C’è posta per te, passa a prenderla
di Tiziana Nuzzo (Avvocata)
Una lettera dal carcere.
E’ inverno, ma il freddo che avverto dentro ha ben poco a che fare con la grigia stagione.
E’ passato tanto tempo ma so chi è.
So che è ancora lì, tra quelle quattro mura vive, cresce, si dispera.
Sogna, prega. Scrive, come non ha fatto mai, quando l’aria non era per lui solo una boccata.
Quando a scuola no, proprio non voleva andare e la penna era una perfetta sconosciuta.
Ora è un’arma, la usa per difendersi, per sfogarsi, per comunicare il suo disagio. Per capire meglio se stesso. Forse.
Anche questo non lo ha fatto mai.
Neanche quando il mondo lo ha inghiottito con tutto il suo male, fino a far parte di lui.
Il male. La vita perdeva importanza, la sua e quella altrui.
Aveva altro nella testa, altro nel cuore.
Un cuore maltrattato, che pulsava invano, sperando di farsi – prima o poi – sentire. Invece no.
Leggo tutto di un fiato, entro in ogni piega del suo sfogo. Deglutisco.
E’ possibile perdere l’identità, lì dentro.
Divenire altro” da se stessi, perdere quel poco di buono che ognuno di noi ha.
Consapevolmente o inconsapevolmente. Morire, non rinascere.
Confondersi con l’idea che gli altri hanno di te, e farlo così bene da non riuscire a riconoscersi.
Neanche guardandosi allo specchio.
Quelle mura, quelle sbarre, quei giorni tutti maledettamente uguali, quelle ore senza fine, quegli incontri scanditi dal ritmo veloce delle lancette dell’orologio succhiano tutto, di te, fino al midollo.
E diventi un corpo vuoto, accasciato sulla branda.
Quasi un lenzuolo, che delle membra conserva la forma ma non il peso, non il calore, forse neanche l’odore.
Mi soffermo sui caratteri della scrittura, sul solco lasciato dalla pressione della mano su quel foglio, profondo come una voragine, spesso, nero, forte.
Come il peso della sua rabbia.
Qualcosa è cambiato, dentro.
Non aveva paura di nulla, lui. Neanche di morire.
Oggi la paura lo divora. Paura del domani, paura di uscire dal carcere.
Paura di ciò che troverà là fuori, ad attenderlo.
Paura dell’indifferenza, paura dello stigma sociale, dei giorni interminabili spesi a cercar lavoro invano, paura di tornare a delinquere.
E’ un attimo, torno indietro nel tempo, quando nell’oratorio del Redentore conobbi Salvatore Striano, autore del libro “La tempesta di Sasà”.
Un passato pesante alle spalle, la camorra, i vicoli di Napoli, quelli che non perdonano, l’infanzia e l’adolescenza rubata, trascorsa con il ferro nei pantaloni.
L’arma come unica, fidata compagna. I processi, le condanne, la cella, le sbarre, il tempo che passa.
E poi. E poi Shakespeare, il teatro, la magia della recitazione. Una nuova passione, il cammino verso la redenzione e il riscatto.
La luce, dopo anni di buio, proprio lì, tra quelle mura. Per una volta, capaci di restituire alla società un uomo nuovo.
Il “carcere aperto”, l’unico che può funzionare.
Image credit: V1nc3nt_G da Pixabay
di Tiziana Nuzzo, su Ora Legale NEWS
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