Macchienereincampobianco

Macchienereincampobianco

di Vittorio Correale (Scrittore e Poeta)*

(tratto da “97 Storie – Vere, possibili o altamente improbabili”, edito da Nulla Die)

Il dalmata scomparve nel nulla in una calda sera di maggio. Il suo padrone, che nel grande condominio quasi tutti conoscevano semplicemente come l’Etologo, lo aveva portato come ogni giovedì al campo pratica del Golf Club, a una quindicina di chilometri dalla città. Era una buona occasione per fargli respirare un po’ di aria buona in un contesto, come amava dirgli, «educato alla plasticità del gesto». Sulla via del ritorno si era fermato in un paesino di poche centinaia di anime, per fare un po’ di spesa in una rinomata salumeria. Appena aperto lo sportello dell’auto, il cane si era proiettato fuori dall’abitacolo, diretto verso un giardinetto di fronte. Il docente lo aveva seguito con lo sguardo, sorridendo orgoglioso per tanta vitalità. Non c’era proprio nulla di strano: giocava sul prato come mille altre volte, forse appena più iperattivo del solito. L’Etologo entrò, comprò, pagò, uscì. Non lo vide. Non si preoccupò affatto per i primi dieci minuti. Devo mantenere la calma, si impose. Ci riuscì per altri dieci minuti. Poi fu panico, vuoto, impotenza.


Docente di fama internazionale, l’Etologo era noto nella comunità scientifica soprattutto per un saggio definitivo sulla vita sessuale delle sogliole nel Medio Adriatico. Suo acerrimo nemico era l’Avvocato, che occupava l’appartamento al piano di sotto. Unico figlio maschio di un famoso penalista, già esponente di punta della prestigiosa scuola forense partenopea, era cresciuto nel mito del padre, un galantuomo che aveva esercitato con passione fino alle soglie dei novant’anni, pochi mesi prima dell’abbandono della scena terrena. Dall’illustre genitore aveva ereditato una cospicua fortuna, prosciugata da investimenti sbagliati e onerosissime separazioni. Nulla invece, sul piano professionale, del rigore tecnico, dell’acume, del senso della misura paterni. Si era consumato così l’ennesimo salto generazionale, la sconfitta di un uomo rimpicciolito dal carisma di un altro uomo troppo ingombrante.
Materia del contendere tra l‘Etologo e l’Avvocato era per l’appunto Macchienereincampobianco. L’Avvocato aveva ricevuto dalla madre una educazione rigidissima, che includeva una vera e propria avversione nei confronti degli animali. A quasi cinquantacinque anni non aveva mai portato un cane al guinzaglio ed è probabile che non ne avesse mai neppure accarezzato uno. Macchienereincampobianco non abbaiava spesso, ma nelle rare volte in cui lo faceva raggiungeva picchi di tale intensità da trasformare l’Avvocato in un uomo potenzialmente pericoloso. I rapporti tra i due condomini erano peggiorati di giorno in giorno, ma la goccia fatidica era scaturita da uno scambio di battute in ascensore, raccontato da un testimone casuale.
«Buongiorno».
«Buongiorno».
«Buongiorno».
«A che piano andate?» aveva chiesto il terzo uomo.
«Io al quinto» aveva risposto l’Avvocato. «Sa, signore, io abito esattamente sotto la residenza ufficiale di un cane che da cucciolo sognava di fare il tenore o di diventare, come si dice oggi, una rockstar. E non ha ancora abbandonato il progetto, tutt’altro… A proposito, Professore, come sta il suo cane? Ieri mi è sembrato un po’ giù di corda: pallido, stanco, sofferente…»
«Sta benissimo, Avvocato, grazie della premura. Di sicuro sta meglio di lei, oltre a essere decisamente più lucido e giudizioso».
L’ascensore si fermò, la porta si aprì e quelle furono le ultime parole che i due si scambiarono. Da allora comunicarono solo per interposta persona, senza mai neppure pronunciare il nome dell’avversario, provando una reciproca, istintiva repulsione. Sarebbe durata per sempre, come le grandi amicizie.
