Un lavoro che mi piace molto

Un lavoro che mi piace molto

di Vincenza A.M. Luprano (ENEA CR Brindisi – Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali – LAB Materiali funzionali e tecnologie per applicazioni sostenibili)

Scelga giornalismo, a fisica sono tutte mazze di scopa!” asserì il presidente della commissione d’esame di maturità quando come ultima domanda mi chiese a cosa mi sarei iscritta l’anno successivo.
La frase mi lasciò perplessa, ma in realtà la scelta consigliata era già stata minata da un’altra affermazione altrettanto perentoria che mia sorella Stefania ebbe a dirmi nell’estate dopo il quinto ginnasio: “Se vuoi fare giornalismo devi cominciare a scrivere articoli da subito!
Ci provai, mi ci misi il pomeriggio stesso, ma dopo tre ore, in cui mi divertii anche, decisi che era meglio giocare a monopoli con gli amici o fare giri in biciletta!

Alla fine mi sono iscritta a fisica, perché più breve di ingegneria.

L’indirizzo, invece, l’ho scelto perché mi era piaciuto l’orgoglio con cui la mamma casalinga di Massimo, compagno di università, aveva apostrofato (“deve fare fisica dello stato solido: una cosa difficilissima“) la scelta di Raffaella la più brava del nostro anno, nonché la più bella, nonché la più eclettica, eh sì perché a fisica ci sono anche belle ragazze geniali. Avevo perso da poco i miei genitori e quegli occhi ridenti mi avevano ricordato il bello di essere figli.

In realtà mia madre, quando ero ancora sedicenne mi aveva detto: “Beh, tanto tu certamente non farai la scelta di lavorare da grande” sapendo quanto fosse potente e deterministica la mia capacità di reazione in direzione contraria alle sue affermazioni!
Aveva sofferto non poco la sua scelta, su richiesta di mio padre, di restare a casa, come si usava allora, per prendersi cura di noi 3 figlie dopo una tesi fatta con Aldo Moro.

Studiare fisica dello stato solido e poi fare la tesi sperimentale sulle trasformazioni di fase dei superconduttori ad alta temperatura, appena scoperti, mi ha entusiasmato tantissimo.

La ricerca sperimentale era la mia dimensione lavorativa.

La possibilità di tornare a lavorare al sud non l’hai presa in considerazione?” mi disse con tono profetico don Contiero, il mio padre spirituale di allora. No, non l’avevo presa in considerazione.
Stavo bene con Max, avevo tanti nuovi amici (anche se ad uno di Cesena, ogni santo giorno che lo vedevo in università, lo salutavo con un “Grazie per l’accoglienza” dopo la sua discettazione sul fatto che “Non è poi così giusto che voi dal sud veniate al nord a studiare perché così salgono gli affitti per noi di qua“) e tra cinema, teatri, musei e strutture sportive Bologna era un vero parco giochi.

E, invece, quando il mio prof di tesi mi disse, 2 giorni dopo la laurea: “Ci sarebbe un concorso a Brindisi, solo per residenti al sud, per un nuovo centro di ricerca” scoprii che lavorare con strumentazioni di ultima generazione era ancora più entusiasmante.
Utilizzammo il microscopio acustico appena prodotto a Chicago per caratterizzare non distruttivamente una marea di materiali, dagli idrogeli per applicazioni sanitarie, alle resine epossidiche per applicazioni aeronautiche, dai cuscinetti dei motori alle superleghe di Nichel per le turbine.

Tranquilla, poi torni normale” mi disse mia sorella Fabiana (anche lei fisica, ma 10 anni più grande di me) quando mi vide disorientata con due figli piccoli tra poppate e pannolini, nonostante Marco si può annoverare tra i mariti collaborativi.
La verità era che non avevo fretta perché affondare il naso nel collo di Mattia per sentirne l’odore di pagnottella appena sfornata e di Francesco di pompelmo era una delle esperienze estatiche più belle mai vissute.
Diverso è stato quando, ormai, gli odori non erano più profumi e mi dissero: “ma perché non sei come Gaia!” sognando le ciambelline fumanti cosparse di zucchero tutti i pomeriggi a merenda.
La risposta fu semplicemente: “perché faccio un lavoro che mi piace molto’”

Tu sei pazza!” fu invece la reazione del mio capo di allora quando gli comunicai che volevo scrivere e realizzare solo progetti nel settore dell’edilizia.
Controllare la qualità del calcestruzzo in opera o cercare di incentivare la creazione di filiere locali per la produzione di materiali da costruzione sostenibili in un’ottica di economia circolare, creando nuove figure professionali “green“, mi sembrava che potesse essere l’applicazione più etica del mio lavoro a vantaggio non solo dell’uomo, ma anche dell’ambiente.

Ed eccomi ancora qua, a Brindisi, nello stesso centro di ricerca da ormai 30 anni a lavorare in ENEA, impegnata a scrivere con le colleghe un nuovo progetto H2020 per la riqualificazione olistica (energetica, strutturale, tenendo conto del ciclo di vita dei materiali e del riuso delle acque, ma soprattutto dei desiderata degli abitanti e del loro benessere) di un quartiere popolare di Margherita di Savoia per farne, se finanziato, un ‘faro’ in Europa da replicare!

Vincenza A.M. Luprano è ricercatrice ENEA presso il CR Brindisi. Ha conseguito la laurea in Fisica presso l’Università di Bologna. I suoi interessi di ricerca riguardano la caratterizzazione non distruttiva di materiali innovativi e tradizionali, lo sviluppo di sistemi di monitoraggio ad ultrasuoni, tecnologie e materiali per l’edilizia sostenibile, messa a punto di metodologie di misura non distruttive in situ per la valutazione della resistenza del calcestruzzo in opera. Scrive e gestisce progetti di ricerca nazionali ed internazionali relativamente lo studio e diffusione dei materiali sostenibili applicati all’edilizia con particolare attenzione allo sviluppo dell’economia circolare nei territori. Collabora con diverse Università Italiane ed Europee. È stata co-autrice di oltre 60 articoli scientifici e di alcuni capitoli di libri. È membro del comitato TC 249 della RILEM.


https://www.researchgate.net/profile/Vam-Luprano
https://materiali.sostenibilita.enea.it/people/vincenza-anna-maria-luprano
https://orcid.org/0000-0003-4942-3664

Image credit: 3D Animation Production Company da Pixabay

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