il fondo di garanzia INPS

Il fondo di garanzia INPS

di Massimo Corrado di Florio

Burocrazia, formalismi e l’auspicata fuga del criceto dalla ruota

Il Fondo di garanzia è istituito presso l’I.N.P.S. con lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro in caso di insolvenza del medesimo nel pagamento del trattamento di fine rapporto, di cui all’art. 2120 cod. civ., spettante ai lavoratori o loro aventi diritto. Tutto molto chiaro. Tuttavia, la chiarezza è destinata a fare a pugni con i meccanismi di una distorta burocrazia imperante. La semplificazione resta un miraggio. Vediamo cosa accade.

Per ottenere la prestazione è necessaria una domanda amministrativa, domanda che può essere presentata solo dopo la verifica dell’esistenza e della misura del credito, in sede di ammissione al passivo fallimentare o della liquidazione coatta amministrativa, ovvero, in caso di datore di lavoro non assoggettato a procedure concorsuali, dopo la formazione di un titolo esecutivo e l’esperimento infruttuoso, in tutto o in parte, dell’esecuzione forzata.

L’onere di corredare la richiesta di pagamento dell’indennità prevista dal fondo di garanzia dell’Inps con la attestazione circa la definitività dello stato passivo (nella procedura di LCA lo stato passivo diviene esecutivo col deposito in Cancelleria, n.d.a.) grava sul soggetto interessato e non sul curatore e/o sul commissario liquidatore, al quale, nella sua qualità di organo della procedura, non può essere imposto di effettuare certificazioni non previste neppure a carico del datore di lavoro.

In caso di fallimento del datore di lavoro (ipotesi applicabile anche in caso di L.C.A.), come ben noto, in base all’art. 2 della legge n. 297 del 1982 e al D.Lgs.n. 80 del 1992, la giurisprudenza ha riconosciuto la ampia funzione del Fondo di Garanzia -ciò indipendentemente dalle attestazioni e/o riconoscimenti del Curatore/Commissario Liquidatore successivi alla verifica dello stato passivo-.

Il Fondo di garanzia istituito presso l’I.N.P.S. e dal medesimo ente gestito, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 297 del 1982 e dall’art. 2 del D.Lgs. n. 80 del 1992, si sostituisce al datore di lavoro inadempiente per insolvenza nel pagamento del T.F.R. e dei crediti di lavoro e relativi accessori inerenti agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, realizzando un accollo cumulativo ex lege in forza del quale il Fondo di garanzia assume in via solidale, e al tempo stesso sussidiaria (dovendosi preventivamente agire nei confronti del debitore principale) la medesima obbligazione retributiva del datore di lavoro, rimasta inadempiuta per insolvenza del medesimo, previo accertamento del credito del lavoratore e dei relativi accessori mediante insinuazione nello stato passivo del fallimento divenuto definitivo, e nella misura in cui esso risulta in quella sede accertato (cfr. Cass. civ., Sez. lavoro, 15/05/2003, n. 7604).

La S.C. ha sempre individuato nel lavoratore l’unico soggetto tenuto a dare prova della esistenza delle condizioni di legge per l’ammissione al Fondo di Garanzia, evidenziando che il lavoratore, per potere ottenere l’immediato pagamento del trattamento di fine rapporto da parte del Fondo di garanzia istituito presso l’Inps, deve provare, oltre alla cessazione del rapporto di lavoro e all’inadempimento posto in essere dal debitore, anche lo stato di insolvenza in cui versa il debitore medesimo, utilizzando, a tal fine, la presunzione legale prevista dalla legge (l’apertura del fallimento o della L.C.A., ovvero ancora del concordato preventivo nei confronti del medesimo debitore);

La modulistica prevista dagli istituti previdenziali reca in sé il presupposto che il Curatore (e/o il Commissario Liquidatore) sia in possesso di tutti i dati che ne consentano la compilazione e che, una volta compilata tale modulistica, i dati ivi attestati dal Curatore assumerebbero, per ciò solo, la connotazione di realtà; attività, questa, tipica di un organo con poteri di certificazione volti ad attestare l’esistenza e la veridicità dei dati indicati, dati che, per loro valenza, ben possono essere ugualmente ricavati dall’Istituto; ad esempio, a seguito della istruzione della domanda di erogazione formulata dal dipendente e dalla documentazione prodotta a corredo della domanda stessa (copia del documento di identità; copia autentica dello stato passivo o del decreto di ammissione tardiva; attestazione della Cancelleria del Tribunale che il credito del lavoratore non è stato oggetto di opposizione o di impugnazione ai sensi del secondo e del terzo comma dell’art. 98 l.f.);