Un altro episodio si verificò in occasione di un’infuocata assemblea condominiale. Quando l’Amministratore gli consegnò la parola, l’Avvocato si alzò in piedi.
Era l’unico a farlo. Con i principi del Foro aveva in comune soltanto la postura e l’atteggiamento istrionico. Tacque, per non meno di trenta interminabili secondi introduttivi, per catturare il massimo di attenzione, come aveva imparato sui breviari di oratoria fai-date. È verosimile che immaginasse di essere in Corte d’Assise, per l’arringa conclusiva di un maxiprocesso nel quale era in gioco il carcere a vita per il suo assistito, tra pentiti di mafia collegati da luoghi misteriosi e pubblici ministeri spavaldi, irriverenti. Forse anche per questo iniziò il suo speech rivolgendosi all’Amministratore con l’appellativo di «Signor Presidente».
Nel successivo «Amici, Condomini» riecheggiavano assonanze di un lontano passato. Pareva del tutto irrilevante per lui che quelle sillabe venissero scandite con enfasi non davanti alle spoglie mortali di Cesare ma al cospetto di questioni cruciali come le tabelle millesimali e la centralizzazione dell’antenna TV.
«Io credo» affermò con espressione convinta «che non esistano amici a quattro zampe buoni o cattivi. Esistono soltanto animali educati e animali maleducati.
E che la eventuale maleducazione di un cane non sia che il riflesso della maleducazione del cosiddetto “padrone”,espressione bruttissima di cui vi prego sin d’ora di perdonarmi. Se perfino dei veterinari», il termine era utilizzato in tono dispregiativo, con l’obiettivo di ridimensionare la caratura scientifica del rivale, «non riescono, pur in possesso delle necessarie competenze tecniche, a educare il proprio animale domestico, il problema è ancora più grave. In questo caso siamo di fronte a un tasso di maleducazione del «padrone» assolutamente fuori controllo».
«Avvocato, la prego, venga alla sua proposta» l’Amministratore cercò di stringere i tempi.
«Propongo di introdurre una patente a punti. Di fronte alla palese, continua e comprovata inidoneità del padrone a recuperare l’animale alla civile convivenza, dovrebbero essere sottratti punti in misura proporzionale alla gravità dei problemi causati. In casi estremi dovrebbe essere prevista l’interdizione temporanea o definitiva dal possesso di animali».
Fu quindi il turno dell’Etologo, che cercava a fatica di trattenere la rabbia.
«Sono sconcertato per aver sentito quella che potremmo paragonare a una lezione contro il razzismo tenuta da un membro del KuKluxKlan. A prescindere da questo io credo che si tratti soprattutto di una questione di sensibilità e di estetica. Prendiamo il mio Macchienereincampobianco, per esempio. È stato, da sempre, abituato al bello. Mi riferisco, in particolare, alla musica. In casa mia si ascoltano solo le esecuzioni della Filarmonica di Berlino diretta da Von Karajan, qualche Butterfly della Callas, l’opera omnia di Luciano Berio, Miles Davis e Beethoven. Dal piano inferiore questa pregevole inclinazione non solo non viene assecondata, ma anzi apertamente sabotata, con una operazione di grave oscurantismo culturale. Macchienereincampobianco, per esempio, non sopporta l’operetta: come dargli torto? Ebbene, le uniche note che provengono dall’appartamento di sotto sono un trionfo di Paesi dei Campanelli, Cincillà, Bal Tabarin, Vedove Allegre. Ecco che abbaia, non per istinto, ma per disagio, per difendere la propria identità culturale dall’attacco mortale della mediocrità e dell’omologazione. Le confesso, Signor Amministratore, che anche a me viene voglia di abbaiare».
«Di abbaiare?» ripeté l’Amministratore in modo meccanico.
«Certo. E anche di mordere».
