Il tempo di Terra

Il tempo di Terra

di Maria Rosaria Di Florio (Geologa – Bologna)

Se chiedessimo ad un altro essere umano che cosa è la Terra, la risposta più comune sarebbe quasi certamente: “la Terra è il nostro pianeta“. Domanda e risposta contengono almeno un paio di imprecisioni.

In primo luogo, l’uso dell’articolo determinativo. Perché infatti dire “la Terra” e non semplicemente “Terra”? In fondo si tratta di nome proprio di pianeta come ci insegna la grammatica, e quindi non necessita di articoli che ne specifichino meglio il nome.

Non diciamo mai “il Giove” oppure “il Mercurio” (cosa quest’ultima che ci farebbe cadere nell’equivoco tra pianeta del sistema solare ed elemento chimico…). Facciamo un uso ugualmente impreciso dell’articolo quando ci riferiamo ad altri corpi celesti particolarmente cari alla nostra esistenza e al nostro innato romanticismo, come “la luna”, “il sole”, commettendo peraltro l’errore del mancato uso della lettera maiuscola.

L’eccessiva confidenza usata nel parlare di Terra, Luna e Sole probabilmente deriva da quel senso di possesso di cui siamo storicamente intrisi che ci fa ritenere i soli ed unici proprietari di tutta la sfera celeste. Ed è proprio il concetto di proprietà che introduce al secondo errore contenuto nella risposta di cui sopra. Il nostro pianeta. E perché nostro? Quale autorità abbiamo per definirlo tale? Ed inoltre: solo nostro o anche di qualcun altro?

Lasciando da parte disquisizioni puramente religiose, che peraltro attribuirebbero la proprietà di tutto l’universo ad un unico e solo padrone creatore, poniamo invece l’accento sulla funzione dell’essere umano su Terra.

Nella visione scientifica della faccenda, l’uomo è un organismo vivente basato sulla chimica del Carbonio appartenente al genere Homo che compare su Terra circa 200.000 mila anni fa. Dunque, solo 200.000 anni su 4,5 miliardi di anni attribuiti alla formazione di Terra. Una bella differenza di età!

E se pensiamo che la nostra comparsa sul pianeta è frutto di una affascinante casualità evolutiva innescata dall’arrivo di un corpo dallo spazio profondo che ha spazzato via giganteschi rettili vissuti continuativamente per circa 165 milioni di anni, ci si rende conto che nemmeno per una questione di presenza dal punto di vista temporale abbiamo diritto di chiamare Terra il nostro pianeta.

Diciamo piuttosto che Terra è il luogo circaellissoidico che ci sta ospitando. E con noi tanti altri organismi, alcuni numericamente molto più rappresentati di noi. Ma perché dunque tutta questa arroganza nel definire Terra una “cosa nostra”?

Nel corso dei miei studi in Scienze della Terra e durante le mie esperienze lavorative, ho realizzato che, quando geologi e comuni mortali parlano tra loro di faccende serie quali riscaldamento globale, catastrofi climatiche, terremoti, eruzioni vulcaniche, frane, dissesto idrogeologico, eccetera, eccetera, i due interlocutori riescono raramente ad entrare in sintonia. Nel senso che a un certo punto della chiacchierata compare inevitabilmente un enorme punto interrogativo sul capo dell’uno o dell’altro a testimonianza del fatto che la conversazione ha preso la china della totale incomprensione che si traduce in noia ed appassimento del dialogo, se non addirittura in sordità.

Discutendo con altri geologi interessati a darsi una spiegazione, ne abbiamo dedotto che il problema della incomprensione sta tutto nel concetto di tempo a cui fa riferimento un geologo rispetto al suo non-geologo interlocutore. Ovvero nella differenza tra tempo storico (o tempo umano) e tempo geologico.
Sebbene esistano eventi geologici che alterano la forma della superficie terrestre in tempi brevissimi quali frane, terremoti, eruzioni e che sono evidentissimi anche agli occhi di un non-geologo, ne esistono moltissimi altri che non possono essere apprezzati nei loro sostanziali cambiamenti se non dopo decine, centinaia o centinaia di migliaia di anni. La formazione delle catene montuose per esempio. E che sono proprio questi ultimi a dare, per così dire, maggiore soddisfazione ad uno studioso di geologia. Basti pensare che l’unità di misura della Scala dei Tempi Geologici è Ma (milioni di anni)!

Se schematizzassimo la storia del pianeta Terra in rapporto alle 24 ore del giorno, il Quaternario, periodo geologico tuttora in corso che ha visto la comparsa dell’uomo sul pianeta, occuperebbe solo 17 secondi.
Dunque, come possiamo incoronarci a proprietari del pianeta? Direi piuttosto che siamo occupanti, come tanti altri organismi più o meno complessi, di un condominio globale il cui amministratore e proprietario è il pianeta stesso. La percezione del tempo geologico, in aggiunta a quello storico, ci consente di ampliare la nostra miope considerazione di una (unica) Terra cattiva e matrigna rispetto all’umana presenza su di essa, e di un egocentrico senso di proprietà del condominio Terra.

Da un lato ci sentiamo protagonisti assoluti del destino della terra (stavolta la minuscola ci sta bene) su cui camminiamo, costruiamo, dei cui frutti ci nutriamo, e dall’altro ci autocommiseriamo quando, in seguito alle nostre azioni, Terra risponde come solo lei sa fare, osservando le leggi della fisica e della chimica.

Terra non chiede permesso a nessuno quando ci sconquassa con un sisma o ci affetta in due con una faglia. Spesso ci avvisa che qualcosa sta per cambiare, con quel senso di apparente crudeltà e minaccia che hanno alcuni genitori quando avvertono “se non la smetti ti arriva una sberla”…

Ma anche in questo caso la nostra eccessiva autostima, il nostro senso di immortalità, la consapevolezza di poter fare tutto senza chiedere mai niente ci conduce verso disastri difficilmente rimediabili in tempi storici. Invece Terra (che da qui in avanti preferisco chiamare col suo secondo nome, ovvero Gaia) ha il suo modo di rimettere a posto le cose, e il suo tempo soprattutto. Quello geologico.

Per noi questo tempo necessario a riprendersi dai disastri è troppo lungo, perché non riusciamo a vederne i risultati. E Gaia che colpa ne ha? Gaia risponde sempre a qualunque sollecitazione esterna, ma non perché abbia un’anima, un cuore, un cervello, ma semplicemente perché fa il suo mestiere di pianeta: evolve, cresce, si consuma e ad un certo punto si spegnerà, in un tempo. Geologico anche quello.


Credits: PIRO da Pixabay

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