Secondo quanto dispone il dato normativo, nessun altro obbligo può ricondursi alla attività posta in essere dall’organo della procedura concorsuale (curatore e/o commissario liquidatore); principalmente nessun obbligo di compilazione dei modelli predisposti dall’I.N.P.S., ancorché fissati da circolari INPS (si cfr. a titolo di esempio la circolare 74 del 15.7.2008), per la erogazione del trattamento garantito. Non vi è, infatti, alcuna compatibilità logica, giuridica e di sistema tra la funzione certificatoria richiesta dall’INPS con gli obblighi tipici e tipizzati del pubblico ufficiale chiamato a svolgere compiti e funzioni esclusivamente previsti dal legislatore e non mai da atti interni (circolari et similia) dell’Istituto chiamato ad intervenire in simili fattispecie.

Non può essere imposto, poi, al responsabile della procedura di sviluppare calcoli e/o individuare periodi lavorativi, per quel che concerne la ripartizione temporale delle competenze eventualmente spettanti al lavoratore per i titoli di cui innanzi, e/o per la rivalutazione e gli interessi, ove non specificati e già quantificati nel provvedimento di ammissione. Operando in senso contrario, si verrebbe a pretendere l’anticipato svolgimento di una attività che, invece, è previsto venga svolta, esclusivamente nel momento in cui viene predisposto un progetto di ripartizione parziale o definitivo. Da qui la eventuale assurda impossibilità di creare, attraverso simili riconoscimenti (e, quel che più rileva, al di fuori del sistema concorsuale), le premesse per una possibile valutazione dei diritti dei creditori concorrenti, cui la legge assegna la possibilità di svolgere le osservazioni solo, però, in sede di riparto.

Non va neppure sottaciuta la circostanza afferente al fatto che un Istituto del calibro dell’INPS (anche a ragione dell’attività, per così dire “incrociata”, che potrebbe svolgere di concerto con altri organi e Amministrazioni dello Stato) è sempre e comunque in grado di ricavare ogni dato afferente alla posizione del lavoratore. Si consideri altresì che i dati temporali relativi alla situazione del dipendente (richiedente il TFR per mezzo del Fondo di Garanzia) possono anche essere tratti dai modelli C.U. e CUD; i ridetti dati, pertanto, ove ritenuti validi dall’Istituto (e dunque non autonomamente validati dal Curatore e/o dal Commissario Liquidatore), ben potranno formare oggetto di calcolo ai fini che ci occupano proprio dall’INPS medesimo.

Accade talvolta che l’Ente, opponga una sorta di resistenza in ordine all’accoglimento delle domande di intervento del Fondo in considerazione del fatto che il responsabile della procedura concorsuale non ottempera al completamento dei dati di cui alla citata modulistica.
È evidente come, in tali casi, il Curatore / il Commissario Liquidatore, ove e se in possesso dei dati richiesti (quali, ad esempio, quelli afferenti ai periodi di tempo in cui si sia prodotto l’omesso versamento da parte del datore poi dichiarato fallito) potrà (ma non dovrà), in un contesto a carattere collaborativo, indicare ogni elemento in suo possesso.
In caso contrario, anche a seguito di esito negativo di una eventuale istruttoria procedimentale compiuta presso la parte datoriale poi dichiarata fallita, l’organo fallimentare non sarà tenuto a dichiarare ciò che, effettivamente, non è in grado di dichiarare.

Insomma, sarebbe auspicabile una sorta di fuga dall’eccesso formalistico che, inevitabilmente, porta alla creazione di una grammatica procedurale (massimamente basata su prassi prive di riscontro normativo) espressione di una burocratizzazione dannosa. Il danno, come ovvio, ricade interamente sul contraente debole del procedimento: il lavoratore.
Infatti, l’ex dipendente del datore dichiarato fallito e/o comunque soggetto ad una procedura concorsuale subisce una ingiustificata duplicazione del pregiudizio: in primo luogo, come ovvio, a cagione dei mancati versamenti delle somme dovutegli a titolo di TFR (o comunque somme di spettanza del dipendente stesso poiché aderente a fondi complementari di previdenza) e, in secondo luogo, a causa della farraginosa macchina procedimentale concorsuale poi burocratizzata (nel caso in questione in senso impediente) dall’intervento (rectius, non intervento) dell’INPS.

Mi piacerebbe smettere di pensare in termini di stigma nei riguardi della burocratizzazione eccessiva del Sistema Paese. Al momento, credo che la fuga del criceto dalla ruota della burocrazia possa essere l’auspicio migliore. Il futuro non è scritto.

dello stesso autore su Oralegale:
https://www.oralegalenews.it/category/rubriche/pillole-massimo-corrado/

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