«Mi scusi l’interruzione: le criticità sono legate alla sola sfera musicale?» L’Amministratore, pur di fronte all’evidenza, non si rassegnava e cercava di sdrammatizzare, mitigare gli attriti.
«Purtroppo no, tutt’altro. Per fare solo un altro esempio, le dirò che ho educato il mio dalmata al meglio anche in fatto di cucina e di odori».
«In che senso, mi scusi?»
«Nel senso che Macchienereincampobianco potrebbe in tutta tranquillità sedere, a differenza di molti umani, e di qualcuno anche qui tra noi oggi, nel più raffinato ristorante parigino e apprezzarne le pietanze più sofisticate, distinguere ogni ingrediente al gusto e all’olfatto, giudicare le qualità dello chef e perfino la riuscita degli abbinamenti cromatici».
«E cosa c’entra questo con il condominio?»
«C’entra, c’entra. Dal piano inferiore si levano quotidiane puteolenze di ogni risma, frutto perverso di veri e propri delitti contro l’umanità, come precotti e surgelati».
«E allora?»
«E allora il mio cane abbaia. Per protesta, per disgusto, per dignità. Per combattere la rassegnazione e il grigiore. Vorreste forse fargliene una colpa?»
Mentre osservava l’Etologo infervorarsi, la memoria associativa somministrò all’Amministratore un singolare ricordo. Qualche tempo prima la moglie di un altro condomino gli aveva raccontato di aver incontrato il docente, reduce, con l’inseparabile dalmata, dalla lezione mattutina di tai chi chuan.
«La prego, signora, venga con noi al vernissage della mostra degli impressionisti».
«Mi piacerebbe tanto, mi creda, anche perché mi hanno riferito che Macchienereincampobianco è un vero esperto».
Aveva guardato il cane con tenerezza e lo aveva accarezzato.
«È un appassionato di Goya, ma ha un’autentica adorazione per Velasquez. E a dirla tutta non disdegna neppure l’arte moderna, perfino le frange più intemerate dello sperimentalismo. Per questo sono curioso di vedere come reagirà a qualcosa di radicalmente diverso, la delicatezza di Monet o l’eleganza di Toulouse Lautrec».
«Ma certo, ora ricordo… L’anno scorso mi parlò di quel viaggio in Spagna… — sapeva di rendere felice l’uomo e si accollò l’onere di riascoltare quel racconto».
«Proprio così. Di fronte a “Las Meninas” non riuscì a controllare l’entusiasmo, il trasporto. Una specie di estasi agitante. Cominciò a leccare il dipinto. Dovemmo sedarlo e, visto che non bastava, affidarci a uno psicoterapeuta».
«Un caso complesso…»
«Certo, ma risolto con successo. Venne utilizzata la tecnica del “distacco graduale”, la stessa cui si ricorre a volte per accompagnare l’elaborazione di lutti improvvisi.
Lo strizzacervelli fece accomodare Macchienereincampobianco sul suo lettino-divano e gli mise sotto gli occhi una copia del quadro. Un’oretta al giorno, per trenta giorni».
«Tutto qui?»
«Naturalmente no. La logica adottata fu quella di allontanare a poco a poco il soggetto dall’oggetto. L’analista scelse la strada «dimensionale» e ci vide giusto. L’immagine che gli sottoponeva era ogni giorno più piccola. Nella penultima seduta il dipinto era diventato una versione in scala ridottissima, circa un centimetro di base. Poi Velasquez scomparve nel nulla. E con lui il problema».


