Un giudice nel far west

Un giudice nel far west

Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

di Umberto Apice (già Avvocato Generale presso Corte di Cassazione)

Attraverso il personaggio del giudice Holden, lo scrittore americano ripercorre atmosfere e temi della grande epopea statunitense, dal western a Henry Melville, evocando scenari biblici e fantasie teologiche.

Parodistico e paradossale, il giudice Holden, partorito da un Cormac McCarthy più apocalittico che mai, è il personaggio – chiave di un romanzo allucinato e feroce, epico e crudo: Meridiano di sangue (Blood meridian, 1985), pubblicato la prima volta in Italia nel 1996, nella valorosa traduzione di Raul Montanari.

Fin dal suo apparire, la descrizione fisica del giudice Holden preannuncia al lettore un personaggio che oltrepasserà i limiti dell’umano:

Era calvo come un uovo, non aveva traccia di barba e i suoi occhi non avevano sopracciglia né ciglia. Era alto più di due metri…”.

E più avanti la sua corpulenza sarà ancor più sottolineata: “enorme, bianco e glabro come un infante smisurato”, una corpulenza che non può non far pensare – e in questo i critici si trovano d’accordo – a Moby Dick e a Henry Melville.
Il biancore e la grandiosità del corpo sono le caratteristiche della balena bianca.
Nello stesso tempo, il suo modo implacabile di entrare in azione ricorda quello di Achab.
Holden, si potrebbe dire, è un Achab dentro il corpo di una balena: è il Bene e il Male, è Dio e il Diavolo.

“Riluceva come la luna, pallido, senza un solo pelo visibile in tutto il gran corpo, nemmeno in qualche piega della pelle o nelle grandi narici o sul petto o nelle orecchie, e neppure un’ombra sopra gli occhi o sulle palpebre.”

E spunteranno fuori, nel fiume della prosa visionaria di McCarthy, altre doti non comuni (come quella di camminare attraverso il fuoco e uscire dalle fiamme “quasi fosse in qualche modo connaturato al loro stesso elemento”).

Come in tutti i romanzi di McCarthy, i personaggi si muovono in un paesaggio eternamente in bilico tra realtà e irrealtà (nel nostro caso: al di qua e al di là della frontiera texana – messicana, tra Nacogdoches e San Antonio, Chihuahua e El Paso, nel 1849/50, e nel costante pericolo costituito ora da bestie insidiose, ora da indiani incattiviti, ora da disperati e avventurieri disposti a tutto).

Sono tre i principali personaggi.

Il primo è un non meglio identificato ragazzo (the kid: a voler considerare Meridiano di sangue un romanzo di formazione, oltre che un western, il ragazzo, come Jean Sorel, matura il suo passaggio dall’infanzia alla virilità nel breve volgere degli eventi che si concluderanno con il suo annientamento): variante dell’anomic type, solitario, sradicato.

Il secondo è il capitano Glanton, capo di una banda di sanguinari criminali dediti all’omicidio e allo scalpo di indiani su commissione: secondo il reale dato storico, sono effettivamente esistite bande simili (e forse è esistito lo stesso Glanton), che uccidevano per guadagnare denaro, cioè la taglia posta dai governatori messicani su ogni Apache o Comanche.

Il terzo è il giudice Holden: carismatico leader spirituale della banda, demiurgo e demonio, filosofo e uomo di azione, richiama alla mente figure bibliche (è soprattutto Harold Bloom, Il canone americano, New York, 2015 a scorgere nel romanzo di McCarthy influenze bibliche).

Ma la vera, incontrastata protagonista, è la violenza; una violenza metafisica, arcaica: degli uomini contro i loro simili; della Natura con il suo caldo rovente e spietato, le sue tempeste di grandine e neve, le sue bestie micidiali.
Una violenza totalizzante che, quando è degli uomini, sconfina nella pazzia (proprio così pensa Glanton: sono tante le “mirabolanti forme e guise che la follia può assumere”).

Ma di che cosa Holden è giudice,

chiede il ragazzo, incuriosito e affascinato da quell’uomo gigantesco e imprevedibile, che sa fare tutto, di tutto sa parlare con competenza ed è persino un grande raccontatore di storie.
La domanda del kid è destinata a restare senza risposta.
Di che cosa è giudice, Holden?
Non c’è risposta per i supremi interrogativi, perché è proprio l’impossibilità di una risposta il fondamento di ogni fede: credo quia absurdum.

