Pride

Pride

di Tiziana Nuzzo (Avvocata)

Anno 2005. Un inverno come tanti altri o forse no.
In studio da me una famiglia.
Padre, madre, figlia, figlio. Quindici anni appena. Incappato nelle “grinfie” della giustizia perché per lui, in quel tragico momento della sua vita, la giustizia era un animale dalle zampe artigliate da cui fuggire. O da uccidere.
Il processo da lì a poco, non avevo molto tempo per studiare, per capire.
Ma una cosa mi fu subito chiara.
Nessun dialogo tra il giovane e i suoi familiari.
Nessuna comprensione reciproca, nessuna solidarietà.
Tanto astio, invece. Violenza verbale. Cecità.

E siediti come si deve, davanti all’avvocato!

Parte un ceffone, sino ad allora rimasto aggrappato al punto esclamativo di quelle parole pronunciate quasi gridando, dal padre. Un omone con due mani grandi quanto due barche. Pescatore, disse. Onesto, aggiunse.
Mi insospettii. L’onestà non si precisa, non si sottolinea, non si evidenzia. Si dimostra, vivendo. Dunque.

Sino a quando rimarrete qui, nel mio studio, il ragazzo non si tocca. Oppure alzatevi e andate via. Ora.

Funzionò, evidentemente.
Le acque si calmarono ma sotto, lo sapevo, sotto il pelo dell’acqua c’erano mostri pronti a sbranare e sabbie mobili limacciose e piovre dai lunghi tentacoli.
Colpevole.
Colpevole di aver accavallato le gambe in modo femmineo, accattivante.
Era esile, uno scricciolo. Bruno, riccio, quasi scompariva nella grande poltrona. Labbra tumide, appena più pronunciato il labbro inferiore.
Segni di trucco sbavato sotto gli occhi, due grandi, enormi, curiosi occhi neri che ingoiavano tutto, intorno.
Ogni cosa suggeriva femminilità.
Il modo in cui si ravviava i capelli. Il modo di sedersi. Di gesticolare. Di guardarti in faccia.
Era questo che la famiglia non gli perdonava.
Non l’azione criminosa in sé ma quella sua natura nascosta in un corpo maschile.
Nascosta, indecente e sbagliata.

Nei giorni che seguirono ebbi modo di comprendere le assurde dinamiche che si affollavano in questa famiglia: un figlio ritenuto scomodo, improbabile, diverso, un errore insomma.
Della natura o di chissà chi.
Le botte, le porte chiuse a chiave, le grida davanti al vicinato, la vergogna, i divieti, la discriminazione, le punizioni, le minacce, le ritorsioni, la paghetta negata, il motorino sequestrato da una parte.
La solitudine, la paura, lo scherno, le notti insonni, i sogni impossibili, la frustrazione, la provocazione, la rabbia, la voglia di fuga, la ribellione, l’amore negato, dall’altra.
Perdersi era facile, facilissimo.
Così fu.
Un attimo e la giusta via sparì, oltre l’orizzonte.
Ma non era questo a preoccuparmi.
Tutti sbagliamo nella vita e quei quindici anni un peso l’avevano in questa triste storia.
Volevo, dovevo far qual qualcosa per rendere un po’ più forte, meno fragile e indifesa questa creatura. Accadde qualcosa quando rimanemmo soli, io e lei.
Ce ne volle di tempo ma successe, lo facemmo succedere.

Non ho niente di cui vergognarmi, avvoca’.
È un sentimento che provo solo quando di mattina, appena sveglia, ho un’erezione.
Mi ricorda che sono intrappolato in un corpo che non è mio.
A volte ho paura persino di toccarmi. Di lavarmi.
Io sono questa e mio padre mi può pure ammazzare di botte.
Mia madre può continuare a tacere e a vergognarsi di me.
Vestirmi da maschio non servirà.
Io vengo fuori comunque e sono libera.
Anche se mi chiudono a chiave.
Anche se la barba inizia a crescere sul mio mento e le mie gambe si ricoprono di peli.
Anche se.”

Non avevo capito nulla.
Non era fragilità, la sua. Era orgoglio. Fierezza. Dignità.

Domani ci sarà il Bari Pride e io so che il primo messaggio che riceverò sarà il suo.
Siamo amiche da diciassette lunghi anni.
Il processo è ormai un ricordo.
Sfilerà magnificamente, col suo boa di piume rosa intorno al collo, le scarpe dall’improbabile tacco, il vestitino attillato.
Sarà provocante, ammiccante, sfrontata, capricciosa, eccessiva, colorata, coraggiosa come sempre è stata nella vita.
E io conserverò anche quest’anno la sua fotografia, per ricordarmi ancora una volta che uno degli scherzi più brutti che può fare Madre Natura è far nascere gli sciocchi, incapaci di amare e rispettare la libertà.

Credits: Pina Rifiorati, Ventagli, Palermo 2022

Di Tiziana Nuzzo, su Ora Legale News

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