Ubuntu

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di Aldo Luchi (Avvocato in Cagliari)

“L’uomo ha bisogno di essere libero, cioè di poter fare da sé qualunque impiego gli piaccia delle sue facoltà, strumenti come della soddisfazione de’ suoi bisogni così pure dell’esercizio de’ suoi diritti. Ed ecco il diritto di libertà” (Giuseppe Compagnoni, 1797)

Cosa resta oggi del concetto illuminista di libertà che ha intriso tutte le Carte Costituzionali contemporanee e le Convenzioni Internazionali, a partire dalla Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen elaborata in piena Rivoluzione Francese?

Il concetto di libertà piena ed assoluta, che incontra come solo limite il godimento degli stessi diritti da parte di tutti gli altri consociati (art. 4), sembra essersi profondamente modificato.
E ciò principalmente in ragione degli avvenimenti drammatici del secolo scorso, rappresentati dalle Guerre Mondiali e, soprattutto, dai genocidi praticati dai regimi totalitari che paradossalmente, dopo essere nati sotto l’egida dell’idea socialista, ossia dello Stato che provvede alle necessità dei cittadini e che li sostiene nel perseguimento dei propri bisogni, perseguirono poi politiche nazionaliste.

E dopo la scomparsa di questi regimi, a seguito della Seconda Guerra mondiale e la riaffermazione del concetto illuminista di libertà nella nostra (ed in altre) Costituzione, i rigurgiti nazionalisti hanno più recentemente trovato sfogo nelle persecuzioni etniche (ad esempio nel corso delle guerre civili balcaniche), religiose, ideologiche, di orientamento sessuale.

La ragione di questa involuzione del concetto di libertà è da ricercarsi, anche e forse soprattutto, della progressiva perdita di coscienza del significato dei concetti connessi di uguaglianza (pari diritti ed opportunità, rispetto delle leggi, tutela dei beni comuni) e di fratellanza (aiuto reciproco, volontariato, impegno sociale), complice anche la prepotente affermazione del liberismo capitalista.

L’individualismo nazionalista, ormai diffuso nel benestante mondo occidentale, ha distorto il concetto di libertà al punto da interpretarla come imposizione delle proprie convinzioni.
Così si propugna come libertà il presunto diritto di affermare la diversità o l’anormalità di quanti, per qualsiasi motivo, non siano riconducibili ai canoni di normalità, tradizione, morale, fede religiosa diffusi; si rappresentano come difesa delle tradizioni e della fede religiosa le limitazioni, auspicate o proposte, all’esercizio di diritti ritenuti non condivisibili sulla scorta dei suddetti canoni (aborto, eutanasia, filiazione surrogata); si utilizzano termini diametralmente antitetici al termine libertà (quali invasione, tratta, mercato di uomini), per descrivere i fenomeni migratori e termini criminalizzanti (ad es. clandestini) per descrivere chi, per tornare alla definizione di Compagnoni, sogna “di poter fare da sé qualunque impiego gli piaccia delle sue facoltà“.

Il concetto di libertà in senso illuminista, però, sopravvive – o, per meglio dire, nasce spontaneamente, a dimostrazione della sua riconducibilità al diritto naturale – in culture che mai sono state interessate da quel movimento politico, culturale e filosofico.

Nell’Africa subsahariana, ad esempio è diffuso il concetto di “ubuntu“, che significa “io sono ciò che sono perché noi siamo“.
Ubuntu è la capacità di realizzare i propri bisogni e le proprie aspirazioni soltanto in una comunità in cui tutti li realizzino.
Ubuntu è la libertà.

Image credit: Antelope canyon, PatternPictures da Pixabay,

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