Un chirurgo diverso: una chirurga
di Serenella Civitelli (Università degli Studi di Siena – Dipartimento di Scienze Mediche, chirurgiche e Neuroscienze)
“Non potrai mai fare il chirurgo! Il posto di una donna, se proprio vuole fare il medico, è in pediatra, in ginecologia o, al massimo, in anestesiologia”.
Questa fu l’accoglienza che mi riservarono i “Professori” quando iniziai a frequentare il reparto di Chirurgia al 4° anno del Corso di Laurea in Medicina, animata dalla passione per la specialità che ritenevo più completa perché univa la parte pratica alla teorica.
Purtroppo, proprio stamani una studentessa mi ha detto che la stessa frase è stata rivolta anche a lei, 40 anni dopo, e che ha contribuito a non farle considerare la carriera chirurgica.
Io, invece, non mollai ma raccolsi la sfida anche se nascosi, quasi vergognandomi, il disagio che mi opprimeva:
“Non sarai mai un bravo chirurgo se perdi tanto tempo a parlare con i pazienti”
mi dicevano anche i Colleghi più anziani.
Fu facile, a quel punto, ed anche liberatorio, capire che, in realtà, non volevo fare il chirurgo ma la chirurga perché il modello “macho” che mi veniva proposto non mi corrispondeva: io volevo diventare tecnicamente brava ma rimanere empatica, conservare saldezza di nervi e razionalità ma “senza perdere la tenerezza”.
Alla fine, non solo ho praticato la chirurgia ma l’ho insegnata alle persone più giovani.
Il loro apprezzamento, unito a quello dei/delle pazienti, mi ha confortata nei momenti di incertezza e di sfiducia che ti assalgono quando non hai un modello proiettivo nel quale specchiarti, quando la tua autostima è messa continuamente in discussione, quando ti senti e ti fanno sentire sempre l’iris bianco nel campo azzurro.
I modi erano tanti, più subdoli e pervasivi delle discriminazioni palesi che le leggi ci legittimano a combattere senza farci tacciare da esaltate: dal linguaggio escludente, se non esplicitamente sessista, alle “taglie uniche” che mal si adattavano ad una ragazza di 50 Kg, alla mancanza di spogliatoi separati per sesso de* chirurgh* (a differenza di quelli del personale infermieristico), ai “circoli maschili” dove si decidevano l’organizzazione del lavoro, le progressioni economiche e di carriera, la partecipazione ai progetti di ricerca ed il loro finanziamento.
Come capita a molte donne, ho lavorato più e meglio dei miei colleghi, inconsapevolmente grata che mi “permettessero” di operare ma la fatica ed il senso di solitudine che ho provato nei primi anni mi hanno spinta ad impegnarmi perché questo prezzo fosse risparmiato alle nuove generazioni.
Dopo aver veicolato per anni il messaggio nell’insegnamento non formale, ho vinto l’ultimo timore e mi sono sentita pronta a rimettere in discussione il vecchio canone “ex cathedra”, spinta anche dall’esigenza di condividere la nuova consapevolezza, acquisita in anni di approfondimenti, di riflessioni e di confronti, sul vero ruolo della donna nella storia della medicina e della chirurgia e sulla rilevanza del genere come determinante di salute.
Fui la prima a stupirmi del successo che i corsi, inizialmente opzionali, riscontrarono sia fra le ragazze che i ragazzi, che testimoniava il loro bisogno di un nuovo approccio alla medicina ed alla società e contribuì ad introdurre le tematiche nella formazione curriculare del corso di laurea in Medicina.
Quasi senza saperlo, perché non ho mai amato né amo gli anglicismi, mi scoprii, così, impegnata nel “gender empowerement” e nel “gender mainstreaming”.
Arrivata all’età dei bilanci, posso valutare la mia carriera, medica ed accademica, in due modi.
Secondo il metro di giudizio convenzionale, la mia posizione non è molto diversa da quella del momento dell’assunzione ma guardando con una prospettiva diversa sono molto cresciuta e soddisfatta come persona, come medica e come docente.
Purtroppo, il riconoscimento formale ed economico viene ancora stabilito con le vecchie categorie ed è una delle cause che contribuiscono a demotivare, escludere e sottopagare le giovani donne: riequilibrare il sistema di valori e di giudizi è la nuova sfida che stiamo raccogliendo.

Serenella Civitelli è prof.ssa aggr. di Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Siena, dove si è laureata in Medicina, ha conseguito la Specializzazione in Chirurgia ed è attualmente ricercatrice e docente. Da sempre impegnata a promuovere una cultura rispettosa delle differenze, è particolarmente attiva nel proporre, dentro e fuori l’Accademia, una prospettiva ed una sensibilità di genere.
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