Macchienereincampobianco si era volatilizzato in una calda sera di maggio. Seguirono giorni e notti di terribile sofferenza. L’Etologo tappezzò con le immagini che più aveva a cuore tutti gli esercizi commerciali della zona, perfino le chiese e gli ospedali: Macchienereincampobianco in tribuna d’onore al Gran Premio di Monaco, Macchienereincampobianco all’inaugurazione del reparto di Cardiochirurgia animale (settore Autorità), Macchienereincampobianco a Londra in occasione della storica sfida di canottaggio tra Oxford e Cambridge, sulle rive del Tamigi. Il docente non risparmiò alcuna energia e risorsa. Lanciò financo un drammatico appello in diretta nel corso di una famosa trasmissione televisiva, abitualmente dedicata alla ricerca di persone scomparse. Quando il redattore del programma, un paio di giorni prima, aveva ricevuto la sua telefonata, lo aveva congedato in modo molto sbrigativo. Non trattiamo animali, era stata la sua secca risposta. A quel punto l’Etologo si era catapultato sotto la sede della redazione, alla testa di un manipolo di agguerriti animalisti, tutti travestiti da dalmata per rendere la protesta più plateale. Portavano grandi cartelli sul davanti e dietro le spalle, con messaggi semplici e diretti: «Perfino Hitler amava i cani», «In questa Tv io non posso entrare», «Il cane: il miglior amico dell’uomo, il peggior nemico dei giornalisti», «E allora giù le mani anche da Rex e Rin-TinTin». L’accademico aveva optato per un tono più struggente: «Chi glielo dice a mio figlio che non sono più 101?»
L’Etologo era uno stimato docente universitario, che integrava lo stipendio da ordinario con i proventi derivanti dall’attività editoriale. Pur godendo di un discreto benessere economico non poteva certo essere considerato un uomo ricco. Rimase dunque esterrefatto quando, nel cuore della notte, ricevette una telefonata con la richiesta di un ingente riscatto in cambio della liberazione dell’amato dalmata. Disse di sì, si sarebbe anche indebitato se necessario, ma avrebbe pagato. Pose una sola condizione: chiese di poter «parlare» — disse proprio così — con il cane. L’anonimo interlocutore, preso alla sprovvista, riattaccò subito. L’ipotesi del rapimento a scopo di estorsione, per quanto remota, restava in piedi, al pari di tutte le altre. In un primo tempo era stata considerata anche l’eventualità di un coinvolgimento diretto dell’Avvocato: testimoni oculari ne avevano riferito le espressioni di rabbia di fronte al rinvenimento di alcuni escrementi sullo zerbino di casa, qualche giorno prima che Macchienereincampobianco si volatilizzasse. L’Avvocato non aveva nutrito dubbi sulla paternità dell’oltraggio fecale, ma aveva un alibi di ferro: all’ora della scomparsa era dallo psicoterapeuta, per cercare, una volta per tutte, di scacciare il demone del confronto professionale con suo padre. Per la verità neppure l’Etologo lo aveva mai ritenuto capace di un gesto tanto grave e sconsiderato. In una simile situazione di stallo il docente accettò il consiglio di affidare il coordinamento delle ricerche a un brillante ufficiale di polizia, anch’egli condomino. Il Capitano, già in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo, era stato protagonista di una delle indagini più clamorose nella storia della lotta al crimine organizzato. Aveva subito intuito l’importanza delle rivelazioni di un boss nisseno di medio calibro pentitosi per divergenze strategiche e metodologiche con i vertici di Cosa Nostra. All’interno dell’ufficio nessuno aveva dato peso alle sue affermazioni. Il Capitano, invece, lo stava ad ascoltare per ore, e verificava con cura l’attendibilità di ogni dettaglio. Come in un action movie americano era stato diffidato dai superiori dal «perdere altro tempo con quel pezzo di merda», ma aveva solo fatto finta di uniformarsi alle disposizioni ricevute, proseguendo sotto traccia la sua inchiesta parallela, con la complicità di un fedelissimo maresciallo. Qualche mese dopo, in un piovoso 25 di maggio, attorno al centro di produzione di una grande rete televisiva si era registrato uno spiegamento di forze senza precedenti. Il Capitano era entrato con passo spedito nel grande palazzo a vetri e aveva chiesto alla reception in quale studio fosse