Un percorso verso l'Universale

Un percorso verso l’Universale

di Silvia Bruzzi (Associata di Economia e Gestione delle Imprese – UniGenova)

Un grande paese è come il basso corso del fiume,
verso il quale confluiscono tutti i torrenti.
È il serbatoio di tutto sotto il cielo,
l’essenza femminile del mondo.
La femmina prevale sul maschio con tranquillità,
sottomettendosi nella quiete.
Perciò, se un grande paese si inchina davanti a uno piccolo,
conquista amicizia e fiducia.
Se un piccolo paese si sottomette davanti a uno grande,
lo conquisterà.
Il grande paese conquista inchinandosi,
l’altro sottomettendosi.

Lao Tzu, Tao te Ching, n. 61

Ho deciso di iscrivermi al corso di laurea in Economia e Commercio perché volevo continuare ad occuparmi delle “faccende dell’Uomo” come avevo fatto frequentando il Liceo Classico.
Oggi avrei grande interesse ad occuparmi anche di psicologia e sviluppo dell’essere umano, ma allora Economia mi offriva un approccio più pragmatico, che mi pareva colmasse un divario dalla realtà accumulato con gli studi classici.
In più sembrava soffiare un vento nuovo: i muri cadevano e molte regioni iniziavano ad integrarsi. Sembrava che l’Economia potesse fare il miracolo di superare le differenze e aiutare tutti a vivere meglio.

Anche il ruolo sociale della donna sembrava ad una svolta. Si aveva l’impressione di essere all’alba di un mondo nuovo, erede delle battaglie femministe, nel quale la donna avrebbe assunto il ruolo di protagonista e reso il mondo migliore grazie alla sua sensibilità.

Giunta alla conclusione degli studi, durante i quali avevo sempre pensato che sarei andata a lavorare in un’impresa, scopro io stessa una propensione alla Ricerca che mi apre l’opportunità di entrare nel mondo accademico.
Oggi so che questo mondo mi ha dato la possibilità di valorizzare alcune mie caratteristiche femminili, come la riflessione, l’approfondimento, l’ascolto, la creatività.
Lavorare in un’impresa mi avrebbe richiesto di attivare tratti prettamente maschili, come la programmazione, la razionalità, l’orientamento all’obiettivo, la competizione, e avrebbe senz’altro forzato la mia natura.

La fine del XX secolo non è stata però all’altezza delle nostre aspettative frettolose:

da una parte molte donne hanno potuto affermarsi nella vita sociale. Questo processo è stato supportato anche da una parte di uomini: alcuni hanno valorizzato la propria componente femminile, redirigendo una parte delle energie verso la vita familiare e più intima in generale, altri hanno riconosciuto spazio di affermazione e crescita alle donne nel mondo del lavoro.

Dall’altro lato però l’ingresso delle donne nella vita sociale e professionale ha seguito il percorso tracciato dal mondo maschile.
Le donne hanno quindi fatto emergere le loro caratteristiche maschili, cercando laddove possibile un equilibrio. A dimostrare questa affermazione basti il fatto che il successo della donna venga ancora misurato attraverso la sua carriera professionale o dal fatto che riesca contemporaneamente a crescere professionalmente e ad avere impegni familiari.

Seguendo un percorso già tracciato, il contributo femminile alla creazione di un mondo migliore è stato limitato.
Non si è trattato però a mio parere di un errore, credo piuttosto che i tempi non fossero maturi. Nessuno di noi era pronto per il cambiamento più grande, quello di far fiorire il Femminile in ogni aspetto della nostra vita privata e sociale.
Si trattava di una fase intermedia che probabilmente doveva essere attraversata.

L’Università ha seguito lo stesso percorso. Ha scelto ostinatamente di seguire il modello anglosassone che valorizza valori maschili come la competizione, la performance, la propensione al risultato di breve termine. Di fatto ha promosso l’implementazione sui generis di logiche orientate alla catena di montaggio, via via perdendo la dimensione di “luogo felice” ove far fiorire il pensiero libero, creativo e orientato alle visioni di lungo termine.
Eppure la ricerca europea era (e continua ad essere) un’eccellenza capace di alimentare gli investimenti tecnologici e industriali di tutto il mondo e c’erano quindi ampi spazi per definire più coraggiosamente un modello europeo originale, capace di supportare il miglioramento qualitativo e di lungo termine dell’Accademia.
I due fenomeni sono due facce della stessa medaglia: è possibile che di fronte alla paura di un cambiamento inesorabile si sia verificato un generale ripiegamento verso modelli ancorati a logiche del passato.

L’affermazione del Femminile si prepara da tempo e rappresenta per tutti una rivoluzione copernicana.
In un’economia non più governata dal Maschile ma dal Femminile tutti i paradigmi che abbiamo studiato perdono di senso; persino il principio di reciprocità, invocato da molti per fondare un nuovo umanesimo, assume un eccessivo grado di strumentalità.
Con il Femminile la separazione si ricompone in Unità, si oltrepassa la distinzione tra dare e avere, le risorse sono prima di tutto di coloro che verranno, il lungo termine equivale all’eternità, il bene dell’essere umano coincide con quello della Natura.

Molte donne e molti uomini percepiscono il cambiamento e si stanno facendo strumento affinché emerga. I più restano ancorati al passato. Le istituzioni dovrebbero favorire il passaggio invece di frenarlo.
Si tratta di un percorso individuale verso l’Universale: è tempo di lasciare che il Femminile fiorisca.

Credits: Jordan da Pixabay

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