E sono molti gli aspetti del giudice che rimandano a un concetto di fede religiosa.
Prima di tutto: il giudice tiene con sé un grande quaderno, sul quale prende appunti, disegna quello che vede, dà un nome alle cose.
Non è questa la sintesi suprema del dominio?
Non è nominare e catalogare il mezzo più efficace per trasformare il mondo in un immenso bottino?
Nella Genesi Dio crea le cose nominandole e solo per l’uomo rinuncia a questo suo potere: Dio fa (senza nominare) l’uomo dall’argilla e gli insuffla lo spirito. Ma quello spirito è il potere stesso del nominare, che viene così trasferito all’uomo. McCarthy, presentandoci il suo personaggio con questa particolare ossessione del catalogare, vuole, probabilmente, sottolineare la sua matrice divina.

In secondo luogo. E’ lui stesso, il giudice, a parlare di sé come di un incontrastato sovrano feudale (“Questo è il regno cui ho diritto, disse. Eppure, in esso ci sono ovunque nuclei di vita autonoma. Autonoma. Perché esso mi appartenga non devo permettere che qualcosa vi accada senza il mio permesso”); anzi, si considera molto di più (“Qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso”): cioè un alter ego di Dio o il demonio.
Certo è che ha ricevuto molti doni dall’Onnipotente: sa ballare, suonare il violino, disegnare, cavalcare, parlare molte lingue, creare polvere da sparo e chissà quante altre cose.
Potremmo dire che è peritus peritorum, come gli antichi giuristi dicevano di qualsiasi iudex, o nel senso che spetta al giudice pervenire a una conclusione che accoglie o si discosta (da) un parere dell’esperto.

E infine: non sarà un Dio–giudice che, nel giorno del giudizio, giudicherà i vivi e i morti? Holden è Achab, il superuomo nietzshiano, Satana, Dio stesso nella sua funzione di inesorabile giudice (“alla fine tornò a sedersi con le mani chiuse a coppa in grembo e parve estremamente soddisfatto, come se al momento della creazione fosse stato richiesto il suo parere”).
Ecco il circolo mentale che fa da metafora e che giustifica il tutto, persino le avventure impossibili e terrificanti e ripugnanti: superuomo – Dio – giudice.

E, come gli arcaici filosofi greci (come Solone, Anassimandro), Holden è legislatore, poeta e filosofo. Basta vedere come discetta sulla natura del diritto e della giustizia, sia pure per negare quella fede indiscussa nella giustizia come più alta forma di vita umana.

Giustizia è pace, mentre Holden vede dinanzi a sé un universo in cui si specchia una divinità assetata di sangue e in cui vivono esseri, che sono tutti forestieri in terra straniera e si combattono incessantemente, perché la guerra è il mestiere di tutti e “racchiude in sé tutti gli altri mestieri”.
Verso chi mette in dubbio le sue parole Holden ribatte: “Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro. […] Ma, sia questione di azzardo o di valore, tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra, perché in essa la posta inghiotte gioco, giocatore, tutto quanto”.

Quindi: gioco come guerra e guerra come gioco?

E quale posto può avere il diritto, la giustizia, in questa altalena?

Nel finale sarà spazzata ogni congettura: il ragazzo, che è stato un ammiratore e un antagonista di Holden, va a sfidarlo e scompare nell’enormità del suo corpo.
Il giudice che tutto conosce dell’indole umana.
Il giudice che “sopra tutti torreggia” e “balla nudo” e “manda una profonda risata di gola, ed è il beniamino di tutti”.
È un’ultima allusione all’inutilità del concetto del giusto.
Oppure, il che è la stessa cosa, si adombra, darwiniamente, il giusto come legge del più forte.

Holden è iudex nella misura in cui giudica ciò che è Diritto, è giudice nella stessa dimensione in cui Dike trova la sua ragion d’essere nell’indicare (in-dicare, giu-dicare) la madre Themis, che è il principio arcaico del “giusto” (MASSIMO CACCIARI, Destino di Dike, in MASSIMO CACCIARI – NATALINO IRTI, Elogio del Diritto. Con un saggio di Werner Jaeger, Milano, 2019).
Holden ha di Dike l’autorità e l’inconfutabilità: fondando la prima sulla sua crudeltà e la seconda sulla sua furia retorica.

di Umberto Apice, su Ora Legale NEWS

Image credit: Kristendawn da Pixabay

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