall’ONU per lo sviluppo sostenibile ed è il focus della Missione n. 5 del PNRR italiano che definisce le linee guida di un sistema di gestione per la parità di genere.
Per realizzare tutto ciò è necessario però un profondo cambiamento culturale e politico che deve partire dal basso e che ci deve vedere tutte e tutti impegnati a rivoluzionare il nostro modo di pensare e di agire a partire dal linguaggio che utilizziamo.
Nominare al femminile ruoli e funzioni rappresenta il primo e fondamentale passo verso il cambiamento culturale nella direzione delle pari opportunità e del riconoscimento e del rispetto delle differenze di genere.

La sorellanza deve diventare un patto etico sociale ed emotivo tra donne.

Dobbiamo imparare a fare squadra a capire che insieme si è più forti, che l’emancipazione è possibile solo creando forti alleanze, trattando le altre donne come sorelle e non come nemiche.

La sorellanza è una rivoluzione che deve partire dall’interno per andare all’esterno.
Dobbiamo fare rete: le più forti, quelle che hanno raggiunto posizioni apicali devono fungere da “ascensore sociale” per le altre e quelle che auspicano a raggiungere posizioni di vertice non le devono criticare o invidiare ma devono sostenerle e aiutarle, per crescere tutte quante assieme.

Le donne, al contrario degli uomini non sono capaci di fare squadra. È il nostro limite, quello che ci impedisce di sfondare il famoso “soffitto di cristallo”.

Gli uomini riconoscono e rispettano il leader, le donne invece non sono capaci di farlo.
Quando una donna raggiunge posizioni apicali scattano l’invidia, la gelosia, la maldicenza (che non a caso sono sentimenti femminili) ed a volte anche il linguaggio d’odio.

D’altro canto molto spesso nelle donne al vertice scatta la sindrome dell’ape regina che preferisce circondarsi di fuchi assertivi anziché di altre api laboriose.

Dobbiamo cambiare questo modo di agire e di pensare e questa rivoluzione può partire senz’altro dall’avvocatura che svolge un ruolo sociale fondamentale di garante e custode dei diritti di tutti i cittadini.

le donne appartengono a tutti i luoghi in cui vengono prese le decisioni… non dovrebbero essere l’eccezione
Ruth Bader Ginsberg

Credits: Hanna Bullen Ryner

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