in corso la registrazione del programma «Precox — Più veloci della luce», un gioco a premi di grande successo basato sulla prontezza di riflessi. I quotidiani del giorno dopo avrebbero pubblicato a tutta pagina la notizia che l’attuale campione, in carica da quasi due mesi, altri non era se non il Capo dei Capi della mafia siciliana, latitante da trentadue anni. Non gli erano bastate una perfetta plastica facciale e una identità nuova di zecca: era stato tradito dalla passione per quello stupido gioco, per anni suo unico passatempo in angusti bunker sotterranei pieni di umidità, per anni singolare interludio di normalità tra rancorose minacce e inappellabili sentenze di morte. I suoi picciotti, che lo veneravano come un incrocio tra il Dio della Guerra e quello della Giustizia, sapevano di quella debolezza. Sapevano che durante quel programma non poteva essere disturbato, e qualche anno prima non lo avevano disturbato neppure per dargli la notizia che il giudice ficcanaso era stato tolto di mezzo. Il Capitano fu catapultato in un mondo nuovo: interviste, onorificenze, l’invito al Quirinale, perfino l’udienza privata dal Papa. Poi la promozione e la nuova destinazione. Il Ministero, per ragioni di sicurezza, aveva preferito far calmare un po’ le acque per poi ributtarlo nella mischia. Da due anni abitava nel palazzo, con la sua scorta discreta ma onnipresente. Quando fu contattato dall’Etologo, non visse il suo coinvolgimento nel caso come una deminutio. Proprietario a sua volta di una vivace bassottina, ci mise anzi tutto l’impegno possibile: ricostruzione degli ultimi movimenti, impiego di unità cinofile, utilizzo di collaboratori di giustizia, infiltrati nel sottobosco malavitoso, eccetera eccetera. Tutto inutile. Niente di niente. Per la verità il Capitano non aveva alcuna ragione per sentirsi in colpa o frustrato per l’insuccesso delle indagini. Né lui, né altri, né tanto meno l’Etologo avrebbero mai immaginato, infatti, cosa fosse realmente accaduto.


Se il proprietario lo avesse legato prima di entrare nella salumeria, anche quella sera, come ogni sera da quasi dieci anni, Macchienereincampobianco si sarebbe accucciato accanto alla poltrona di pelle dell’Etologo. Avrebbero guardato un film in dvd: forse Kiarostami, forse Malle, forse il Fellini della prima maturità. Il cane lo sapeva. Il suo istinto aveva imparato il significato epidermico di una nuova parola: noia. Ma c’era dell’altro. Quel portamento un po’ altero, quell’elegante involucro maculato avevano generato l’equivoco che il dalmata fosse sempre e comunque un cane aristocratico. Macchienereincampobianco non lo era affatto. Nascondeva, al contrario, un’anima proletaria che da tempo covava il suo riscatto. Quando quel fatidico giovedì, dal finestrino abbassato, le sue narici assaporarono l’irresistibile richiamo di una trippa nostrana intuì che cambiare esistenza era un miracolo possibile, addirittura a portata di zampa. Sceso dalla macchina si mise a correre verso il prato, si fermò per non dare troppo nell’occhio e aspettò che il Professore entrasse nella salumeria. Poi si accodò a un piccolo branco di bastardini. Venne accolto senza formalità e pregiudizi: non fece domande, e lui non se ne fece, tanto li avrebbe seguiti ovunque. Quella sera, se avesse potuto, avrebbe firmato per la liberalizzazione delle droghe leggere, avrebbe sfilato con i no global indossando una t-shirt del Che, avrebbe fondato un movimento chiamato Utopia. Dopo qualche centinaio di metri gli fu chiara la destinazione. La sagra era festosa, semplice ma allegra, colorata, vera. Bastò una salsiccia alla brace per cancellare per sempre Ionesco, la cucina creola, il dadaismo, il sashimi. Non ebbe alcuna remora a placare le sue pulsioni sessuali al ritmo di una volgare lambada. Dormì con i nuovi compagni sulla pista delle macchine da scontro di un modestissimo luna park. Accanto a loro c’era un gruppo di hippies, con le chitarre, i sandali e i capelli lunghi. Suonarono tutta la notte: country, rock, rhythm and blues, soul. Macchienereincampobianco non distingueva le parole ma si accorse che in tutte le canzoni ce n’era una, sempre la stessa. Ne ignorava il significato ma da quella sera gli rimase in mente per sempre: libertà.


Macchienereincampobianco vagò per mesi di sagra in sagra, di paese in paese, attraverso piccole avventure quotidiane nelle quali, spesso, era in gioco la sopravvivenza.
Molte notti erano gelide e piovose, le malattie in agguato, le compagnie, canine e umane, non sempre affidabili e rassicuranti. Le auto sfrecciavano velocissime, e non c’era verso di ricordare che arrivavano da più direzioni. La libertà, certo. Una vita piena e vera, inutile negarlo. Ma anche tra quei bastardini c’erano le gerarchie, gli istinti di sopraffazione, le lotte per un posto al sole, le baruffe per l’accaparramento che contraddicevano nei fatti l’egualitarismo solidale cui avevano spontaneamente aderito. Una mattina un clochard un po’ svitato raccolse da terra un volantino spiegazzato. C’era la foto di un cane alla premiazione di un concorso di equitazione. Un cane smarrito. Sgranò gli occhi quando lesse la ricompensa promessa. Era un dalmata. Ne lesse il nome ad alta voce. «Che nome del cazzo!» commentò. Macchienereincampobianco, accucciato a pochi metri da lì, non lo sentiva pronunciare da tanto tempo che ormai se ne era quasi dimenticato. Fu una fitta al cuore. Non così sgradevole come avrebbe immaginato. Il clochard si illuse, ma solo per qualche minuto. Un suo amico, subito investito della cosa, commentò amaramente:
«Lascia perdere. A quelli come noi certe fortune non capitano mai. Togliti dalla testa l’idea di diventare ricco. È andata così. Sarà per la prossima vita».
A poco meno di un anno dalla fuga la comitiva dei cani si stabilì in un piccolo giardino di città. Era una buia serata d’inverno. Di quelle in cui gli uomini preferiscono stare a casa a vedere un bel film in poltrona, ringraziando l’inventore del termosifone. La mattina dopo Macchienereincampobianco si svegliò per primo. Si allontanò da solo in perlustrazione di un centinaio di metri. Quei luoghi non gli erano del tutto nuovi. Anzi. Dopo qualche secondo mise a fuoco. Il giornalaio, il bar, la chiesa. Riconobbe perfino gli alberi e i cespugli presso cui si era fermato ogni giorno, due-tre volte al giorno, per dieci anni. Era tutto come l’aveva lasciato. Avrebbe potuto orientarsi a occhi chiusi, e non solo per un fatto di abitudine. Arrivò davanti al cancello esterno, semichiuso. Nostalgia e gratitudine da un lato, identità e autodeterminazione dall’altro. Si avvicinò al portone, guardò dentro. L’ascensore, le scale, le cassette della posta. I battiti del cuore si fecero più veloci, il vetro si appannò del suo respiro. Chissà come avrebbe reagito se in quel momento, per una strana combinazione, fosse comparso d’incanto l’Etologo. Chissà se l’aveva rimpiazzato con un altro cane. Chissà se anche a lui faceva ascoltare le poesie di Neruda. Chissà se lo legava quando andava al supermercato. Non ci fu tempo per pensare. Due emissari del branco lo avevano raggiunto. Non per limitarne l’indipendenza, ma per condividere eventuali opportunità. Il dalmata si rese conto che era inutile restare ancora lì. Un vero rivoluzionario non poteva permettersi di perdere tempo rivangando antichi privilegi borghesi. Prima di voltarsi, abbaiò per un’ultima volta alla sua vecchia vita

* Si e’ aggiudicato anche il Premio letterario internazionale Salvatore Quasimodo. Da tempo si e’ concentrato sulle short stories di taglio surreale. Per Nulla Die ha recentemente pubblicato “97 Storie – Vere, possibili o altamente improbabili”, che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica.
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Image credit: Ian Wilson da Pixabay

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